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1449–1492

XLI

Lorenzo de' Medici

Io sento ritornar quel dolce tempo del qual non mi rimembra sanza pianti, che fu principio alla mia aspra vita, né mai da poi conobbi libertate;

e perché si rinnuova nella mente, vuol ch'io ne faccia tal memoria Amore. Di sua vittoria si ricorda Amore, e però vuol che la stagione e 'l tempo

sia celebrato in versi e nella mente; né sia contento a' miei sospiri e pianti, ma, lieta della persa libertate, vuol pur che sia mia lacrimosa vita.

S'egli è fatto signor della mia vita, forza m'è far quel che comanda Amore, sanza usar più l'antica libertate; la qual, se si lasciò vincer quel tempo

che ancor non era sottoposta a' pianti, ben cederà or, che serva è la mente. Se ad altri il corpo dato ho e la mente, e per questo è afflitta la mia vita,

mi debbo sol doler di questi pianti di me, non accusar per questo Amore, il qual se m'ha tenuto tanto tempo, è perch'io ne li detti libertate.

Non è più sua la persa libertate, perché il suo primo don dato ha la mente: dunque, se vuol ch'io celèbri quel tempo e sia di ciò contenta la mia vita,

se vinse sempre, ed io cedo ad Amore, e lieto, come vuol, son de' mia pianti. Né sol contento son de' lunghi pianti, ma al tutto ho in odio e fuggo libertate,

né vorrei non voler servire Amore, ed odio ogni pensier che nella mente mi surge di far libera mia vita, e chiamo perso qualunche altro tempo.

Lieto il tempo e felice e dolce i pianti, nel qual la vita perse libertate, chiama la mente, e così vuole Amore.

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