Era il mio core sì di dolcezza pieno, che udendo mi pareva esser tirato al Bene che le parole sue dicieno. L'animo s'era abstracto e separato,
et dicendo fra me: «Hor che fia il vero, se 'l sentirne parlare mi fa beato?». Quando, visto Marsilio il mio pensiero, dissemi: «In te medesmo hora fai pruova
qual è de' due predecti il bene intero. Intendere quel ch'io dico assai ti giova, ma, passato il primo acto, il bene inteso crea nel core maggiore dolcezza nuova.
L'animo ch'è nel ricercare acceso, pel conosciuto bene poi possedere cerca, et solo per godere il bene compreso et non a fine d'intendere vuol godere:
adunque quello intendere che procede ministro è di quel ben che cerca havere. Rendere ragione possiamo a chi richiede ad che fine noi cerchiamo, ch'è per fruire
quel bene che nostra mente prima vede. Del gaudio altra ragione non si può dire se non ch'è sol gaudio, che in etterno dura, né in altro maggior bene può la mente ire.
Non fugge gaudio alcuno nostra natura: spesso vedere quelle cose rifiuta, che stima esser moleste et di gran cura. Colui che vede non ha sempre havuta
dolcezza pel vedere, ma vede e intende chi di gaudio ha la mente sua compiuta. Et come più nostra natura offende dolersi che ignorare, pel suo contrario
el gaudio per più bene che 'l veder prende. Non è giudicio buono dal nostro vario che questo gaudio sia l'ultimo bene, s'è dolor primo male, ch'è suo adversario.
Et come alla natura nostra adviene fuggir dolore per sé et per dolore qualunque cosa come somme pene, così gaudio per sé disia il core,
et pel gaudio ogni cosa, et a quel corre, sì come a sommo bene, il nostro amore. Come non puoi nel numero de' buon' porre un che sol veda il bene, ma chi il disia,
colla intentione che tel può dare e tôrre, così convien che l'alma nostra sia divina amando Dio, non solo vedendo, che goda allora quel che ha veduto pria.
Adviene a l'alma nostra, Dio intendendo, che ad sua capacità tanta amplitudine contrahe, et Dio in sé vien ristrignendo. Amando, alla sua immensa latitudine
amplifichiamo et dilatiamo la mente: questa pare sia vera beatitudine. Vedendo, dello immenso Omnipotente pigliam la parte sol che cape in noi
et quel che l'alma vede alhora presente. Amando, et quel che alhor vede amare puoi et quel più che 'l pensiero tuo t'ha promisso della infinita sua bontà dipoi.
Della divina infinità l'abisso quasi per una nebbia contempliamo, benché l'alma vi tenga l'occhio fisso ma d'uno perfecto et vero amor l'amiamo.
Quel che conosce Dio, Dio ad sé tira; amando, alla sua altezza c'innalziamo. A quello per sommo ben la mente aspira che la contenta; ma non è contenta,
se solamente Dio riguarda et mira, perché la visione, benché sia intenta, che l'anima vidente in sé riceve per creata et finita si conventa.
Et così esser ne' sua gradi deve: se per potentia l'anima è finita, l'operatione anche è finita et brieve. Ma l'alma ch'è di questi lacci uscita
sol si contenta interamente et posa in cose, le quali sieno d'immensa vita; et solo è di quel bene volenterosa che dà Dio sconosciuto, et tale disio,
e 'l gaudio d'esso pare immensa cosa, però che, amando, si converte in Dio et sopra Dio veduto si dilata». Et io allora ruppi il silentio mio,
et dissi: «Sia da te meglio explicata tal cosa, allo intelletto mio confusa per qualche obscurità drento al cor nata». Marsilio a me: «Se l'alma è circunfusa
da qualch'error, non me ne maraviglio, né tu per questo meco ne far scusa, mirar non può sì alto il mortal ciglio. Ma io ad tua più intera cognitione
un sensuale exemplo per te piglio. Differentia è da gusto a gustatione: il gusto è la potentia del gustare, la gustation per l'acto suo si pone;
ad muover questi due ad operare bisogna sia 'l sapor, ch'è il suo obiecto, che fa il primo al secondo ministrare. El gusto l'animo è puro et perfecto,
che si muove a gustare l'obiecto degno per la gustazione, ch'è l'intellecto. Et poi che giugne a questo primo segno, gaude gustato Dio col disio sancto,
et tal gaudio è 'l sapore d'ogni ben pregno. La gustazione apuncto è buona quanto dolce è il sapore, et gusta Dio mirando l'alma, e 'l disio piacere glielo fa tanto.
