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1449–1492

LXVII

Lorenzo de' Medici

Amor, tu vuoi di me far tante pruove, e sì i tuoi servi aspreggi, quanto più fedel' sono, antichi e interi; che più servire alle tue inique leggi

non vo', ma per vie nuove andare e ricercar nuovi sentieri: perché non par che io speri nel vecchio altro piacer che affanni e pianti,

sospir', paura, vergogna, ira e disdegno. Così avess'io il tuo regno conosciuto e la vita delli amanti, quel dì che i casti e i santi

pensier' miei in tutto volsi a te, che dimostravi darmi pace, quando me a me tolsi, che, quanto fu più presto, men mi piace!

Io m'ero sanza alcun riserbo dato, e per più vero segno della mia intera, pura e vera fede, non prezzo alcun, ma il cor li die' per pegno;

(e 'l dominio e lo stato di me libero prese, ove ancor siede), sperando che merzede dovessi aver de' mia gravosi affanni,

e di mille promesse che almeno una fussi vera, e Fortuna qualche volta mutassi volto e panni. Or la fatica e li anni

mi veggio avere al tutto perduti e l'età mia florida e verde, sanza altri fiori o frutto, ché 'l tempo più che un tratto non si perde.

Ma non è maraviglia s'io fu' giunto, semplice e giovinetto: sotto tal esca mi mettesti l'amo! Perché non mortal cosa per oggetto

mi desti l'ora e 'l punto che facesti che ancor servo mi chiamo, perché chi mi fe' gramo cosa divina parve agli occhi miei;

né credo che ingannar potessi o voglia. Onde i pianti e la doglia, ch'io ho sofferti per seguir costei, già corsi solar' sei,

mi fûr piacer, ma ora, ch'io veggo esser fallace ogni mia spene, sendone al tutto fora, Amore, io lascio i lacci e le catene;

e do le vele mie al miglior vento, ché in sì crudel tempesta non era il navicar sanza periglio. Lascio la vita lacrimosa e mesta

e 'l faticoso stento, e nuova via, altro governo piglio; e con miglior consiglio reggo la barca mia fra le salse onde,

ch'era già vicina ad uno scoglio. Per altro mare ir voglio, la stanca prora vo' drizzar d'altronde, ove non si nasconde

sicur riposo e porto, che poco innanzi m'era sì lontano. Fammi il passato accorto, e la fatica e 'l tempo perso invano.

E' mi s'agghiaccia nelle vene il sangue, quando or meco ripenso la dura vita perigliosa e ria. E, come quasi perde ciascun senso

chi un venenoso angue passando calca in mezzo ad una via; che poi via più che pria teme, già sendo del pericol fore,

non conoscendo il male allor quando era; e quella crudel fera, la qual calcato avea con franco core, rimira con maggiore

temenza, già sicuro; così riguardo il mio viver indrieto, rigido, impio, aspro e duro, né so ben qual son più, pauroso o lieto.

Canzona, poiché abbiam mutato stile, non far l'usata via: conforta a libertà l'alma gentile.

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