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1449–1492

Selva I

Lorenzo de' Medici

Dopo tanti sospiri e tanti omei, ancor non veggo quel bel viso adorno; dopo tanti dolori e pianti rei non fanno, omè, quei belli occhi ritorno.

O fallace Speranza, o pensier' miei tenuti tanto già di giorno in giorno! Quando sarà che quei belli occhi guardi? Non so: sia quando vuol, che sarà tardi.

Occhi miei belli, o parolette accorte, più non vi veggo, lasso, e non vi sento! O ore or lunghe, e fusti già sì corte, nimiche alora ed ora al mio contento!

O mio destino, o maladetta sorte, abbiate omai pietà del mio tormento: rendete quei belli occhi agli occhi miei, ché senza lor più viver non potrei.

Lasso, io non vivo e morir non potrei lontano, omè, da quei bei lumi santi: non vivo, ché la mia vita è con lei; qui resta il corpo sol, sospiri e pianti;

una cieca Speranza i dolor' miei nutrisce, e non permette il fil si schianti. Amore, a cui per sempre mi son dato, mi tien mirabilmente in questo stato.

Perché son più felici, occhi miei lassi, che voi le fere e boschi e monti e fiumi? Perché son più di voi felici e sassi, che veggon pur talor e vaghi lumi?

La vita mia, che senza loro stassi, convien che lacrimando si consumi. Almen sia presto, s'io debbo star molto sanza veder quello amoroso volto.

Almen m'avessi, sopra quel bel monte, ove or lei senza me soletta stassi, le belle luci con lor forze pronte converso in un di quei più duri sassi!

Forse m'arebbe con pietosa fronte talor guardato, or tocco i leggier' passi; s'io lo sentissi, arei ogni mia voglia, se non, io sarei fuor di tanta doglia.

Almen m'avessi quella luce santa converso nelle fronde ond'io mi chiamo! Forse, passando poi da quella pianta, pietosa n'avria còlto qualche ramo;

e, mentre con Amore or parla or canta, forse n'avria la man, quale io tanto amo, fattone una ghirlanda e messa in testa! Almen fussi erba da quel bel piè pesta!

Almen m'avessi col suo mirar fiso converso in fonte quello sguardo umano, sopra al bel monte ov'è il mio paradiso! Forse talor la candida sua mano

saria bagnata, e specchiato il bel viso nell'acque, da cui son tanto lontano. Se almen m'avessi in fera convertito, veggendo lei, so non sarei fuggito.

Io pur sospiro, e i sospir' vanno in vento; io chiamo il tuo bel nome, e non risponde; io piango indarno, dolgomi e lamento; l'umide luci mie più non asconde

un dolce sonno, e sento un foco drento che m'arde sempre e i miei pensier' confonde. Non posso più, o mia Speme fallace: altro che lei o morte non mi piace.

O dolcissime notte, o giorni lieti, amorosi sospiri, o dolci pianti! O Amor testimon de' bei secreti, lunghe vigilie, o parolette, o canti!

O reo destin, perché questo or mi vieti, e rompi il bel disio a' tristi amanti? Dato m'hai tanto bel, poi me n'hai privo, per far maggior la doglia in la qual vivo.

S'io non debbo veder più gli occhi belli serrinsi e miei, né veghin mai più luce, però che ogni altra cosa in fuor che quelli che io vegga, maggior doglia al cor conduce.

Amor, che del mio mal meco favelli e in queste pene se' mia scorta e duce, rendimi con quelli occhi la mia pace, o tronca il viver mio, se pur ti piace.

Io so ben, caro e dolce signor mio, la pena che tu hai de' miei tormenti, e veggo insin di qua quel viso pio bagnar di pianti, e odo i tuoi lamenti;

le tue parole, la pietà e 'l disio, li amorosi pensier mi son presenti, mille altri segni della ardente voglia; e questo cresce più tanta mia doglia.

Amore e mia usanza pur mi mena nel loco dove fûr gli ultimi sguardi, fine al mio ben, principio a tanta pena; né veggo quei belli occhi ovunque io guardi;

onde dolente e tristo e vivo a pena mi parto, e muovo e passi lenti e tardi in qualche parte, per vedere allora da lungi almeno ove il mio ben dimora.

Quivi con Amor parlo e con me stesso, e dico mille volte: «Oimè lasso! Là è il mio bel signore, e stassi appresso all'ombra forse d'arbori o d'un sasso;

qualche rozzo villan parla con esso o altri, e non sen cura o sconcia un passo. E io, che vivo sol della sua vista, son sì di lungi: or piangi, anima trista!».

Io non so, non che dir, se pensar deggia senza uno stuol d'infiniti sospiri: ché forse alcun quei belli occhi vagheggia, e par che fiso e da presso li miri,

e quella bella man tocca e maneggia; e, per crescere in tutto e miei martìri, Amore in preda d'altri alfin mi mostra la sua bellezza e la dolcezza nostra.

Lasso, che pena ho io, se mi rimembra chi gode in pace tanta sua bellezza, e vede e tocca le pulite membra ad ogni or, quando vuole, e non le prezza!

Me divide Fortuna, alunga e smembra dal suo bel viso e da tanta dolcezza: né bramo al mondo o prezzo se non quelle membra, e non posso udirne pur novelle.

E, se qualche novella sento pure, sol questo è, che 'l pensier mi rapresenta tra tanti mie martìr', mille paure; e voglia e gelosia pur mi tormenta,

disio, dispetto, invidia e triste cure; e Fortuna, al mio mal pronta e attenta, mi perseguita sempre; Amor mi uccide, poi di tanto mio mal si allegra e ride.

Mentre che 'l cor così s'affligge e geme e di tanto mio mal meco si duole, alor che più disia e che più teme, il pianto in preda l'ha, e Morte il vuole,

surge una dolce e disiata speme, che mi conforta con le sue parole, e dice: «Ancor quel bel viso vedrai lieto, dolce, amoroso più che mai.

