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1460–1538

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Luca Valenziano

Non più dormite, sonnacchiosi e lenti: su su, che 'l giorno sì sereno e bello omai vi faccia a le vostre opre attento. Mungi le capre e non tardar, Sordello,

e fa' che le tue man sien pronte e dotte, benché ti chiami ancor caprar novello. E tu, Dromo, di caseo e di ricotte empi la cista, e in la città le vendi,

né ti tardar con la dubbiosa notte. Ursacchio pecoraro, il baston prendi, e conduci quel gregge a prati e a fonti, e da' lupi col can fa' che 'l difendi.

Or io men vo per gli vicini monti: guardisi ben chi non farà l'ufficio, ch'i miei piedi al tornar saranno pronti. O quanto è cieco e van nostro giudicio,

ch'io veggio un nivoletto assai vicino che di pioggia qua giù ne porge indicio. Non lascerò per questo il mio camino, ché spesso inganna il giudicar fallace

del futuro, che sta nel cor divino. Ma chi è colei che sì sicura giace sotto un grande olmo, in quello orror selvaggio, di cui l'ombra gentil tanto mi piace?

Pian, ch'ella dorme. O che amoroso raggio da lei mi vien? Questa è forse una dea: i' non la vo' toccar, né fargli oltraggio. Ma per quel che mi par, gli è Galatea,

che tal mi la dipinse ragionando Montan, che del suo amor sì forte ardea. I' vorrei pur vederla allora quando con gli occhi aperti, di gran lume ornata,

si mostra dolcemente folgorando. Ella si move, ohimè ch'i' l'ho svegliata: sta', sta', non dubbitar, ch'io non procuro cosa che contra te mai sia biasmata.

Io venni caminando a te sicuro per riposar sotto l'ombrosa pianta: ma dimmi il nome tuo, ch'io t'assicuro. Galatea son io, che d'Atalanta

son figlia, e di Damon, n'alcun protervo satiro, o ver pastor, di me si vanta. Al santo nome di Dïana servo cacciando per le selve orrende fere,

non pur le lepri, o il fuggitivo cervo. Piacemi di veder quel che vedere gran tempo bramo: e però, ninfa bella, a la fresca ombra pòi meco sedere.

La glorïosa, prima alta novella qual mi venne di te dal gran Montano ti fe' più chiara ch'una vaga stella. Io gliel credea, né fu il mio creder vano,

e per la tua Dïana il giuro e accerto, non ti direi menzogna: i' son Licano. Sei tu Lican, di cui per fama è certo che de' greggi può dar larga dottrina,

del suono amico, e de le rime esperto? Quel son, ma il cielo ancor non mi destina pastor sì grande, né poeta raro, benché rime si batta in mia fucina.

Vero è che 'l viso tuo nobile e chiaro alzar potrebbe il pastorale ingegno, e presto farmi con virtù preclaro. Licano, il viso mio non è sì degno

ch'ornar ti possi, ma per quel che suona tu sei da te gentil senza sostegno. Il tuo cortese e buon parlar mi sprona gli caldi fianchi, e il cor tutto m'infiamma

quel che la lingua tua di me ragiona. Dirollo, o taccio? L'amorosa fiamma ch'esce dagli occhi tuoi mi fa di fuoco, e non mi resta di salute dramma.

Tutto per te m'accendo, e non è gioco: ma perché scopri sì sdegnosa faccia? Non ti turbar, ché l'ascoltar fia poco. Parmi che 'l tuo parlar mal si confaccia

a quella fama che ti fa modesto. Ma di', purché non spieghi in me le braccia. Se l'alto ciel non mi chiamasse a questo nuovo amor, che mi sforza in un momento,

come acceso sarei di te sì presto? Che è quello, ohimè, che dentro al cor mi sento, che con nuovo penser, non come soglio, il gregge mi fa vile, e il caro armento?

Irreparabil fato, e pien d'orgoglio, or fa di me sì repentino strazio, tal ch'ad un tempo mi rallegro e doglio. Lasso, che 'n te mirando i' non mi sazio.

Dolce languir! però l'ora felice che mi condusse a te molto ringrazio. Così sempre ciascun fingendo dice, e non è amor; ma se 'l tuo incendio è vero

provedi al mal, che ancor non ha radice. Se amor non è, come il tuo viso altero tanto m'aggrada? Ohimè, ch'i' no 'l direi, se d'amor non sentissi il colpo fiero.

