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1449–1492

XXIII

Lorenzo de' Medici

Amor, veggo che ancor non se' contento alle mie antiche pene, che altri lacci e catene vai fabricando ognor più aspre e forte

delle tue usate; tal ch'ogni mia spene d'alcun prospero evento or se ne porta il vento, né spero libertà se non per morte.

O cieche, o poco accorte mente dei tristi amanti! Chi ne' be' lumi santi avre' però stimato tanta asprezza?

Né parea che durezza promettessino a noi i suo sembianti. Così dato mi sono in forz'a altrui, né spero esser già mai quel che già fui.

Io conosco or la libertate antica, e 'l tempo onesto e lieto, e mio stato quieto, che già mi die' mia benigna fortuna;

Ma poi, come ogni ben ritorna indrieto, mi diventò nimica, ed a darmi fatica Amore e lei n'accordorno ad una:

come assai non fosse una parte di tanta forza a chi per sé si sforza di rilegarsi ognor di più e più stretto!

E come semplicetto, non mirando più oltre che la scorza, con le mie man' li aiutai fare i lacci, acciò che più e più servo mi facci.

Uno augelletto o semplice animale, se li vien discoperto un inganno che certo si mostri turbator della sua pace,

tiene al secondo poi più l'occhio aperto, ch'è ragion naturale che ognun fugga il suo male; ed io, che veggo che m'inganna e sface,

di seguir pur mi piace la via nella qual veggio el mal passato e peggio, come se io non avessi essempli cento.

Ma in tal modo ha spento Amore in me d'ogni ragione il seggio, ch'io non vorrei trovar rimedio o tempre, che mi togliessi il voler arder sempre.

Tanto han potuto gli amorosi inganni e 'l mio martirio antico, ch'io non ho più nimico alcun d'ogni mia pace, che me stesso:

né cerco altro o per altro m'affatico, se non com'io m'inganni, ed arroga a' mia danni, e chiamo mia salute male espresso;

Godo se m'è concesso stare in sospiri e in doglia, ho in odio chi mi spoglia di servitù, e cerca liber farmi,

e, vedendo legarmi, parmi, chi 'l fa, dar libertà mi voglia. Così del mio mal godo e del ben dolgo, e quel ch'io cerco io stesso poi mi tolgo.

Così Fortuna e 'l mio nimico Amore, tra speme oscure e incerte, pene chiare e aperte m'han tenuto, e, passato un lustro intero

e sotto mille pelle e rie coverte, della mia etate il fiore sotto un crudel signore ho consumato, e più gioir non spero.

Amor, sai pure il vero della mia intera fede, che dovre' di merzede aver dimostro almen pur qualche segno;

or son sì presso al regno di quella qual fuggir foll'è chi crede, che, sendo il resto di mia vita lieto, quant'esser può, non pagherà l'addrieto.

Canzon mia, teco i tua lamenti serba, e nostra doglia acerba tu non dimosterrai in alcuna parte; ma tanto cela il tuo tormento amaro,

ch'Amor, Morte o Fortuna dia riparo.

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