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1449–1492

Untitled

Lorenzo de' Medici

La luna in mezzo alle minori stelle chiara fulgea nel ciel quieto e sereno, quasi ascondendo lo splendor di quelle; e 'l sonno avea ogni animal terreno

dalle fatiche lor diurne sciolti, e il mondo è d'ombre e di silenzio pieno. Sol Corinto pastor ne' boschi folti cantava per amor di Galatea

tra' faggi, e non v'è altri che l'ascolti; né alle luci lacrimose avea data quiete alcuna, anzi soletto con questi versi il suo amor piangea:

«O Galatea, perché tanto in dispetto hai Corinto pastor, che t'ama tanto? perché vuoi tu che muoia il poveretto? Quel sieno i mia sospiri e il tristo pianto

odonlo i boschi e tu, Notte, lo senti, poi ch'io son sotto il tuo stellato ammanto. Sanza sospetto i ben pasciuti armenti lieti si stanno nella lor quiete,

e ruminando forse erbe pallenti. Le pecorelle ancor drento alla rete, guardate dal can vigile, si stanno all'aura fresca dormienti e liete.

Io piango non udito il duro affanno; i' pianto i prieghi e le parole all'ugge: che, se udite non son, che frutto fanno? Deh, come innanzi agli occhi nostri fugge,

non fugge ancor davanti dal pensiero! ché poi più che presente il cor mi strugge. Deh, non aver il cor tanto severo! Tre lustri già della tua casta vita

servito hai di Diana il duro impero: non basta questo? Or dammi qualche aita, ninfa, che se' sanza pietate alcuna. Ma, lasso a me, non è la voce udita!

Se almen di mille udita ne fussi una! Io so ch'e versi posson, se li sente, di cielo in terra far venir la luna. I versi feron già l'itaca gente

in fere trasformar: ne' verdi prati rompono i versi il frigido serpente. Adunque i rozzi versi e poco ornati daremo al vento; et or ho visto come

saranno a lei li mia pianti portati. L'aura move degli arbor' l'alte chiome, che rendon, mosse, un mormorio suave, ch'empie l'aere et i boschi del suo nome:

se porta questo a me, non li fia grave portar mio pianto a questa dura femmina per gli alti monti e per le valli cave, ov'abita Eco, ch'e mia pianti gemina;

o questo o il vento a lei lo portin seco: io so che 'l pianto in pietra non si semina. Forse ode ella vicina in qualche speco; non so se sei qui presso: so ben ch'io,

fuggi dove tu vuoi, sempre son teco. Se 'l tuo crudo voler fussi più pio, s'io ti vedessi qui, s'io ti toccassi le bianche mani e 'l tuo bel viso, o Dio!;

se meco sopra l'erba ti posassi, della scorza faria d'un lento salcio una zampogna, e vorrei tu cantassi. L'errante chiome poi strette in un tralcio,

vedrei per l'erba il candido piè movere ballando e dare al vento qualche calcio; poi stracca giaceresti sotto un rovere, io pel prato côrrei diversi fiori

e sopra il viso tuo li farei piovere; di color' mille e mille vari odori tu ridendo faresti, dove fôro i primi còlti, uscir degli altri fuori.

Quante ghirlande sopra i bei crin' d'oro farei, miste di fronde e di fioretti! Tu vinceresti ogni bellezza loro. Il mormorio di chiari ruscelletti

risponderebbe alla nostra dolcezza e 'l canto di amorosi augelletti. Fugga, ninfa, da te tanta durezza: questo acerbo pensier del tuo cor caccia,

deh, non far micidial la tua bellezza! Se delle fiere vuoi seguir la traccia, non c'è pastor o più robusto o dotto a seguir fere fuggitive in caccia.

Tu nascosta starai sanza far motto con l'arco in mano; io con lo spiedo acuto il fer cignale aspetterò di sotto. Lasso, quanto dolor io aggio avuto,

quanto fuggi dagli occhi col piè scalzo!, e con quanti sospiri ho già temuto che spine o fere venenose o il balzo non offenda i tua piè!, quanto n'ho sdegno!

