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1449–1492

VII

Lorenzo de' Medici

O peccator, io sono Dio eterno, che chiamo sol per trarti dello inferno. Deh, pensa chi è quel che tanto t'ama e che sì dolcemente oggi ti chiama!

E tu chi se', la cui salute e' brama: se tu ci pensi, non morrai in eterno. Io sono Dio, del tutto creatore; tu non uom, anzi un vil vermin che muore;

in mille modi ognor ti tocco il core, tu non odi, e più tosto vuoi l'inferno. Perché ti muova più la santa voce, ecco per te io monto in su la croce;

col sangue lavo la tua colpa atroce, tanto m'incresce del tuo male eterno. Deh, vieni a me, misero poveretto, o peccator, che a braccia aperte aspetto

che lavi nel mio sangue el tuo difetto, per abbracciarti e trarti dello inferno! Con amorosa voce e con soave ti chiamo per mutar tue voglie prave.

Deh, prendi il giogo mio, che non è grave: è leggier peso, che dà bene eterno. Io veggo ben che il tuo peccato vecchio al mio chiamar ti fa serrar l'orecchio;

ecco, la grazia mia io t'apparecchio, tu la fuggi, e più tosto vuoi l'inferno. Deh, dimmi che frutto hai o che contento di questa che par vita et è tormento,

se non vergogna, affanno e pentimento? E vuoi perder per questa il bene eterno? Pien d'amor, di pietà e di clemenzia, ti chiamo or, peccatore, a penitenzia;

ma, se aspetti l'ultima sentenzia, non è redenzion poi nello inferno. Non aspettar quella sentenzia cruda, ch'ogni pietà allor convien si escluda;

non aspettar che morte gli occhi chiuda, che ne vien ratta, e forse fia in eterno.

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