Quelli occhi belli, lieti ed amorosi, poche accorte e dolcissime parole queteranno e pensier' tuoi disiosi e l'alma afflitta, che a ragion si duole.

Faran quelli occhi, che or ti sono ascosi, come fa tra le folte nebbie il sole: fuggirà il pianto e tuoi sospir' dolenti dinanzi alle amorose luci ardenti.

Tosto che appare al tuo cieco orizzonte la luce che nel cor sempre ti splende, e dalla cima di quel sacro monte quello amoroso raggio agli occhi scende,

non convien por la man sopra la fronte, ché questo dolce lume non offende. O che bella alba! O Titon vecchio, allora abbiti sanza invidia la Aurora.

Vedrai le piagge di color' diversi coprirsi, come a primavera suole; né più la terra del tempo dolersi, ma vestirsi di rose e di viole.

E segni in cielo, al dolce tempo avversi, farà dolci e benigni il novo Sole; e la dura stagion frigida e tarda non si conoscerà, s'ella si guarda».

Lieta e maravigliosa e rami secchi vedrà di nuove fronde rivestire, e farsi vaghi fior' gli acuti stecchi e Progne e Filomena a noi redire;

lasciar le pecchie e casamenti vecchi, liete di fiore in fior ronzando gire; e rinovar le lassate fatiche con picciol passo le sagge formiche.

El dolce tempo il buon pastore informa lasciar le mandrie, ove nel verno giacque el lieto gregge, che, belando, in torma torna alle alte montagne, alle fresche acque.

L'agnel, trottando, pur la materna orma segue, ed alcun che pur ora ora nacque, l'amorevol pastore in braccio porta; il fido cane a tutti fa la scorta.

Un altro pastor porta in su la spalla una pecora ch'è nel cammin zoppa; l'altro, sopra una gravida cavalla, le rete e 'l maglio e l'altre cose ha in groppa,

per serrarvele alor che 'l sole avalla, così nel lupo alcuna non intoppa, torte di latte e candide ricotte mangion poi lieti, e russan tutta notte.

Romperanno e silenzi assai men lunghi, cantando per le fronde, allor gli uccelli; alcuno al vecchio nido par che agiunghi certe festuche e piccoli fuscelli.

Campeggeran ne' verdi prati e funghi, liete donne corranno or questi or quelli; lascerà il ghiro il sonno e 'loco ove era, e l'assiuol si sentirà la sera.

Vedrai ne' regni suoi non più veduta gir Flora errando con le ninfe sue; il caro amante in braccio l'ha tenuta, Zefiro, e insieme scherzan tutti due.

Coronerà la sua chioma canuta di fronde il verno alla nova virtùe; tigri aspri, orsi, leon' diverran mansi; di dure, l'acque liquide faransi.

Lascerà Clizia il suo antico amante, volgendo lassa il palidetto volto; a questo nuovo amoroso levante lo stuol degli altri fior' tutto fia vòlto,

attenti a mirar fiso il radiante lume degli occhi e venerarlo molto. La rugiada per l'erba e in ogni frasca non creder più ch'e febei raggi pasca.

Sentira' per l'ombrose e verdi valli corni e zampogne fatte d'una scorza di salcio o di castagno; e vedrai balli delli olmi all'ombra, quando il sol più sforza;

E pesci sotto e liquidi cristalli di quei belli occhi sentiran la forza. Nereo e le figlie in mare aràn bonaccia; mosterrà il mondo lieto un'altra faccia.

Come arbuscel inserto gentilmente si maraviglia, quando vede poi nuovi fior, nuove frondi in sé virente nutrire e maturar pomi non suoi:

tal maraviglia arà la bruma algente, quando sì bella mosterrassi a noi la terra del novo abito vestita, fra sé dicendo: «Or sono io rimbambita?».

Durerà questa nuova maraviglia infin che 'l lume de' belli occhi appare e si presenti alle gelate ciglia; quando vedrà le dolci luci e chiare,

o si convertirà nella sua figlia o gli conviene agli antipodi andare: chi mira fiso questa gentil faccia, convien gentil diventi o si disfaccia.

Se questa gentil forza a lei s'appressa, se quel bel viso si vedrà d'intorno, presto la prima maraviglia cessa che porta il disiato e nuovo giorno.

Tacita allor dirà pur fra se stessa: «Maggior maraviglia ho che 'l viso adorno, come toglie ogni forza a' febei rai, ancor non facci maggior' cose assai».

Lascerà poi la bruma innamorata partendosi la luce de' belli occhi; la via è già da molti fior' segnata, lieti aspettando che 'l bel piè li tocchi;

l'aria che fende è lucida e beata; uno amoroso nembo par che fiocchi sopra lei fior' fragranti, un dolce odore; splendon per tutto spiriti d'Amore.

Vengon per onorare il mio bel Sole satir' saltando coronati e destri; Pan vien sonando e in sua compagnia vuole fauni, e in mano hanno verdi mai alpestri;

candide rose e pallide viole porton le ninfe in grembo e ne' canestri; vengono i fiumi di molle ulva adorni, di fiori e fronde empiendo i torti corni.

Lascia la vecchia madre Falterona e le caverne dello antico monte Arno mio lieto, e di verde corona di popul cuopre la cerulea fronte;

nel suo mormoreggiar seco ragiona e duolsi Arno d'aver troppo bel ponte; Arno che, quanto può, si sforza e brama aver, come il fratello, eterna fama.

Ecco apparire alle vedove mura veggiamo il dolce lume de' belli occhi; triemono i cor' villani ed han paura che questo gentil foco non li tocchi;

nelli altri, d'alta e di gentil natura, Amore e Gentilezza par trabocchi; corron già per veder donne e donzelle, non hanno invidia, anzi si fan più belle.

Poi che sarà drento al bel cerchio entrata, quanta dolcezza sentiran coloro che con tanto disio l'hanno aspettata, veggendo alor la dolce pace loro!

O cara patria, or non sia più invidiata da te già mai la prima età dell'oro, l'isole Fortunate in occidente, o dove già peccò il primo parente.