Né ti maravigliar, che tanta sei di grazia, di beltà, d'ogni valore che non pur io, ma ponno amarti i dei. E se meglio è questo impiagato cuore

per tempo medicar, tu 'l dèi far sano, n'altra man può curar questo dolore. Non sprezzar quello amor che non è vano: io ho de greggi sì felice copia

che n'è coperto il nostro monte, e il piano. Di caseo e latte non conosco inopia, né di capanne, né de verdi prati; tutto ti dono, e son tua cosa propia.

Di mia dottrina e di miei versi ornati taccio, che, se 'l tuo dir non è buggiardo, publica fama non gli tien celati. Io ho un bel arco che non è lombardo,

ma per quel che mi par gli è di Sorìa, e un can di caccia che non fu mai tardo. Con questi andar potremo in compagnia cacciando per gli monti, e in ogni piaggia,

senza temer d'alcuna cosa ria. Non è fera sì orrenda, o sì selvaggia, sia pur lupo, cingiale, orso o leone, che sanguinato innanzi a me non caggia.

I' so ingannar augei d'ogni stagione con lacci, reti, e col tenace visco, che su piccioli rami arte dispone. In ogni laco e in ogni fiume ardisco

or con reti impiombate, et or con gli ami pescar, pur che sia meco il mio Licisco. E di quanti sollazzi in selva brami, pòi largamente trastullarti meco,

o che sia il ghiaccio, o sien frondosi i rami. Però non mi sdegnar, io te ne preco; altro da te non vo', sì ben m'ancidi, se non vederti, e gir cantando teco.

Benedetti i miei passi al mio ben fidi quando a te venni, e benedetta l'ombra di sì bello olmo, ove primier ti vidi. Se alcun folle penser per me t'ingombra

l'alma, che desiando al voler cede, ogni ria cura dal tuo petto sgombra. Tanto sei mio quanto virtù concede, e veramente ogni buon cuore amico

può farsi quel valor che 'n te si vede. Penser non cade in me se non pudico: però di tanto amor m'allegro e godo, se di lascivo ardor sarà nemico.

Ma che gran rissa dentro al bosco io odo? Non ti tardar, Lican, fammene certa, mentr'io t'aspetto ove ti strinse il nodo. Vommene al gran romor per strada aperta

e presto tornarò, ché la mia vita senza te parmi perigliosa e incerta. Non più, pastori: o che furor v'invita a battaglia crudel? Cessate omai,

cessate, e fia tra voi guerra finita. Tanta rabbia in duo cor non vidi mai: ditemi la cagion di vostra lite, forse ch'i' darò fine a tanti guai.

Svegliate ha Amor le nostre mani ardite per Galatea, ch'a me più ch'altra è cara, et ella ha meco le sue voglie unite. Indarno l'ami, poi che tanto avara

del suo felice amore a te si mostra, onde tua vita sia sempre aspra e amara. Dunque io son terzo a l'amorosa giostra, ch'io l'amo, e tanto sol quanto ambedui;

Galatea non v'ama, e non è vostra. Ma andiam colà dove pur dianzi i' fui seco, e del suo giudicio ognun s'appaghi: so che non lascerà Lican per vui.

Andiamo ove i piè miei d'andar son vaghi, che 'n mio favor la bella donna spero. Andiamo, e priego Amor ch'oggi mi paghi. Veggio tornar Lican, seco è Sincero,

l'altro Titiro parme: o santa diva, difendi me d'ogni lascivo impero. Come ten stai sì timidetta e schiva? Sappi ch'al tuo valor non fia conteso,

che mal per forza a tanto amor s'arriva. Io ho da questi il lor contrasto inteso, e ciò fu per cagion del tuo bel viso che tien d'amore l'uno e l'altro acceso.

I' terzo mi trovai da te conquiso ma per men male avèm fra noi decreto che sia senza arme il dubbio amor deciso. Restarà ognun di tua sentenza queto,

ond'io supplico a te per la mia fede ch'oggi mi facci con vittoria lieto. Io son Sincero, de sospiri erede per quella tua beltà ch'ogn'altra avanza:

or fammi vincitor, per mia mercede. Et io Titiro son, che per usanza ringrazio Amor che per te il cor mi preme, onde oggi ho di vittoria alta speranza.

Qualunque per amar sospira e geme, protervamente la sua donna brama, ch'amaro frutto vien di cotal seme. Ma chi più onestamente onora et ama

la grazia e la virtù di donna grata, non è la vita sua per questo grama. Or, se da voi son drittamente amata, a tutti vi fia egual quella dolcezza

che da cortese amor al cor vien data. Però lasciate gli odii, e la fierezza che i cuori vostri in le contese indura, ch'ognun può aver quel ch'onestate apprezza.