Per te fuggo i piè invano e per te gli alzo; come chi drizza stral veloce al segno, poi che tratto ha, torcendo il capo, crede drizzarlo: egli è già fuor del curvo legno.

Ma tu se' sì leggiera, ch'io ho fede che la tua levità porria per l'acque liquide correr sanza intigner piede. Ma che paura dentro al cor mi nacque,

che non facessi come già Narciso, a cui la sua bellezza troppo piacque, quando al bel fonte ti lavasti il viso, poi, queta la tempesta da te mossa,

miravi nel tranquillo specchio fiso! Ah, mente degli amanti stolta e grossa!, partita tu, là corsi, non credendo la bella effigie fussi indi remossa;

guardai nell'acqua e, te non vi vedendo, viddi me stesso, a parvemi esser tale da te non esser ripreso, te chiedendo. S'io non son bianco, è il sol, né mi sta male,

sendo io pastor così forte e robusto; ma dimmi: un uom che non sia brun che vale? Se pien di peli ho io le spalle e il busto, questo non ti dovrebbe dispiacere,

se hai, quanto bellezza, ingegno e gusto. Tu non sai forse quanto è il mio potere: s'io piglio per le corna un toro bravo, a suo dispetto in terra il fo cadere.

L'altrieri in uno speco oscuro e cavo fui per cavare una coppia d'orsatti, ove appiccando con le man' m'andavo; giunsi alla tana e, poi ch'io gli ebbi tratti,

sentì'mi l'orsa rabida e superba, e cominciommi a far di cattivi atti. Io colsi un duro ramo e sopra l'erba la lasciai morta, e reca'ne la preda,

la qual, se tu vorrai, per te si serba. Alle braccia convien che ognun mi ceda: vinsi l'altrier, per la festa di Pana, una vacca, che avea drieto la reda.

Con l'arco in man certar voglio con Diana: per premio ebbi un monton di quattro corna, col vello bianco insino a terra piana: tuo fia, benché Neifil se ne scorna,

a cui son per tuo amor pur troppo ingrato: lei per piacermi indarno ognor s'adorna. S'io son ricco, tu 'l sai; ché in ogni lato sonar senti le valle del muggito

de' buoi e delle pecorelle il belato. Latte ho fresco ad ognor, e nel fiorito prato fragole còlte, belle e rosse, pallide ov'è il tuo viso colorito;

frutte ad ogni stagion mature e grosse; nutrisco d'ape molte e molte milia, né crederesti al mondo più ne fosse, che fanno un mèl sì dolce, ch'assimilia

l'ambrosia ch'alcun dice pascer Giove, non sol vince le canne di Sicilia. O ninfa, se 'l mio canto non ti move, muovati almen quello d'augei diversi

che canton con pietose voci e nove. Non odi tu d'amor meco dolersi misera Filomena, che si lagna d'altrui, com'io di te, ne' dolci versi?

Questa sol sanza sonno m'accompagna. Ma io ti credo movere a pietate; tu ridi, se 'l mio pianto il terren bagna. Dov'è somma bellezza e crudeltate

è viva morte; pur ti venga in mente: non dee sempre durar la tua beltate. Ogni arbore ha i sua fior': e immantenente poi le tenere fronde al sol si spiegano,

quando rinnovellar l'aere si sente. I picciol' frutti ancor informi allegano, che a poco a poco talor tanto ingrossano, che pel gran peso i forti rami piegano,

né sanza gran periglio portar possano il proprio peso; a pena regger sogliono: crescendo, ad ora ad ora se l'addossano. Viene l'autunno e maturi si cogliono

i dolci pomi; e, passato il bel tempo, di fior', di frutti alfin si spogliono. Cogli la rosa, o ninfa, quando è 'l tempo».

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