Ciascun l'applaude, ciascun la saluta, a dito l'uno all'altro costei mostra. Dicono i cor' gentil': «Ben sia venuta la dolcezza, la pace e vita nostra!».

La vil gente starà dolente e muta e fuggirà de' belli occhi la giostra. Ecco già in casa questa mia gentile, felice casa, benché alquanto umìle.

Non colonne marmoree in altezza reggon le picciolette e basse mura dello edificio: non li dà bellezza petra di gran saldezza, chiara e dura;

non opra di scultor che 'l vulgo prezza, non musaico alcun, non v'è pittura, non gemme orientali, argento o oro, ma molto più gentile e bel lavoro.

Nella porta Bellezza e Leggiadria, dolci Sguardi amorosi e bei Sembianti; Pietà drento si mostra e in compagnia Speme e Merzé par dolcemente canti

(oh che dolce e divina melodia!); Costumi ornati, e Modi onesti e santi, dolci Parlar, Motti arguti in la scala; Fede, Amor, Gentilezza con lei in sala.

Solo una vecchia in uno oscuro canto, pallida, il sol fuggendo, si sedea, tacita sospirando, ed uno amanto d'uno incerto color cangiante avea;

cento occhi ha in testa, e tutti versan pianto, e cento orecchi la maligna dea; quel che è, quel che non è, trista ode e vede; mai dorme, e ostinata a sé sol crede.

Nel primo tempo che Caòs antico partorì il figlio suo diletto Amore, nacque questa maligna dea ch'io dico: nel medesimo parto venne fore.

Giove, padre benigno, al mondo amico, la relegò tra l'ombre inferiore con Pluton, con le Furie; e stiè con loro, mentre regnò Saturno e l'età d'oro.

Poi, sendo spesso e gravemente offesi dal fer Cupido gl'immortali dèi ora a un laccio, ora a un altro presi, feron tornar dalli inferi costei

per decreto divin, di sdegno accesi, e che dove Amor è, fussi ancor lei. Così questa inimica il mondo ingombra: segue Amor sempre come il corpo l'ombra.

Temeva forte il sommo padre Giove che di Caòs il bello e dolce filio non si facessi con le forze nuove rettore in luogo suo del gran concilio,

il scettro e 'l regno transferissi altrove; però rivocò questa dallo esilio, giurando alor per la palude Stigia che segua di Amor sempre le vestigia.

Pensò con questa molta forza tôrre el sommo Padre alli amorosi strali, e duri nodi e tutti i lacci sciôrre: perché, veggendo gli dèi immortali

in quante pene qualunche ama incorre, in che pianti e sospiri e in quanti mali, leverebbon d'amore ogni pensiero, fuggendo il grave giogo e duro impero.

Così fatta la legge e 'l giuramento e consentita dal divin senato, poco passò che ne fu mal contento, e invan pentissi allora aver giurato,

provando in sé questo mortal tormento: prima era amor sicur, lieto e beato; e, se non fussi la già data fede, l'arìa rimessa alla tartarea sede.

Di Caòs nata e da Pluton, nutrita del latte delle Furie (o tristo nume!), fa sentire a' mortali ancora in vita le pene del gran regno senza lume;

non sana mai la sua immortal ferita; porta una spada tinta nelle schiume di Cerbero laggiù nel basso seggio; del ben fa male e sempre crede il peggio.

D'ombre vane e pensier' tristi si pasce: rode un cor sempre la infelice bocca e come è consumato, alor rinasce (o miser quello a cui tal sorte tocca!)

nelle prime sue cune e nelle fasce: nel petto tristo invidia, odio trabocca; fugge sempre ove il mio bel Sole arriva, né si parte però la morte viva.

Oh quante volte ha tentato il mio Sole cacciar da sé questo terribil mostro or con minacce, or con buone parole! L'Amor, la Fé: «Questo è il nimico nostro»,

dicon piangendo; e invan ciascun sen duole, invan s'oppone il basso voler nostro al decreto che è in ciel già fermo e santo. Lei fugge d'uno, e va in uno altro canto.

O venenoso mostro al ciel dispetto o vivo fonte d'ogni uman tormento, d'Amor mortal nimico e di diletto, di Speranza, di Fé, d'ogni contento:

tu incendi di furore il tristo petto. Rompi, o Giove, lo ingiusto giuramento, rimetti la infelice al foco eterno: ma non l'accetterà forse l'inferno.

Gli uomin', gli dèi pregano a giunte mani che la estermini al tutto e che la spenga: de' lamenti del ciel, de' pianti umani nel generoso petto pietà venga.

Deh, tanti e giusti prieghi non sien vani, E 'l giuramento più non si mantenga fatto a danno comun, come chiar veggio: error fu farlo, e mantenerlo è peggio.

Come già giustamente persuaso sciogliesti di Iapeto il saggio filio, legato eternalmente in Caucàso, per render qualche merto al buon consilio,

perché fai ora, o sommo padre, caso rimetter questa trista al primo esilio? Al primo esilio, e non son cose nuove: puoi tutto: e giusto è quel che piace a Giove.

Come una antica quercia in alto posta, quando è percossa dal furor de' venti, ora assalita d'una, or d'altra costa, cascon le foglie, e suoi rami pendenti

si piegan sì che a terra alcun s'accosta; sta fermo il tronco e par che non paventi, poco prezzando di Eolo la guerra, tenendo ferme le radici in terra;

così, padre benigno e giusto, alquanto ti muove, se perviene a' santi orecchi il nostro duro e quasi eterno pianto. Vorresti usar pietà, purché non pecchi;

ma, quando pensi al giuramento santo, convien che 'l fonte di pietà si secchi, perché il divin voler mai si corregge: così sta ferma questa dura legge.

O mia cieca Speranza, ove hai condutti e dolcemente lusingando scòrti di pensiero in pensier e disir' tutti! Mentre che falsamente li conforti

di vaghi fiori e belle fronde, e frutti acerbi, duri, acri e amari or porti: mostrando invano a me la donna mia, veggo in suo luogo Amore e Gelosia.

