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1449–1492

VII

Lorenzo de' Medici

Era già 'l sol salito a mezzo giorno, tanto che l'ombre tutte raccorciava, quasi già a rincontro al carro e 'l corno. La gente tuttavia multiplicava,

e non è l'erba sì spessa in un prato, come la torma lì ch'al Ponte andava. Tra lor ve n'era alcun zoppo e sciancato, e gamberacce e occhi scerpellini,

e altri dalla gocciola scempiato; e visi rossi come cherubini, borse e brachieri a uno e dua palmenti, e ciglia rotte e nasi saturnini.

Tra lor se ne vedea quindici o venti, come bicchieri entro gl'infrescatoi, ch'erono insieme, urtar di quelle genti. Questi ta' conobb'io già presso a noi,

quai, se pigiassi, anco farien del mosto. Ma odi quel ch'io vidi lor far poi. Era talor l'un all'altro disposto parlar da presso, ma la mareggiata

gli facea in un punto esser discosto. Giunti ove noi, el ser un di lor guata e ghigna con un occhio mezzo chiuso; e 'l ser allor: «Ben venga la brigata!

Quanto serebbe meglio esser là suso, ove 'nnanzi vendemmia voi imbottasti qualche buon vin, calandolo a rinfuso!». Disse quel ch'accennò: «Ser, tu cantasti».

appena; e par l'altre parole ingoi, E non può sciôr la lingua, e disse: «Or basti». E volendo el mio duca abbracciar poi, drizzasi a lui, ma l'onda altrove el mena

e uno abbraccia de' compagni suoi: sì com'un can che passa con gran pena un fiume e passar crede al dirimpetto, ma più giù 'l guida l'accorrente piena.

«O sere, el nome di costor sia detto, perch'io non paia a referir capocchio», diss'io, e lui el voler misse a effetto. «Quel che tu vedi, che mi chiuse l'occhio,

sappi ch'egli è 'l mio Lupicin Tedaldi, c'ha 'n capo quella ciocca di finocchio: sfavillan gli occhi, e' piè non tien ben saldi e 'l viso rosso mostra e tose l'ale».

Ma odi quel ch'e' ferno a questi caldi. Quand'el mond'arde al suon delle cicale, avevan loro, e stavan a sedere, un braccio alzato l'acqua nelle sale.

Eravi a galla assai più d'un bicchiere, e tristo a quel bicchier ch'a lor venìa, ché si partiva scarico e leggiere. Ma restoron po' sì con villania,

ché fu cagion tra lor di gran travaglio, ch'un peto trasse un della compagnia. Al gorgogliar dell'acqua, a quel sonaglio fessi fortuna, onde certi bicchieri

periron, come fussin suti un vaglio. Rizzossi el Lupicin pronto e leggieri, e disse a quel che gli sedea a lato: «Uom non se' da star teco volentieri.

Se fussi un tale scandol perpetrato al tempo degli antichi nostri padri, che prezzo arebbe quest'error pagato?». E egli a lui: «Alle tue spese impari:

perché ci desti a desinar fagiuoli, sgonfiar bisogna, or ferminsi e precari. e trar la sete con ta' bicchieruoli». Ma Benedetto, al ber, ci s'interpone:

«D'un padre, disse, no' siàn pur figliuoli: el babbo nostro è 'l vin, che dà cagione che noi dobbiamo star in più quiete. Lionardo, io ti vo' vincer a ragione:

se drento del buon vin bagnati siete, col vin versato ci bagnian di fuori, ché l'acqua stietta accoglie e to' la sete». Questo parlar compose e lor fervori.

Tutti già consolati, Lupicino: «Benedetto - dicea - tu m'innamori». Poi, volto a Anteo, che era assai vicino, disse: «Béi di mia man, ch'io di tuo béo:

ma' si fa buona pace sanza il vino». Così pace tra lor col vin si feo. Stu nol sapessi, or sappilo: era al bere Ercole el Lupicino, e èvvi Anteo.

Se Benedetto accigliato sparviere pare, e' si dà certi punzon' negli occhi, che non lo lascion così ben vedere. Fave arrostite, radice o finocchi

non fa mestier, ché 'l gusto torni loro, o granchi fritti o cosce di ranocchi. «Orsù, deh! non parlian più di costoro» disse a me 'l sere e a lor: «A Dio siate!».

E' si partiron sanza più dimoro. Ambo le ciglia mie eron voltate a un che c'era presso un trar di freccia; e, giunto, el sere ebbe di lui pietate:

e volle questo nuovo torcifeccia abbracciar presto, ma non può perfetto ché pria toccossi l'una e l'altra peccia. Tre volte d'abbracciarlo fe' concetto,

tre volte le man' tese a quel cammino, tre volte gli toccâr le mani el petto. Disse: «Parlian come suole un vicino con l'altro, se convien che così sia,

dalla finestra, e 'n mezzo è 'l chiassolino. Ben venga el dolce mio piovan di Stia! Forse di Casentin partito siete, per non vi far di vin più carestia?».

Lui disse: «In parte el ver cantato avete, ma anco mi parti' per ir al bagno, per ritrovarvi la perduta sete. Bench'ancor béa per me e un compagno,

pur, quel ch'io non solea, a' venti tratti com'una palla grossa al ber ristagno. In Casentino ho fatto mille imbratti, per far la diabetica tornare,

e 'nsin qui 'nvan molti rimedi ho fatti. Questa cagion a piede or mi fa andare, e vorre' ch'una febbre mi venisse, sol per poter con sete un po' calare.

Donde, se questo effetto non sortisse, contento son renunziar la vita». «Or seguite el cammino - el mio ser disse - che Dio vi renda la sete smarrita!».

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