Déstati, pigro ingegno, da quel sonno, che par che gli occhi tua d'un vel ricuopra, onde veder la verità non ponno; svégliati omai, contempla ogni tua opra
quanto disutil sia, vana e fallace, poi che 'l disio alla ragione è sopra. Deh, pensa quanto falsamente piace onore, utilità, o ver diletto,
ove per ' più s'afferma esser la pace. Pensa alla dignità del tuo intelletto, non dato per seguir cosa mortale, ma perché avessi il cielo per suo obietto.
Sai per esperienzia quanto vale quel ch'altri chiama ben, dal ben più scosto che l'oriente dall'occidentale. Quella vaghezza, ch'agli occhi ha proposto
Amor (e cominciò ne' teneri anni), d'ogni tuo viver lieto t'ha deposto: brieve, fugace, falsa e pien d'affanni, ornata in vista, ma poi crudel mostro,
che tien lupi e delfin' sotto i be' panni. Deh, pensa qual sarebbe il viver nostro, se quel che dee tener la prima parte, preso avessi il cammin qual io t'ho mostro.
Pensa se tanto tempo, ingegno e arte avessi vòlto a più giusto disio, ti potresti or in pace consolarte. Se ver'te fussi il tuo voler più pio,
forse quel che per te si brama e spera, conosceresti me' s'è buono o rio. Dell'età tua la verde primavera hai consumata, e forse tal fia il resto,
fin che del verno sia l'ultima sera, sotto falsa ombra e sotto rio pretesto persuadendo a te che gentilezza, che vien dal cuor, abbi causato questo.
Questi tristi legami oramai spezza: leva dal collo tuo quella catena, ch'avvolta vi tenea falsa bellezza, e la vana speranza che ti mena
leva dal cor, e fa' il governo pigli di te la parte più bella e serena, e sottometta questa alli sua artigli ogni disir al suo voler contrario,
con maggior forza e con miglior' consigli, sì che, sbattuto il suo tristo avversario, non drizzi più la venenosa cresta, ma resti servo vile e mercenario.
Quattro venti in mar fanno ogni tempesta, percotendo la nostra fragil barca, da coste, poppa, prua, che mai non resta. Questi la fanno d'ignoranzia carca,
tal che convien che per perduta corra, ch'esser dee d'ogni ben albergo et arca. Con questo tristo incarco par che scorra e ne' più cari lochi, ove star suole
le cose preziose, è la zavorra. Il primo vento, che percuoter vuole il disiato legno, è vana spene, da prua il corso le interrompe e tole.
Da poppa assai più furiosa viene con grande impeto e forza la paura, che in gran travaglio il miser legno tiene. Da costa il ben che al mondo poco dura:
vana letizia, che percuote forte la barca e falla in mar poco sicura. Dall'altra costa in simigliante sorte è il presente dolor, che molto strigne:
questo fa nostra vita parer morte. Or l'una or l'altro d'esti venti pigne il tristo legno in sì crudel procella, or tutti insieme, or di lor parte il cigne.
Questi la vista della fida stella tolgon al buon nocchier: di tanta nube ricuopron l'aria, ch'era chiara e bella. Onde convien che doloroso cube
lasciando il legno in discrezion dell'onda, che par ch'ognor se lo inghiottisca e rube. E se grazia divina non v'abbandona, che 'l buon nocchier risurga attrito e morto,
parmi che 'l mar già lo ricuopra e asconda. Veggolo invan chiamar o sperar porto e invan pentirsi quei che cagion funno di prendere il cammin mortale e torto.
Perché il giusto voler del gran Nettuno raro si piega a' prieghi di colui ch'è d'ignoranzia e di malizia alunno. Deh, prendi esemplo, per lo danno altrui
o ver pel tuo, perché «Già in simil briga», puoi veramente dir, «ancora io fui». Sei ancora, e sarai, insin che stringa il tuo veloce curro quel che siede,
ove seder dovrebbe fido auriga. Il disio nostro, se più ha, più chiede, e come non ha fin, non ha quiete. Non si può ben posar chi mai non siede,
ma quanto più l'insaziabil sete ricorre al tristo fonte che la spenga, tanto più cresce, insin che passi Lete. Questo convien che per ragione avvenga.
L'alma creata alle perfette cose non par contenta a imperfezion si tenga; onde convien che cerchi, e mai non pose, finch'ella trovi quel ch'al fin desia,
che lei per segno al suo balestro pose. Ma spesse volte, mentre che s'invia scorta da trista e da inimica guida, pria che truova il suo ben, cade tra via.
Dunque convien ben guardi in cui si fida e a chi dia del suo cavallo il freno, pria che 'n cercar o in camminar s'intrida. Bisogna ben conosca il troppo o il meno:
ché di là o di qua di tal confine mai non si truova il vero ben a pieno. E benché il suo proposito e 'l suo fine sia buono, e quasi avvenga in ogni mente,
pur si va per diverse discipline. Sono infinite vie e differente, e quel che si ricerca solo è uno: però si truova sì difficilmente.
Un picciol sasso per la via, un pruno, che si attraversi al piè fragile e lento, di sì suave cibo il fa digiuno: onde gli avvien dipoi contrario evento,
ché l'anima, pigliando l'altra volta, pruova per bene ogni crudel tormento. In quest'ambage inviluppata e involta, tanto pena a vedere il vero lume,
che la virtù visiva alfin gli è tolta. Così convien sempre arda e si consume, perché il dominio del natural corso per lunga usanza ha perso il rio costume.
Però per me, se al mio danno ho corso, pria che la trista usanza in te più possa che non potrebbe il ragionevol morso; pria che scavi a te stesso quella fossa,
nella qual poco dopo tristo caggia per mai più cavarne se non l'ossa, guarda il celeste Sol, che splende e raggia, guarda che dolce frutto da lui cade,
che null'altro li piace chi l'assaggia. Deh, lascia le calcate triste strade e volgi gli occhi a cose eterne e belle, tanto più belle, quanto son più rade;
non di falsa bellezza, come quelle ornate, che t'han dato tanto affanno e 'l sentier tolto che guida alle stelle. Le tue operazion' vergogna e danno,
queste di qua quiete e gloria eterna, dopo il grieve cammino, all'alma fanno. Ben è cieco colui che non discerna quanto sia differente lo splendore
del sol dal falso lume di lucerna. Dir più non mi permette il mio ardore, sol ti soggiungo questo per espresso: che, s'alcun ben disia o cerca il core,
non lasci sé già mai sanza se stesso.
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