Lasso a me, quando entrasti nel pensiero, io vidi così veri e vaghi lumi, coprir di fior' l'amoroso sentiero, correr le ninfe, Pan, satiri e fiumi,

come vede ciascun che vede il vero. O fallace Speranza, or mi consumi; or fugge il vero e 'l dolce inganno invola, e resta con Amor Gelosia sola.

Amor, che prende ogni mio male in gioco, senza pietà si ride dello inganno; Speranza se si mostra ancora un poco, drieto a·llei tutti e van' pensier' ne vanno;

né però manca l'amoroso foco, ma questi inganni assai maggior lo fanno; con feroci occhi Gelosia mi mira, e 'l cor n'ha doglia e nel dolor s'adira.

Madonna stassi in quelle parti eccelse ove il mio bel disio da prima nacque, ché Amore ogni pensier del core svelse e piantò quel che sempre verde giacque,

e la mia donna tra le donne scelse e me la die'; né poi altro mi piacque. Questo amoroso loco or me la invola: lì si sta, senza me, pensosa e sola.

In questo loco ove madonna gira, lasso, le luci belle e lacrimose, amorosi mister' dolente mira e rimembra le prime dolci cose:

ad ogni passo mi chiama e sospira (e chi chiama ode, e di lontan rispose), piange, e piangendo cresce più il tormento, e fra se stessa così dir la sento:

«Qui l'aspettai, e quinci pur lo scorsi; quinci sentii l'andar de' leggier' piedi, e quivi la man timida li porsi; qui con tremante voce dissi: "Or siedi";

qui volle allato a me soletto porsi, e quivi interamente me li diedi; quivi legò Amore ambo duo noi d'un nodo che già mai si sciolse poi.

Quando il sentii tra l'ombre e vidi apresso, el cor tremava pavido nel petto: era il disio e dubbioso e perplesso; da timor lieto e timido diletto

in un tempo era il vago core opresso, né so in quel punto quel che avessi eletto. Mentre Amor spinge i passi e 'l timor frena, mi giunse di letizia incerta piena.

"Quivi - li dissi - ormai contento giaci: sia lieto il cor, poi che ha quel che disia". O parolette, o dolci amplessi, o baci! O sospirar che d'ambo i petti uscia!

O mobil tempo, o brievi ore fugaci, che tanto ben ve ne portasti via! Quivi lasciommi piena di disio, quando già presso al giorno disse: "Adio".

Era già, lassa a me, vicino il giorno, quasi era Febo all'orizzonte giunto, che la dolcezza di quel bel soggiorno facea parer che fussi un brieve punto.

Lui disse: "O vivo o morto a te ritorno". Così partissi, e da me fu disiunto. Scorgendo questa mano il cammin cieco, strinse e baciolla, e 'l cor mio portò seco.

Drieto, quanto io pote', da questo loco, li tenni gli occhi lacrimosi e 'l volto; soletto andava acceso in dolce foco co' passi avversi e 'l viso ver' me vòlto.

La notte ombrosa fece durar poco questa ultima dolcezza, e mi fu tolto. Agli occhi più virtù non è concessa, ma restò drento al cor la forma impressa».

Questo dice madonna, e chi gli è presso nol sente; ed io, che son sì lontan, l'odo. Questa memoria nel pensiero ha messo quel primo tempo che strinse il bel nodo,

e mi ribella tanto da me stesso ch'i' veggo quasi quel bel tempo e 'l modo come alor mi legò la bianca mano; ma poco dura il breve piacer vano.

O inimica memoria tenace, che innanzi agli occhi quel bel tempo mette! O più cruda Speranza mia fallace, che questo e meglio ancora al cor promette!

Né però veggo quel che sol mi piace, né tornan quelle luce benedette; l'uno occhio indrieto e l'altro innanzi mira e 'l cor irato e stanco ognor sospira.

Perché seguite, o pensier' vani e folli, tante volte ingannati, ancor costei? Ed io più stolto, a che seguir voi volli? Deh, fermatevi, o stanchi pensier' miei!

Più presto eleggo star con gli occhi molli, e gridar l'ora mille volte «omei» in doglia, in foco il tempo che m'avanza, e morir poi, che vivere in speranza.

Almen, se la memoria il disio punge, dinanzi al core il ver mi rapresenta; ma questa vana finge un bene a lunge, che, se t'apressi, più lontan diventa.

Fugge di tempo in tempo e mai non giunge, sperando e disiando il cor tormenta. Amor, che sempre in compagnia la mena, così dipigne questa dolce pena.

È una donna di statura immensa, la cima de' capelli al ciel par monti, formata e vestita è di nebbia densa, abita il sommo de' più alti monti.

Se, e nugoli guardando, un forma e pensa nuove forme veder d'animal' pronti che 'l vento muta e poi di nuovo figne, così Amor questa vana dipigne.

Par molto bella e grande dalla lunga, con l'ombra quasi tutto il mondo piglia; se avvien che apresso disioso giunga, a poco a poco manca e s'assottiglia;

e, come suol quando par Borea punga, vedi sparire il nugol dalle ciglia, così mai giugni ove trovar la credi, ma sempre innanzi agli occhi te la vedi;

sì come un can che la bramosa bocca crede bagnar nel sangue d'una fera che fugge innanzi, e già quasi la tocca, pur non la giugne e pur giugnerla spera:

così la voglia disiosa e sciocca non sazia, e digiun resta come s'era; lei più veloce innanzi a·llui si fugge, lui pien di rabbia e di disio si strugge.

O come, se la schiena scalda il sole, chi vuol giugner quella ombra che ha dinanzi, s'almen co' passi pareggiar la vuole, convien di spazio equal pur l'ombra avanzi:

se corre come cervio correr suole, li resta drieto alfin quanto era dianzi; or par la priema, or par l'avanzi un prezzo, al fine del corso poi pur resta il sezzo.

