Amor m'accende d'un gentil disìo, e con tanta dolcezza il cor mi preme, che posto ho gli agni e me stesso in oblio. Or garre Progne, e Filomena geme,
e mille augelli su le verdi cime e per l'aere seren cantano insieme. Come adunque potrò mie nuove rime non cantar sopra i monti di Liguria
ove son ninfe di bellezza prime? Care ninfe d'amor, che senza ingiuria aprono i petti de' vicin pastori, e fan sì grande l'amorosa curia.
Queste sdegno non han de' nostri amori, ma ognor cantando ove pietà si mostra pascon di speme gli affannati cori. Alcuna è sì gentil, che spesso in giostra
vien col bel canto e con l'aurata cetra a vincer e frenar la gloria nostra. Quale ha in man l'arco, e agli omer la faretra, minacciando le fere, e qual sì desta
al correr presto, ch'ogni vento arretra; qual con leggiadra foggia in bianca vesta s'adorna, rincrespando i crini d'oro, da serenar il ciel quando è tempesta.
Visto ho con Anfitrite il verde coro di Nereide, fuor de le salse onde, porgere a queste il bel marin tesoro. Dico i coralli che 'l gran mare asconde,
e le perle che son grato ornamento al petto, a quelle fronti or sì gioconde. Di passo in passo motteggiar le sento accortamente coi pastori a l'ombra,
e pur ch'udir le possa, i' son contento. Se maggior doglia qualche amante adombra, s'ei si lamenta, tai parole ascolta che presto il duol con la speranza sgombra.
Qualunque a lor beltà la mente ha volta, ne l'amoroso ardor convien che cada, ch'indi non tornò mai persona sciolta. Ma sì dolce languir troppo n'aggrada,
e quinci libertà ciascun dispregia, ché meglio è un bel servir, che 'l stare a bada. Galatea parme in ogni parte egregia, qual mentre al ciel con la sorella aspira,
tutta Liguria in tanto onor s'appregia. Ivi mi specchio dove Amor mi tira, e a par di queste vien la gentil Doria ch'assai può col bel canto, e con la lira.
Lucilia è degna di famosa istoria, pronta di lingua e di gran senno ornata, e Campana in bellezza ha pur gran gloria. Negrona vien come dal ciel mandata,
e quella che da Spagna ha preso il nome, che in così verde età parme sì grata. Parecchie altre vi son, ma lasso, come tutte nomar potrò, lodando a pieno
i bei visi, le man, gli occhi e le chiome? Ché a cantarne sì sol verrebbe meno mio basso ingegno sotto il grave peso: deh, fosse qua Ligusto, o Filocreno!
Se non mi fia con questi il dir conteso, i' canterò d'amor sì caldamente che in le selve sarò da tutti inteso. Poscia che qua mi spinge il ciel possente,
lascio le ninfe de' bei campi insubri de' quai la fama par tanto eminente. Queste e quelle su' monti, e ne' delubri scontrato ho mille volte, e più de mille:
quelle sono agli amanti aspri colubri. Ma da queste più dolci e più tranquille, poi che 'l cor sente l'amorosa piaga, non fia che 'n pianto il buon pastor si stille.
Anzi, in quel punto che d'amor t'impiaga, la tua ninfa di te si fa compagna, e con vere lusinghe ognor t'appaga. Teco ragiona, e del tuo duol si lagna,
dicendo: – Amico mio, sopporta e spera –, e nel fonte talor teco si bagna. N'ancor si sdegna la lanosa schiera seguir de la tua greggia, e al labro porre
l'avena pastoral giunta di cera. Ma chi è colui che per la piaggia corre, e vèmmi al scontro? Ei veramente parme Filocreno, che in tempo oggi m'occorre.
Forse ch'ei vien qualche novella a darme: oh, oh, dove ne vai veloce tanto, frate, pur come si gridasse a l'arme? Or presto, andiamo a ristorarsi alquanto,
Lican, ché sotto il faggio Galatea sol con Lucilia s'apparecchia al canto. L'una a te piace, e l'altra è la mia dea: tardo m'è già il partir, la lira prendo;
andiamo al canto ch'ogni ardor ricrea. Per camin breve da traverso ascendo: vien dietro! Oh che piacer spero sentire! Ecco, io le ninfe e il bel faggio comprendo,
ma meglio parme di nascosto udire sotto que' bossi quel cantar giocondo. Pian, pian, che Galatea comincia a dire. Dolce m'è il tuo consiglio, e già m'ascondo.
