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1505–1574

CXXXVII

Luca Contile

Qual alma fida o qual preghiera onesta, qual voce ardente o qual parlare umile e qual disposta mente mai sì pia fu ch'a te, Dio, chiedesse aiuto degno,

nel bisogno d'altrui pari a la mia? E di quai merti e di qual vero pegno e di qual corpo e spirito gentile e di qual graziosa anima mesta

pigliasti cura mai che fosser, come sai, d'ogn'atto vivo e santo eguali a quella che di doppia beltà l'hai fatta bella?

Signor, la tua bontà senz'altro intende a che periglio sta la nostra luce, luce ch'a gl'occhi de' tuoi fidi e cari per le tenebre folte è scorta e guida.

Or mira i tempi apparecchiarsi amari e la tema ch'al pianto ogn'alma sfida ed al colmo d'affanni ci conduce. Colpa del caldo forestier, ch'offende

acutamente e stempra d'umor l'innata tempra e turba e preme e disunisce e rode sì degna vita, e seco ogn'alta lode.

Giace la bella donna in volto smorta, priva del suo natio color sì vago, né par che tema punto di morire, né che si doglia per continua febre,

avendo affanno al corpo, al core ardire. Ma perché 'l mondo non resti funebre né del celeste ben perda l'imago (che chi la vede al cor scolpita porta),

quel duol che sì l'aggreva con la tua forza leva e svelle quel che di soverchio accora il suo bel corpo ov'ogni ben s'onora.

Invece di prudenza e d'onestade e di santo desio, di cui 'l suo petto cerconferenza fu, fu sempre centro, acuta febre che l'abbrugia e snerba

e ria disecca il vivo umore adentro, fatta è di lei posseditrice acerba. Così di nostra pace il nostro oggetto a poco a poco indebolisce e cade,

onde gli spirti suoi che sono essempi tuoi, son tanto omai vicini al passo estremo che se non gli soccorri, io piango e tremo.

Stanno in mesto drappello afflitte e sole fama, bellezza, pudicizia e fede, smarrite in vista e pallidette in volto, di sospir piene e di speranza incerte.

E 'n mezzo a quelle col bel crine sciolto siede bontà, che le ruine certe de la sua gloria, e 'l lume tolto vede. E perché morte invidiosa vuole

trionfar del bel viso formato in paradiso, priva costei di vita, vedrai poi orbo il mondo restar de' raggi tuoi.

Tu sai, Signor, che la tua luce eterna non ha prencipio che da noi sia intesa, né moto alcuno n'accidente teco giace, onde se' perfetto, onde se' solo,

ma perché la ragion nel carcer cieco non perda al suo salir la vista e 'l volo (in vari oggetti timida e sospesa), data hai pegli occhi a nostra luce interna

il volto di costei dove visibil sei e dove ognun che brama di mirarla in lei ti vede e teco gode e parla.

Questa cagion de' nostri eterni onori che piatoso ne desti, ogn'alma sturba, ogni pace ne tolle, ogni conforto, poi che lasciarne in tenebre s'avia

Ch'in mare irato sarà 'l nostro porto e 'n selva orrenda spaziosa via, e scudo contra la nemica turba e frutti in Libra, in Tauro erbette e fiori,

se 'l spirto si discioglie da sì leggiadre spoglie? Deh, non volere, o Dio, che si consumi l'imagin sola de' tuoi chiari lumi.

Ecco, Signore, in lagrimosa schiera venir dinanzi a te gridando aita, umiltà, cortesia, pietate e gloria, casti pensieri e bei desio d'onore,

e d'ogn'impresa trionfal vittoria. E con qual speme e con qual vero amore, per la quiete de l'umana vita, preghin l'invitta tua grandezza vera,

tu stesso vedi e vali a dispiegarci l'ali di pietà certa in util di chi chiede con vera fedeltà vera mercede.

Dal pelago di pianto e di paura, canzon, vanne a le stelle con l'ale fide e belle de l'umiltà, ch'impetrarai da Dio

nei giusti preghi tuoi quanto hai desio.

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