Giugner non posson le volubil' rote bue o caval, che innanzi il carro tira, così costei già mai toccar si puote: la vana fronte occhio mortal non mira.

Uno occhio ha in testa e cose alte e remote innanzi guarda e drieto mai nol gira, Minerva sol con l'egida già vide la fronte, e di noi miseri si ride.

Sopra a' nebulosi omeri li nascono due pennute ali oltra misura grande; vola per li alti lochi, onde poi cascono quei che credon che lei alto gli mande;

vento e vane ombre questa fera pascono, e rade volte gusta altre vivande; vola la notte, e sempre fuggir suole, come aurora, la luce del sole.

Il ciel da sé, Pluton da sé l'arretra; vola per questa mezza regione, ove il liquido umor adiaccia e 'mpetra e solve in acqua e nugoli Iunone;

lì fabbrica Vulcan la sua fulgetra, indi Eolo Austro muove ed Aquilone, fuochi, comete e cadenti vapori, e la bella Iris di mille colori.

Seguon questa infelice in ogni parte il Sogno, lo Augurio e la Bugia, e chiromanti ed ogni fallace arte, sorte, indovini e falsa profezia,

la vocale e la scritta in sciocche carte, che dicon, quando è stato, quel che fia, l'archimia e chi di terra il ciel misura, e fatta a volontà la coniettura.

Alla cieca ombra delle sue grande ali il mondo vano alfin tutto ricovera. Oh cecità de' miseri mortali! Oh ignoranzia troppo vana e povera!

E chi potessi contar tutti e mali, le stelle in cielo e pesci in mare annovera, li uccelli in autunno che 'l mar passano, o le foglie ch'e rami nudi lassano.

Ma che male è che l'uom mortal patisca, che da te maladetta non proceda? O che grave dolor che non nutrisca? Quanti tristi hai ad Amor dato in preda?

Che forte periglio è che non ardisca il cor, s'avvien che 'l misero ti creda? Tu fusti dal ciel data a noi mortali vita e conservazion di tutti i mali.

O figlio di Iapeto al tutto stolto, non valse il saggio frate t'ammonisse a non mirar Pandora bella in volto o âccettar dono che da lei venisse.

Rendi il furto, Prometeo, che, tolto, nel miser mondo tanti morbi misse. Qual fu più stolto puoi discerner poco, chi prese il dono o chi furò già il foco.

Stolta prudenzia e cieco accorgimento fu il tuo, e del fratel folle stultizia. Deh rendi il furto, se Giove è contento ritrar del mondo e morbi e la malizia.

Tu non sapevi ancor che 'l pentimento va drieto sempre a quel che mal s'inizia: credesti ingannar Giove, o error' gravi! Così maggiori error' fanno e più savi.

Se tu non eri, non dava l'offizio Giove a Vulcan di fabricar Pandora; Pallade l'arte belle e lo esercizio non vi agiugnea per farla più decora:

nel volto ogni bellezza, in bocca il vizio; la grazia Vener non li dava ancora e dolci sguardi e 'l bel sembiante umano; né Giove poi la nostra morte in mano.

Così leggiadra e bella non avria offerto il vaso al folle, come offerse. Lui, come sai, benché ammonito pria, il vaso prese e subito l'aperse.

Sùbito uscîr del vaso e fuggîr via pel mondo e morbi e passion' diverse; del vaso fatto dal celeste fabro Speranza sola si restò nel labro.

E così fu troppo dannoso e caro il foco che furasti nella ferula: da poi fu il mondo crudele ed avaro, la mente sempre disiosa e querula,

le guerre, incendi, e torti e 'l pianto amaro; da poi sulcorno e legni l'onda cerula; la menzogna, l'inganno e 'l romper fede, da questa vana ciascun mal procede.

Tu ti restasti in sull'orlo soletta, perché la Speme a terra mai non casca; se 'l disio nasce, ed ella tel prometta, dell'un vago pensier par l'altro nasca:

del male il bene e del ben meglio aspetta, sì come augello va di ramo in frasca, certa non mai: però né drento o fòra restò nel vaso che donò Pandora.

Troppo sforza e mortal', troppo presume questa inimica della umana mente; ancor nel cieco regno senza lume estender vuol la sua forza latente:

parse ad alcun degno e gentil costume la dolce vita abbandonar presente: la dolce vita sprezza e morte brama alcun, sperando poi viver per fama.

Pria che venissi al figlio di Iapeto del tristo furto il dannoso pensiero, reggeva nel tempo aureo quieto Saturno il mondo sotto il giusto impero.

Era il viver uman più lungo e lieto; era e pareva un medesimo vero; frenato e contento era ogni disio, né conosceva il mondo «tuo» o «mio».

La terra liberal dava la vita comunemente in quel bel tempo a tutti; non da vomere o marra ancor ferita, produceva e frumenti e vari frutti,

di odorifere erbette e fior' vestita, non mai dal sol, non mai dal gel destrutti; l'acque correnti dolce, chiare e liete spegnìeno alor la moderata sete.

Per l'erbose campagne lieti e sciolti givan gli armenti senza alcun timore, senza sospetto che gli fusser tolti da orso o lupo il timido pastore.

Erano i tori indomiti alor molti, non privi ancor del genital calore, né per fatica di lungo intervallo, del giogo avendo al collo il duro callo.

E' si potea vedere in una stoppia col lupo lieta star la pecorella, sanza sospetto l'un dell'altro, in coppia; non fero il lupo alor, non timida ella.

Né la volpe era maliziosa o doppia; e non bisogna che la villanella pe' polli tenga il botol che la cacci, ma par, se pur vi vien, festa li facci.

La lepre e 'l bracco in un cespuglio giace: l'un non abbaia e l'altra ancor non geme; tra 'l veltro e 'l cavriolo e cervio è pace, né alcun ne' piè veloci spera o teme;

scherzan tra loro e provocar lor piace talor l'un l'altro; e, se corrono insieme, non corron per fuggire il fero morso, ma sol per superar l'un l'altro in corso.