La neve, il ghiaccio e la gelata bruma disfatto ha il sol ne la gentil stagione; un dolce fiato ogni vapor consuma che ne le piante alta virtù ripone;
Febo di maggior lampo il mondo alluma con la bianca fanciulla di Titone, e primavera a le campagne torna poi che 'l sol scalda al bel Monton le corna.
Poi che 'l sol scalda al bel Monton le corna, scorsa è la neve come pioggia al fiume. L'alma Flora che qui lieta soggiorna fa verdeggiar de' monti ogni cacume.
A poco a poco de bei fior s'adorna la ricca terra con più bel costume, et ogni pianta ad ora ad or germoglia, per vestirsi di quel che 'l verno spoglia.
Per l'aria vanno gli augelletti in schiera sì tosto come appar la bella aurora, quai salutando il giorno e primavera cantano in voce che 'l mio cor ristora;
e sì lucida corre ogni rivera che 'l bel fondo si mostra agli occhi fuora, ove amor senza inganni e senza fallo desta i bei pesci al dilettoso ballo.
Desta i bei pesci al dilettoso ballo l'onda più chiara in la stagion più bella, ch'a mille e mille dentro al bel cristallo vaghi sen vanno in questa parte e in quella.
Il cardellin, la passera e quel giallo, Filomena amorosa e la sorella a primavera fan sì bel concento che dal nuovo cantar fiamma divento.
Il giorno vince, e la fresca rugiada invece di pruina i campi bagna, onde il pastor, perché agli armenti aggrada, più per tempo gli guida a la campagna,
e pria che 'l sol ne l'occidente cada or lieto canta, et or d'amor si lagna: il biondo Apollo che gli dà favore or si ricorda come ei fu pastore.
Or si ricorda come ei fu pastore Apollo, e che gli fe' sudar la fronte de la sua persa deità l'orrore quando armento regal condusse al fonte;
e però lieto va col primo onore cantando qual pastor di monte in monte, né a' sordi canta, ché l'opaca selva dolcemente risponde, et ogni belva.
L'aura soave il bel tempo rimena non sol fra noi, ma nel tranquillo mare, ove il padre Nettun con fronte amena sul carro lieve a' naviganti appare.
Eolo i venti in le caverne affrena che soglion fin al ciel l'onda gonfiare: di cui pigliando il buon nocchier conforto drizza la vela per uscir dal porto.
Drizza la vela per uscir dal porto il buon nocchier contra ogni scoglio audace, né più si scopre di paura smorto poi che 'l vento s'acqueta, e l'onda giace,
ma senza alcun pensero e poco accorto sicuro dorme mentre Scilla tace, ché quanto or Glauco intorno a lei si gira latrar non può, ma tacita sospira.
Venere bella sopra i fiori e l'erba per Marte lusingar s'indora e inostra, e frenando quella alma sì superba or il petto, or il piè scalza gli mostra.
Ei quanto mira più, tanto più acerba quel soverchio desir ch'al cor gli giostra. E in le lor fronti le tre Grazie sole gettan con larga man rose e vïole.
Gettan con larga man rose e vïole l'un contra l'altro i pargoletti Amori; chi vola in alto, e chi fuggendo il sole si posa a l'ombra su' novelli fiori.
Cupido ha il fiero stral, non come suole, di mèl temprato, ristorando i cori; Venere canta sul bel monte Idalio, e poi si lava nel fonte Acidalio.
Amor, scorta mi fosti a belle imprese, quando da terra in fin al ciel m'alzasti, però ringrazio te, signor cortese, che a sì gran pregio gli occhi miei levasti,
allor che senza oltraggio e senza offese cose leggiadre nel mio cor mandasti, n'alcun penser tanto mio ben comprende poiché mia vita dal tuo fuoco pende.
Poiché mia vita dal tuo fuoco pende, Amor, cara speranza il cor m'adesca: però qualunque il tuo camin non prende ignoranza e viltà nel cor rinfresca,
e se 'l suo ben d'altra cagione attende tal poi lo trova come il pesce l'esca. Amor, io tanto vivo e tanto godo quanto mi stringe il tuo felice nodo.
