Skip to content
1449–1492

V

Lorenzo de' Medici

Come sparvier ch'è posto in alto a getto e vede sotto e can'che cercon forte sta di volar e pascersi in assetto, tal del mio duca appunto era la sorte,

aspettando al partir la mia parola, parendoli aver forse troppe scorte. E disse a me: «El tempo fugge e vola, e colui non è preso a gnun lacciuolo,

che non è giunto o preso per la gola. S'io t'ho a mostrare el resto dello stuolo, staremo tu e io troppo a disagio, né basterebbe a questo un giorno solo.

Ma io scorgo da lungi ser Nastagio, che ti potrà mostrar lui questo resto; ma per farmi dispetto, e' vien adagio. Deh, vienne, ser Nastagio, vienne presto!».

E lui, che 'ntese el tratto, guarda e ride, e disse a Bartol: «Che vorrà dir questo?». «Ser Nastagio, lo star più qui m'uccide; deh, mostra un po' a costui di questa gente».

E vanne via come a presso el vide. Io fui per forza a questo paziente, e dissi: «Ser Nastagio, io son qui nuovo, e sanza voi son poco, anzi niente».

E egli a me: «Nessuna cosa truovo, che sia conforme più a mia natura, quanto se di piacer a altri pruovo. Innanzi ch'io uscissi delle mura,

in modo tal mi son ben provveduto, ch'io posso un pezzo star teco alla dura». E, nel parlar, e' mi venne veduto dua torre: ma nel muover che fiacieno

vidi ch'io ero inver poco avveduto. Volsimi al duca, d'ammirazion pieno, e dissi: «Io credo in qua venga la porta non so se animal' o uomin' sieno».

Disse el mio duca a me: «Or ti conforta: perch'e' sien grandi, e' non son da temere, perché non son brigata troppo scorta. Quel butterato si chiama Uliviere

e l'altro è 'l tuo Apollon Baldovino, dissimil come grandi, eccetto al bere». Poi, come l'un di lor fu più vicino, disse el mio duca: «O caro Apollon mio,

férmati, stu se' stracco pel cammino! Attienti a questa volta al parlar mio!». E lui rispose tartagliando in modo che 'ntender nol potemo el sere e io.

E mentre che di lor vista mi godo, quel primo si spurgò sì forte un tratto e con tanta abondanza, ch'ancor l'odo. Disse el mio duca: «Ve' quel ch'egli ha fatto

or ch'egli ha sete; e però pensar dèi quel ch'e' farà, se berà qualche tratto. E' suoi non son frullin', ma giubilei, e sa' tu che per ridere o parlare

non perde tempo». Io già pruova ne fei; onde, lettor, non ti maravigliare s'io dico quel ch'avvenne, con timore, ché sare' me' tacer che ritrarre.

Come fu 'n terra giunto quello umore del fiero sputo, nell'arido smalto unissi insieme l'umido e 'l calore; e poi quella virtù che vien da alto

virtù gli diè e nacquene un ranocchio, e 'nnanzi agli occhi nostri prese un salto. Com'Ulivier gli pose addosso l'occhio, disse: «Io ne debbo avere el corpo pieno,

ché gorgogliar gli sento». Or ve' capocchio! Poco con noi quelle due ombre stièno: ripigliando a gran passi la lor via, sparîr degli occhi in men che 'n un baleno.

Mostrommi el duca mio un che venìa, e io, come gli vidi el calamaio, dissi: «E' convien che questo notaio sia». E egli a me: «Come di', è notaio:

s'egli sta a descomolle a suo contento e non sia ebro, io non ne vo' danaio. E' fu rogato già del testamento, che fece el Rosso e Ciprian di Cacio,

benché non era in suo buon sentimento». Poi lo chiamava a sé e diegli un bacio e disse: «Ser Domenico mio bello, più caro a me ch'al topo non è 'l cacio,

tener non vi vo' più, però che quello disio che vi fa ir veloce e presto, so vi consuma mentre vi favello». Partì sanza dir altro, detto questo.

E eccoti venir cinque a un giogo: un di lor parla e sempre cheti el resto. Come, tornando di pastura al truogo, corron e porci per la pappolata,

così costor per ritrovarsi al luogo. Quando più presso a noi fu la brigata, quel che parlava disse: «Dio v'aiuti!». E 'l ser gli fece una grass'abbracciata.

Ecco già gli altri al par di noi venuti, e volevan parlar, ma non gli lascia quel ch'avea dato a no' e primi saluti. Onde el mio ser per le risa sgangascia;

dissemi nell'orecchio: «Questo è Strozzo, che 'n corpo favellò, non dico in fascia. Quando e' gli fusse ben el capo mozzo, parlerebbe quel capo sanza imbusto:

ciascuno stracca, ond'io con lui non cozzo. E, per parlare, e' non gli manca el gusto, ma bene spesso la parola immolla, e io te lo confesso ch'egli è giusto.

Guarti, guarti, bel fiume di Terzolla, ché tra 'l bere e 'l parlar che fa costui secca sarai come di luglio zolla. Quel che tu vedi ch'è a lato a lui,

sappi che, come tu, e' non bee vino, ma lo tracanna e manda a' regni bui. Per sopranome è detto el Bellandino; e 'l Citto e 'l Tornaquinci èvvi e 'l Pacchina,

e vanno a ritrovar Giovan Giuntino. Questi son tutti ceci di cucina, perch'e' son cotti sempre a un bollore, benché dichin daver la medicina.

Vengon spesso tra loro in quistione e èvvi carestia di chi divida: poi non è nulla, passato el calore. Io non mi maraviglio che tu rida

- diss'egli a me, e poi - Addio, addio», diceva el parlator ch'è la lor guida. Lui parlando partissi, e 'l duca e io restamo come sordi in su quel filo,

come color che stan nel loco rio, là ove cade el gran fiume del Nilo.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
V · Lorenzo de' Medici · Poetry Cove