Semplice, bianca e senza una magagna, ove li piace la colomba annidia lieta, senza temer che la compagna o il maschio guasti l'uova per invidia;

non teme del falcon per la campagna, né tra le fronde dello astore insidia. Sora stridendo lieto lo aghirone, né teme il colpo e l'unghia del falcone.

Non teme la pernice che 'l terzuolo la stringa, come il ferro suol tanaglia, né restar presa in sul levar del volo dallo sparvier, quando è grassa, la quaglia;

gode lo smerlo che dal basso solo l'allodola cantando al ciel su saglia; né alla serpe dubitar bisogna d'esser esca a' pulcin' della cicogna.

Tu puoi pel prato scalzo ir senza rischio di far crucciar, calcando, il frigido angue, e serpenti non han veleno o fischio, onde dal volto al cor si fugge il sangue:

sicuro è mirar fiso il bavalischio, né pel guardo mortal tristo alcun langue. Né gli animali al fonte han pazienzia che l'unicorno facci la credenzia.

El tigre e 'l fer leone e la pantera come conigli, mansueti e pigri, ed ogni vile e mansueta fera feroce par come leoni e tigri.

Non fugge l'animal l'umana cera; gli augei bianchi, vermigli, gialli e nigri già per le folte macchie non si ascosono: in mano, in testa, in spalla all'uom si posono.

Non era ancor nel petto de' mortali di carne saziar la fera voglia. Pel nutrimento diventiam bestiali, che 'l sangue uman di sua natura spoglia;

quinci guerra è tra l'uomo e gli animali, quinci fugge l'uccel di foglia in foglia, e si lamenta con pietoso strido quando non truova e cari figli al nido.

Non si sentiva il doloroso belo della madre che perde il caro agnello, la vacca non empiea di mughi il cielo tornando senza il figlio dal macello,

né per difender le membra dal gelo muoion le fere, per averne il vello. Secura agli animali era la traccia, né per nutrirsi o per piacer si caccia.

Gli augei cantando van di ramo in ramo senza sospetto di rete o di lacci; truova la starna e figli al suo richiamo se avvien che gli rassegni o il conto facci;

né sotto l'esca avien trovato l'amo e pesci ancora, o rezze o altri impacci. La porpora sicura è dalli inganni, né tigne il sangue e preziosi panni.

Sicuro già non teme, anzi s'accosta con cento code il polpo alla murena, né serra ambo le bocche alla aligosta né la aligosta morde in su la schiena

la murena a difendersi indisposta, né fa vendetta l'una all'altr'apena; oggi l'un altro vince, e par che ceda, e 'l vinto 'l primo vincitore ha in preda.

Così, pien di fatica e luce, il giorno pallida e rossa l'aurora caccia, lei poi la notte, qual fuggendo intorno convien che 'l giorno infin sua preda faccia;

e, mentre suona il cacciatore il corno, vinto rimane in questa eterna caccia: così tra queste fere in mare occorre, se si dée queste cose a quelle opporre.

Teneva occulte nel ventre la terra le triste vene in sé d'ogni metallo, né il fer disio i cor' mortali afferra d'oro, e non era per paura giallo;

né ferro si trovava atto alla guerra, né col freno o col piè suona il cavallo, né il bronzo propagava la memoria, né sete alcuna era di mortal gloria.

Nereo quieto e ciascuna sua figlia d'Argo ancor la prima ombra ne' lor regni non avìen visto pien' di maraviglia, o dal remo o dal vento muover legni,

né misurare il mare e liti a miglia, con mille altri dannosi e nuovi ingegni. D'isole ancor non s'era il nome udito, parea finissi il mondo ove era il lito.

Nelle piante era il fior, la foglia e 'l pome, né tempo o sito l'ordine confonde; in ogni loco la natura prome ogni animale in terra, in aria, in onde;

ogni cosa chiamata pel suo nome secondo il natural valor risponde. Non era alcuna cosa vecchia o nuova, né maraviglia a quel tempo si truova.

El corpo uman sì bene era disposto, sì bilanciati e partiti gli umori, che 'l disio era frenato e composto: non speme, non invidia, ira o dolori;

né la natura appetito ha proposto che per le vie comune o pe·li pori superfluo venga alcuno: e nulla avanza per dolcezza di cibi o abondanza.

Così belli, robusti, sani e netti non senton, ché non era, caldo o gelo, né fuggon brina o acqua sotto e tetti, né fa tremar il cor di Giove il telo.

Il dolce sonno per gli erbosi letti è quando senza sole è il nostro cielo; quando e razzi del sol le nebbie purgono, cogli animal', co' fiori insieme surgono.

D'amore accesi senza passione, Speranza o Gelosia non li accompagna: un amor sempre, qual il ciel dispone e la natura, che è senza magagna.

Con questa simil di complessione soletti e lieti van per la campagna; l'età non mai o puerile o grande; e panni son le fronde, e fior' ghirlande.

Qual porpora non perde a que' colori, qual grana o chermisì in lana o in seta? quale argento o qual oro agguaglia e fiori? Così menan la vita sempre lieta.

Oh dolce tempo, oh dolcissimi amori! Oh vita sempre disiosa e queta, ché l'acceso disio mai non tormenta, né, spento, il corpo languido diventa.

Tanto è il disio quanto natura vuole, e vuol quel che ha, e quel che ha non l'offende, né mai d'averlo o non aver si duole, né manca mai o maggior forza prende.

Quel che oggi piace piacer sempre suole, non sazia o penitenzia indrieto rende: da se stesso se adempie e da sé frena, né per l'uno o per l'altro sente pena.

Ogni appetito, che altri offenda, dorme: ambizion non occupava e regni. Era natura alora assai conforme tra l'uom beato e li celesti segni:

queste proprietà, quelle alte forme vedevan gli occhi, vedevan gl'ingegni; non dubbio alcun, non fatica ha il pensiero, senza confusione intende il vero.