Amate pur, non dico mia figura, ma quel che dà piacer senza vergogna, dappresso, da lontano e senza cura. Or io vi lascio, ch'a me andar bisogna

a la gran caccia, ove s'onora il forte, e si dà biasmo a chi con l'arco sogna. O de gli amanti lagrimosa sorte ch'ognor piangendo e sospirando vanno

per chi, senza pietà, gli mena a morte! Questo nostro amoroso e lungo affanno è stato senza frutto un debil fiore sotto l'impero di quel gran tiranno.

Però torniamo al nostro primo amore omai, Titiro mio, ch'assai mi pento di nostra lite, e nostro van furore. Porgi Sincero a me, ch'io son contento,

la cara mano a rinuovar la pace che fu rotta fra noi per legger vento. Sia maledetta l'amorosa face: tempo è da ricovrar li greggi nostri,

ché col provento Amor mal si conface. Andiamo, andiamo, e tu ch'ancor ti mostri, ah misero Lican, cotanto afflitto, fa' che contra il tuo mal per tempo giostri.

Onde avien che 'l camin parmi interditto? Onde avien che Lican mi suona in petto com'io l'avessi in mezzo al cor descritto? Oh che saggio parlar, pien d'intelletto,

e come accortamente mi scoperse quello amor che sì presto il fe' soggetto! Sua fama è grande, ma quelle atte e terse sue parolette han superato il nome:

ben me n'accorsi quando il cor m'aperse. Lasso, che disperato in le sue chiome tien le man strette! I' vo dietro a que' bronchi celarmi, e poi vietar che non si schiome.

Oggi saranno pur gli miei dì tronchi, Galatea, Galatea, che sì ripente il fior de gli anni miei fuggendo tronchi! Miser chi agli occhi nel suo mal consente;

miser me, che allargai sì presto il freno a quella voglia che fu troppo ardente. Or de l'altre che fia, se quello ameno viso sì grave orgoglio ha in sé raccolto,

che parve di pietà tanto sereno? Ma come s'ami castamente un volto mostrami, Amor, perché ubedisca lei, ché questo dubbio ancor non m'è disciolto.

Quel casto amore un disamar direi, ond'io m'avedo ben ch'assai palese mostrami che sien vani i pensier miei. Olmo, che poco dianzi sì cortese

mi fosti, olmo amoroso, olmo felice, olmo sacro, ove Amor tutto m'accese, i' muoro a l'ombra tua, dove radice piantommi in mezzo al cor d'amaro frutto

la mia nuova gentil vaga fenice. Priego che mai per alcun tempo asciuto non resti il tronco ch'or piangendo bagno, in memoria del mio non degno lutto.

E di quanto per lei mi struggo e lagno sempre gridino augei su queste frondi, dei quai Morte et Amor mi fan compagno. Amadriada mia, che 'l viso ascondi

in questa altera pianta ove m'ascolti, priego che sempre di verdura abbondi e ch'al tumulo mio pietosa volti ombra felice da' tuoi verdi rami,

caro dono a color che son sepolti. Ah, ah, Lican, perché crudel mi chiami se per te l'alma di pietà mi langue? E perché morte sì sdegnoso brami?

O che smorto color, che viso esangue! Or per me prendi nel martir conforto, ch'Amor per tua cagion mi scalda il sangue. La tua virtute, e il motteggiar sì accorto

han fatto del mio cor dolce rapina, e già penso d'amor chiamarti in porto. Sia benedetto Amor ch'a me t'inchina, e quella alta bontà che ti riduce,

o Galatea, del mio cor reina. Tu la mia vita sei, tu la mia duce, e parmi che dal ciel per me scendesti a darmi fra ' pastor nel mondo luce.

Or averrà che 'l grege mio si vesti per te di ricca e precïosa lana, e che mia lira a un più bel suon si desti. Però sempre sia chiara la fontana

che l'olmo bagna con quelle acque vive, né mai fera l'attoschi indegna e strana. E sempre queste piagge e queste rive smaltate sien di rose e di vïole,

né gli sia verno, ma sempre aure estive. Vengan le Muse ghirlandate e sole di te cantando amorosette rime, per darti fama quanto gira il sole.

Così sempre augelletti in su le cime de l'alma pianta, dove Amor m'appella, cantino le tue lode al mondo prime. E se Parnaso a me non si ribella,

beata te, che dopo morte ancora tu ti vedrai ne' versi miei più bella. Dunque con la mia man senza dimora io t'incorono con quel nobil olmo

ch'a par del lauro oggi per te s'onora, e d'amore il tuo cor sia sempre colmo.

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