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1449–1492

LXXII

Lorenzo de' Medici

Per rinnovare Amor l'antiche piaghe, che avea nel cor richiuse o fredda voglia o suo poco valore, l'obietto antico e quelle luci vaghe

di pietà circumfuse offerse agli occhi, e per lor mezzo al core. Sembrava il pio sembiante che dolore non tanto avessi di mia dura sorte,

ma con umili e accorte voci parea del mal chieder merzede, come conviensi a tanta ingiusta offesa; persuadendo al cor che troppo pesa

negar perdon, chi umilmente il chiede. Questo dicea, tacendo, il bel sembiante: nol potea altri udire che un amante. Io, come quel che non avea ben salde

l'antiche cicatrice, di tal sùbita forza, incauto!, oppresso, non ben pensando ancor quanto è gran lalde svegliere alle radice

quel che è difficil poi tagliare appresso, non pote' far che a sì suave messo non inclinassi l'uno e l'altro orecchio; ché 'l rio costume vecchio

tôr non mi può dal core in tempo breve. E benché avessi ancor quasi presenti l'ira, li sdegni e' tristi pentimenti, fu più il disio su tal bilancia grieve:

né altro fe' che far soglia colui che ha i primi moti in potestà d'altrui. Ma poi, come uomo usato aver vittoria d'imprese assai dubbiose

sa qual sia del vittor la condizione, parte per racquistar la persa gloria, parte per non far cose che ad altri dian di me iuridizione,

ripensando alla prima inclinazione, vergogna ebbe di sé l'animo degno; onde scudo di sdegno oppose al colpo sùbito e mortale.

Così feci a tal forza resistenza: e fu tanto maggior la mia potenza, che invan fe' la percossa dello strale; né però sì mi copersi e difesi,

che ancor di tal difesa non mi pesi. Perché restò dentro al mio petto sculto, come in cera sigillo, quel benigno sembiante umìle e pio;

e fu tanto veemente il primo insulto, che poi punto tranquillo per tal pensier non ha avuto il cor mio, anzi sempre lo truovo ove sono io.

Veggo quelli occhi di pietate adorni, e par spesso mi torni innanzi quel ch'io disiai già tanto. Queste parole suonan nella mente:

onde un pensier dentro dal cor si serra, che, s'è presente, assente mi fa guerra. Questo pensiero e 'l riguardare indrieto qual sia suta la mia vita,

mentre inimico fui a mia salute, mi fêr veder che 'l dolce sguardo lieto, e 'l simulato aita era alfin per lungar mia servitute.

E perché poco val quella virtute che 'l mal vede venir se non soccorre, pensai quel nodo sciôrre che all'alma avea il suo bel viver tolto,

e renderli l'antica libertate; e più forza ebbe in me la mia pietate, che quella che mostrava il vago volto. Così mi tolsi dall'error commesso,

e libero rende' me a me stesso. Priega, canzona, il bel figlio di Venere, che omai l'ardente face per me rimetta e lo stral fiammeggiante;

spento è il suo foco, e se ancor caldo è il cenere, non prolunghi la pace per questo: che fatto è il core adamante; né inquieti omai la mente errante

con sue speranze, o pensi più condurne per vision notturne al primo impio disio ove già m'ebbe. Poiché, quando era avermi in sua possanza,

non volse, di me perda ogni speranza, or che non può, quando forse vorrebbe. Di' che non facci indarno omai più prove, ma serbi l'arco e le saette altrove.

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