Così conchiudereno, al fine andando, che 'l nostro vero et sommo bene è quello etterno Dio, che tucti andiamo cercando: semplice, puro, immaculato agnello,
al quale camina l'alma peregrina, per riposarsi nel suo sancto ostello. Et la beatitudine sua divina è fruire questo ben per voluntate,
ché amore la muove, ond'ella a Dio camina, ove assapora la suavitate da·llei già tanto disiata et chiesta, qual non li possano dare cose create.
Amando Dio, conviene che Dio la vesta del sancto suo amore et in sé converta l'amante e dagli gaudio che non resta. Amore è quel che amato amore sol merta,
amor ne dà la etterna nostra pace, amore vera salute, intera et certa. L'Apostol sancto, testimone verace, con questo amore insino al cielo aggiunse,
vaso di tanta gratia bene capace. Amore insino al terzo ciel lo assumpse, alla stella che al mondo amore infonde, onde e sua occhi coi divini congiunse.
A quella spera Dio mai non si asconde, indi sé mostra e 'l suo sancto habitacolo et le ricchezze sue magne et profonde. Perché sopra essa è quello chiaro spiracolo
che sé et ogni cosa agli occhi mostra, sole dove pose Dio suo tabernacolo. Questo premio è serbato a l'alma nostra sciolta dal corpo, né nel mondo cieco
lo può trovar la mia vita o la vostra: ma tale vita al mondo ha tanto mal seco, che in vita più felice li animali sarien bruti et selvaggi in qualche speco:
quanto più veggon gli occhi de' mortali el bene, si dolgon più se ne son privi et maggiore cognitione ne dà più mali. Et, oltr'a questo, mentre siam qui vivi,
assai più cose nostra vita agogna, ché a·lloro basta l'herbetta e' freschi rivi: felice è più a chi manco bisogna. Così par l'uomo più infelice al mondo,
mentre che in vita qui vacilla e sogna. Ma el premio è poi nel vivere suo secondo, che 'l mondo errante trista morte appella; alhora giunge al suo fine lieto et giocondo.
Così la vita nostra non è quella (o vero la tua, pastore, ch'è più quieta, o ver, Lauro, la tua che pare sì bella) che un punto sol di tanti mai sia lieta
(o qualunque altra vita ch'è mortale), perché vera dolcezza il mondo vieta. Or perché pare allo Oceàno si cale Phebo, et finito è il mio sermon col sole,
Alfeo, statti con Dio; tu, Lauro, vale». Così lasciò le piagge di lui sole, et noi, benché al chiar fonte, con più sete d'udire ancora l'ornate sue parole,
le parole che mai passeranno Lete. Ma poi disse il pastor: «Questa ora induce me a ridurre le bestie nella rete. Già si parte da noi la phebea luce,
ond'io ritorno al mio antiquo stento, e tu dove il disio tuo ti conduce». Et, questo decto, mosse il suo armento et io alle sue spalle volsi il tergo,
partendomi da·llui col passo lento. Così ciascun tornossi al proprio albergo, et me acceso della sancta fiamma, mentre che drieto al pensier dolce pergo,
mosse ad cantar l'Amor che 'l tucto infiamma.
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