L'ingegno era aguagliato col disio, la voglia con la forza dello intendere: stavan contenti a conoscer di Dio la parte che ne puote l'uom comprendere;

né la presunzion del vano e rio nostro intelletto dee più alto ascendere, né ricercar con tanta inutil cura le cause che nasconde a noi natura.

Oggi il mortal ingegno pur presume essere un bene occulto, al quale aspira; muove l'uman disio il basso acume, né truova ove fermarlo; onde s'adira

e duolsi che la mente ha troppo lume, quel ben presupponendo; e, se nol mira, si duol del poco e vede che non vede: esser cieco o il veder perfetto chiede.

Al troppo manca, e par che avanzi al poco: men vegga il troppo, e 'l poco assai presuma; e, come in verde legno debil foco, non splende chiar, ma gli occhi umidi affuma.

Gli uccei notturni son degli altri gioco, cercando il sole; e l'insolita piuma Icaro perde se troppo alto sale, e resta in mezzo al ciel uccel senza ale.

Come uccel peregrin che il lito amato pel freddo lassa e il mar volando varca, stanco già a mezzo l'onde d'ogni lato l'acqua sol vede e di dolor si carca:

non ramo o scoglio ferma il suo volato; se pur l'onde solcar vede una barca, de l'uom le mani e del mar la tempesta teme, e dubbioso in mezzo l'onde resta;

così se lassa il suo nativo sito la mente, da se stessa si confonde; se vuol cercar uno incognito lito, dubbiosa e stanca alfin resta tra l'onde.

Alor vedeva lo ingegno espedito quel ver che alle sue forze corresponde, né la presunzion questo ben guasta: voglion quanto hanno, e quel che intendon basta.

Quel che 'l ciel da sé mostra e la natura, intendon senza aver dubbio o fatica, né la troppa sottile e vana cura muove la bile o adusti umor' nutrica.

La nuda verità gentile e pura lunghe vigilie o studio non mendica: questa vera dolcezza e bella vede la mente, e, qui contenta, altro non chiede.

Questo felice tempo al mondo tolse, a l'uom la vera sua beatitudine Prometeo, che troppo saper volse: dal saper troppo nasce inquietudine.

Per saper poco il van fratello sciolse la morte poi, e morbi in moltitudine. Troppo e poco saper la vita attrista, ché 'l troppo e 'l poco equal dal mezzo dista.

El folle antiveder, la stolta cura e la presunzion del vano ingegno il foco trasse della sua natura: le forze estese alor fuor del suo regno.

Quinci la guerra nacque, che ancor dura, tra li elementi, che n'ebbono sdegno; triema la terra, il ciel lampeggia e piove: ogni distemperanza di qui muove.

Questo mal foco il fer disio accese di superar l'un l'altro gli elementi; la trista voglia poi più basso scese ne' mortal' corpi e nelle umane menti;

dalla Speranza ogni sua forza prese, che soffia nel mal foco co' suoi venti. Così sta il mondo ed ogni mortal vita per guerra, che non è ancor finita,

sì come nave in alto mar, percossa da rapidi e tra lor contrari venti, travaglia, ma del luogo non è mossa se avvien che sieno equalmente potenti,

ma, se l'un sforza e più che l'altro possa, stanca alfin vinta va drieto a' perdenti. Oh miser mondo, anzi stolto a chi piace o crede in tanta guerra trovar pace!

Arda almeno, arda questo foco tanto che gli altri tristi umor' tutti consumi, poi si ritorni al primo loco santo, né altri più di furarlo presumi.

Torni il dolce ozio senza Speme o pianto, sudin le querce il mèl, corrano e fiumi nettare e latte, e dolor' sien cacciati, ardin di dolce amor e cor' beati.

In questi dolci luoghi, in questi tempi pommi, Amor, con la bella donna mia, nell'età verde, ne' primi anni scempi, senza Speranza, senza Gelosia;

né 'l tempo mai l'età matura adempi, ma il nostro dolce amore eterno sia: non più bellezza in lei, non altro foco in noi, ma sol quel dolce tempo e loco.

Quel dolce loco e basso paradiso, quel bel tempo, non ha altro difetto che di veder Madonna bella in viso; questo lo fa dolcissimo e perfetto,

se sente le parole o il suave riso, sopra quel ch'è vero amore e diletto. L'oro di quella età quasi divina nel dolce foco di mia donna affina.

E, se pur questo l'alta legge vieta, Amor, tanta Speranza caccia almeno, inimica, domestica e secreta, che uccide il cor col suo dolce veleno.

Rendimi l'amorosa luce e lieta e 'l dolce sguardo angelico e sereno; fa' il dolce sguardo a questa cruda e trista sì come il bavalischio a mortal vista.

Se tu mi rendi bella ed amorosa la mia donna gentil, com'io lasciai, quella età d'oro, o vera o fabulosa, io non ti chiederò, Amor, già mai,

né altro paradiso o altra cosa. Ove è donna mia, come tu sai, concorre ogni virtù, ogni dolcezza: e ciò che è bello, è nella sua bellezza.

Lasso a me, or nel loco alto e silvestre, ove dolente e trista lei si truova, d'oro è l'età, paradiso terrestre, e quivi il primo secol si rinuova.

Se, trista e lassa, in quelle parti alpestre avvien che ogni dolcezza e grazia muova, se, dolorosa, tanti beni ha seco, or che farà quando fia lieta meco?

Quel che farà, se 'l tristo cor vi pensa, tanto disio, il misero, l'accende, che offeso poi da crudel doglia immensa a fatica da morte si difende.

Se pur Amor gli promette, o 'l dispensa che pensi ad altro, questo più l'offende. Viver non può senza pensier' d'amore, e, pensando anche alla sua donna, muore.

Amor, che vedi il suo misero stato, pietoso, come io credo, del suo male, vola velocemente in quel bel lato, portami la mia donna, o le tue ale

metti agli omeri, e dammi il tuo volato, ch'io per lei vada: se mi se' rivale, com'io penso, ed acceso de' belli occhi, ho gelosia se nel portar la tocchi.

