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1449–1492

IX

Lorenzo de' Medici

«Vieni a me, peccatore, che a braccia aperte aspetto; versa dal santo petto visibilmente acqua, sangue e amore.

Come già nel diserto la verga l'acque ha dato, così Longino ha aperto con la lancia il costato.

Vieni, o popol ingrato, a bere al santo fonte che non muore». Era in arido sito el popol siziente;

è della pietra uscito largo fonte e corrente. Qui bea tutta la gente: la pietra è Cristo, onde vien l'acqua fore.

Chi sete ha avuto un pezzo alle sante acque venga, e chi pur non ha prezzo per questo non si tenga,

ma con letizia spenga la sete alle acque il suo divoto ardore. Questo è quel Noè santo che 'l vin della uva preme,

innebriato tanto sta scoperto e non teme, Sem e Japhet insieme le cuopron, Cam accusa il suo errore.

E così nudo in croce Iesù, di amore acceso, non cura scherni o voce di chi l'ha vilipeso;

poi Nicodemo ha preso e involto in panni il dolce Salvatore. Ebro di caritate così il vide Esaia:

rosse e di vin bagnate le sue veste paria; del torculare uscia del vin: questo è la croce e il gran dolore.

«El petto e santi piedi verson sangue per tutto; le mani e il capo vedi patire, e tu n'hai frutto;

perché io sia così brutto, vien' pure, o penitente peccatore. Deh, accostati a me, non temer che io t'imbrodi,

il mio car figlio se' ch'io chiamo in mille modi; non mi terranno e chiodi ch'io non ti abbracci e stringa col mio core!

Non temer la crudele spina che il capo ha involto, o che d'aceto e fele sappin le labra molto;

bacia il mio santo volto, deh, non avere a schifo il tuo Signore! Questo sangue, che io spargo, non imbratta, anzi lava;

questo perenne e largo fonte ogni sete cava; ogni mia pena aggrava se non è conosciuto tanto amore».

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