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1449–1492

XXVII

Lorenzo de' Medici

E' non c'è niun più bel giuoco, né che più piacci a ciascuno, ch'esser due e parer uno: chi nol crede il pruovi un poco.

Chi non lo sapessi fare, venga a me ch'io gliene insegni; non bisogna adoperare a impararlo molti ingegni,

pur che da natura vegni, come avviene all'asinino, che non è mai sì piccino, che non sappi fare un poco.

Già ne vidi una che n'era nel principio poco destra, e poi la seconda sera diventò buona maestra;

a un gambo di ginestra l'insegnai la prima volta: non mi fu fatica molta a insegnarli sì bel giuoco.

E' bisogna sofferire, lasciar far quel che t'è fatto, e l'ingegno bene aprire, chi imparar vuole ad un tratto;

non è niun sì sciocco e matto, che, se 'l giuoco punto dura, non l'insegni la natura, ché s'impara a poco a poco.

Par da prima un po' fatica fin che l'uomo siasi avvezzo; non è alcun che poi non dica contenta esserne da sezzo;

chi la danza mena un pezzo, fin che vien quel ch'altri vuole, nulla prima o poi li duole, né vorre' far altro giuoco.

Un maestro c'è di scuola, che bottega di ciò tiene: chi avessi una figliuola, che imparar volessi bene,

s'ella è sana delle rene, saprà presto il giuoco bello; fia come uno arrigobello, come arà apparato un poco.

E' ci è bene un altro modo, ma gli è più pericoloso, e perciò io non lo lodo, perché è troppo faticoso;

pur, se c'è niun voglioso, venga a me, che son maestro: far l'insegnerò sì destro, che non guasterà mai il giuoco.

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