Vedi, Lican, d'Amor la forza grande come ascoltando le nostre alme invola, tanto piacer da quelle voci spande? Or, poi che l'ascoltar sì ben consola,
andiamo a ragionar con esse alquanto, bel don d'Amor che qua dintorno vola. Piacemi: andiam, poi che finito è il canto. Il nostro Pan vi salve, e quel possente,
ninfe, a cui deste sì mirabil vanto. Ma che fa Apollo con le man sì lente che del suo lauro ancor non v'incorona? Forse ch'ei dorme, e da lontan non sente.
Non così dolce per la valle suona il rivo, né sì dolce aura per fronde, come il vostro cantar, ch'al cor mi tuona. Chi può palese udir, perché s'asconde?
Ma poi ch'avete il nostro canto udito, col vostro vi convien farne gioconde. Or che vostra virtù si mostra a dito non più cessate, ché gran biasmo fia
a non tener sì giusto e bel convito. Benché mal tersa la mia cetra sia, poiché 'l nostro cantar tanto vi piace, vostro desir mi sforza, e cortesia.
Lican, la lira tua perché ancor tace? non t'amirar se sopra te mi sfuogo, ché 'l tuo chiaro valor può farti audace. Poi che cantar convien, tu che sul giogo,
Filocreno, bevesti al divo fonte, comincia, a te conviensi il primo luogo. A dir cominciarò con voglie pronte, non qual maggior, ma perché il tempo è breve,
ch'io vedo il sol chinarsi a l'orizonte. Sedete, ché sedendo assai più lieve, e più dotta nel dir corre la rima: or cantate, né Amor vi sia mai greve.
D'Alfesibeo dirò cantando in prima, perché specchio vi sia contra chi v'ama mai non usar tropo severa lima. Ei d'Emilia s'accese, e con tal brama
in ogni selva sol d'Emilia canta, Emilia siegue, e sempre Emilia chiama, Emilia scrive in qualche verde pianta, dicendo: – Cresci, o bello albero, al cielo,
alzando lei, che nel mio petto è tanta. Quanto provento viemmi al caldo e al gielo, – dicea – tutto ti dono, Emilia cara, e quanto in caccia mi dà l'arco e il telo.
Mentre io ti lodo, la mia greggia impara Emilia risonar, qual s'io mi doglio erba non gusta, né fontana chiara. Perché mi sprezzi? – Ma col fiero orgoglio
a sì dolce pastor non fu men dura la cruda Emilia come al vento scoglio. Ei, che senza il suo amor vita non cura, Emilia, Emilia richiamando in vano
se stesso uccise in una valle oscura. Ma Amor, pietoso di quel caso strano, Alfesibeo converse in un bel fiore che portar soglion le fanciulle in mano.
Vermiglio è ancor del sangue del pastore, Vener gli die' l'odor, Cupido il nome: Carofilo, e fu ben grazia d'Amore. Et io vi canterò, ninfe, sì come
ben amando con gloria il ciel s'acquista, onde il fido amator divo si nome. Fileno amò la sua gentil Logista, E Logista parmente amò Fileno,
né tal fiamma in duo cor già mai fo vista. Se 'l pastor canta del suo amor sereno, tale odesi cantar Logista insieme, ornata de bei fior la fronte e il seno.
Se sospira Filen, Logista geme; quando ei ride, ella ride, e in ogni cosa quelle alme fide una sol voglia preme. Talor di gigli e di vermiglia rosa
per lei tesseva il buon pastor ghirlanda, di che giva sì lieta, e sì pomposa. E come in vita Amor giunti gli manda, così bramano un fine, a un tempo, a un'ora,
né fu Giove sdegnoso a tal dimanda, ch'un dì, sedendo ove il terren s'infiora, ei lei, et ella lui vide cangiarsi, et arbor diventâr senza dimora;
vider rami le braccia, e tronco farsi il petto, i crin di fronde, i piè radice, e – Vale – si sentì nel trasformarsi. Ivi hanno deità, come si dice,
e chi conosce il frutto de' lor rami gustando nel suo amor sempre è felice. Filocreno, perché dura mi chiami sotto il nome d'Emilia, orrenda et aspra?
Non dubbitar di me, purché ben ami. Qualunque amando la trista alma inaspra cerchi, Lican, quel sì salubre frutto, ché le tue piaghe altro favor disaspra.
Lucilia, or pongo fine al primo lutto, poi che mi lasci di speranza armato. E tu m'hai, Galatea, sì ben condutto, ch'esser non posso più, se non beato.
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