Se mi farai uno amoroso uccello, io arderò, come fenice suole, ne' febei raggi, e mi farò più bello, regenerato dal mio chiaro Sole.

Se le tue ale abruceranno in quello foco gentile, il torto hai se ten duole, e non è giusto te ne chiami offeso, perché tu hai quel gentil foco acceso.

Questo foco furò da te lo sguardo della mia donna, e 'l cor con esso accese: tu ne sdegnasti, io ne patisco ed ardo d'un diverso disio, che forza prese.

Tra 'l cor veloce e 'l corpo grave e tardo tira il foco e 'l pensier al bel paese: qui resta il corpo, ed e' segue il pensiero; né vo, né sto, né son diviso o intero.

Questo foco è d'una gentil natura: stassi nel cor nella più alta cima e la materia, che era rozza e dura, con qualche suo dolor consumò prima;

alfin l'incendio si fe' luce pura, che par nel cor diafano si esprima: così nel cor, non che in sé luce abbi elli, luce la luce de' due occhi belli.

Con gran fatica drento al petto lasso lo tengo, che non fugga con la vita: questo gentil così puote star basso, se per forza la via non gli è impedita,

come in mezzo del ciel fermarsi un sasso, ché l'uno il centro e l'altro il ciel invita: natura ogni riposo gli disdice se non torna alla bella furatrice.

Così son io una rete distesa, la qual il legno van tien sopra l'onda, e 'l grave piombo che da basso pesa la tira nella parte più profonda;

alfin ciascun di lor perde la 'mpresa, bagnasi il legno e 'l piombo non si affonda, né l'un disio, né l'altro par si faccia; la rete intanto si consuma e straccia.

L'imagin bella, che nel core stampa la bianca man sì come fusse viva, inganna in modo l'amorosa vampa che si sta seco ed è cagion che io viva.

Quel dolce inganno la mia vita scampa, e, se non fusse, via con lei sen giva: vede nel cor la sua ladra sì bella, che si quieta e crede esser con quella.

Sì come il cacciator, che e cari figli astutamente al fero tigre fura, e, benché innanzi assai campo li pigli, la fera, più veloce di natura,

quasi già il giugne e insanguina gli artigli; ma, veggendo la sua propria figura nello specchio ch'e' truova su la rena, crede sia il figlio e 'l corso suo raffrena;

così drento allo specchio del mio core si queta questo bel foco amoroso; ma, poi che riconosce il vano errore, questo fer tigre surge furioso;

e, se non giugne il ladro cacciatore, non truova irato alcun breve riposo. Amor, che vedi e la pena e il periglio, o tu m'aiuta o tu mi da' consiglio.

Se pur la bella donna non mi rendi, serri un placido sonno gli occhi molli: se dormendo la veggo, tu difendi la vita coi pensieri erranti e folli.

O sonno, che col pianto ognor contendi di prender gli occhi, spiana li alti colli, l'aspra via leva e sassi e boschi e fiumi, e mostrami d'appresso i vagli lumi.

Io veggo non so che nell'ombra oscura: un foco è che di cielo in terra casca, quasi un vapore, e la sua luce pura arriva in terra, e par che lì rinasca:

torna la fiamma in verso il cielo e dura, senza che nuovo nutrimento il pasca. Qualche propizio nume agli occhi mostra che presto rivedrem la donna nostra.

I' sento un suave venticel, che spira dalla aurora rutilante e rossa, ogni animal, che accieca quando mira la febea luce, credo fuggir possa.

Raddoppia e baci l'amante, e sospira che sia già della notte ogni ombra scossa; pien di maggior disio, con gran fatica esce di braccio alla sua dolce amica.

Già alcun de' più solleciti augelli chiamono il sol con certi dolci versi, e impongon la canzona; e segue quelli il coro poi di mille augei diversi.

E fior', che senza sol si fan men belli, non posson più nella boccia tenersi: pria d'un color e poi, dal sol dipinti, si fan di mille, da niuna arte vinti.

Cacciata fugge innanzi l'aurora: l'aer già spoglia la cangiante vesta e vestesi di luce che lo indora, di negro quel che senza Febo resta.

Ecco il mio Sol che vien del monte fora, e lascia quella parte ombrosa e mesta: veggo la luce e sento già il calore, la luce è la bellezza e il caldo amore.

Questa luce conforta e non offende gli occhi, ma leva loro ogni disio di veder altro, e 'l foco non incende, ma scalda d'un calor suave e pio.

Madonna questi dua per la man prende: dalla sinistra mena il cieco dio, e la Bellezza dalla destra tiene, e lei più bella in mezzo a questi viene.

Amor, che mira e due belli occhi fiso, raddoppia il foco onde se stesso incende: la Biltà, che si specchia nel bel viso, più bella e più sé a se stessa rende.

Madonna muove in quello un suave riso, dal quale ogni bellezza il mondo prende: questa sola bellezza lo innamora, in varie cose il bel principio ignora.

Cantando vengon lietamente insieme, ne sente ognun la dolce melodia: el cor la intende, e di ridirla teme agli altri. Avvien della bella armonia

come della celeste in queste estreme parti del mondo, che par muta sia, ché 'l basso orecchio a quel tuon non s'accorda: così la gente a quel bel canto è sorda.

Dicemi pure il cor secretamente che le parole di questa canzona composte ha la Bellezza, e dipoi sente che Amore il canto gentilmente intuona;

e, benché l'abbi in secreto la mente, pur non si esclude ogni gentil persona; ridirlo a questi al cor non è molesto, e, per quel ch'e' ritrae, il canto è questo:

«O vaghi occhi amorosi, che in questo e in quel bel viso, quando mirate fiso, vedete mille bellezze diverse;

mentre vi sono ascosi questi due vaghi lumi, stolto alcun non presumi aver veduto la bellezza intera.

Qui è la biltà vera tutta accolta in un volto; quinci lo esemplo han tolto l'altre, che in varie cose son disperse.

Chi questa biltà mira, di eterno e dolce amor sempre sospira».

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