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1449–1492

IV

Lorenzo de' Medici

Sanza esser suto da altro nume scorto, modulato ho colla zampogna tenera el verso, col favor che Pan ne ha porto. Pan, quale ogni pastore honora et venera,

il cui nome in Archadia si celèbra, che impera a quel che si corrompe et genera. Or, perché quanto la luce è più crebra et più lucente alli occhi de' mortali,

par sia maggiore obscuro et più tenèbra, all'alma adviene come a certi animali, che manco veggono quel ch'è più lucente: ancor gli occhi nostri al sole son tali.

Et così l'occhio della nostra mente per la imperfectione sua manco vede quel ch'è più manifesto et apparente. Salir non può più alto il mortal piede,

onde conviene che altri il camino scorga e lievi l'alma al cielo, che in terra siede. La figlia qui del gran Tonante sorga, che sanza matre del suo capo uscìo;

questa la mano al basso ingegno porga. D'uno amor sancto incenda il mio disio et d'un tale lume lo 'ntellecto allumine, qual si conviene a chi vuole parlar di Dio.

Et come sanza matre è il sancto numine, così sanza materia netto et puro si separi dal corpo il nostro acumine. Mostri questo il camino vero et sicuro,

et sia allo intellecto mio quel sole ch'ogni confuso lievi et ogni obscuro. Or, perché qui la mia Musa si duole, spesso da me chiamata, hor derelicta,

accusar me de ingratitudine vuole. Musa, tu le parole e 'l verso dicta et quella luce che Minerva prome, come mostra è da lei, da te sia scripta.

Apollo, se ami ancor le caste chiome della tua tanto disiata Damne, soccorri a chi ritiene il suo bel nome; et tanto del tuo sacro furor danne,

non quanto a me conviensi, ma al suggiecto di che debbo cantare, bisogno fanne. Tua gratia abondi più, se è più il difecto, acciò che quello che soggiunse Marsilio

ne' versi chiuga come è nel concetto. Quale, riguardando noi con lieto cilio, disse: «Come vaggiam, qui non è il bene, Alpheo padre, in età tu Lauro filio.

Mentre è legata in corporale catene et in questo obscuro carcere l'alma accolta, sempre ambiguità, sempre ardore tiene. Anzi nel corpo in tanto errore è involta,

che non ha di se stessa cognitione, fin che in tucto non è libera et sciolta. Dunque veggiam che la separatione che fa l'alma dal corpo, ch'è beata,

ne dà di questo ben la perfectione. La divina iustitia al bene fare grata serba, come pria dissi, questa palma all'anima che a Dio è dedicata.

Ma doppio è il contemplare della nostra alma, l'angelica natura et la divina: la prima non è la quiete o calma. Nostro intellecto, per natura inclina

ricercare d'ogni cosa la sua causa, d'una in altra cagione sempre camina; et mai non ha quiete alcuna o pausa, finché d'ogni cagion la causa truova,

ch'è nello arcano di Dio serrata et clausa. La voluntà conviene sempre si muova, né si contenta d'alcuno bene già mai, sopra il quale sia maggiore dolcezza nuova.

Fermasi et posa solo ne' divini rai, perché d'intero bene ha sempre inopia, finché il suppremo bene ritrovato hai. Tutto quiesce nella causa propia,

e questo è Dio: adunque Dio è quello, non l'Angielo, che ne dà di tal bene copia. Benché Avicenna, Spano et Algazello fermassino nella prima il bene suppremo,

il vero bene è Dio formoso et bello. Ma, contemplando Dio, due vie havemo, una per lo intellecto Dio vedere, onde per questo mezzo il conoscemo;

l'altra è pel conosciuto ben gaudere per mezzo del disio, onde il felice et disiato fine puoi possedere. Plato divino, al mondo una fenice,

la prima visione ambrosia appella e il gaudio pel veduto nectar dice. Due ale ha la nostra alma pura et bella, lo intelletto e 'l disio, ond'ella è ascensa

volando al sommo Dio sopra ogni stella, ove si ciba alla divina mensa d'ambrosia e nectar, né già mai vien meno questa somma dolcezza eterna et imensa.

Di questi due è il nectare più ameno all'alma, che alhora vive al mondo interita et il gaudio del veduto assai più pieno. Perché s'è più nella vita preterita

merito Dio amando che intendendo, se amore è il fiore, el frutto merita. Che amor merita più, provare intendo e che più l'alma amando in vita acquista

la divina bontà che inquirendo. Prima sì poca è nostra mortal vista che vera cognitione di Dio non dona, ma pare, in vita, in più errori consista.

Ma quello ha voluntà perfecta et buona et Dio veramente ama, che a se stesso per Lui o ad altra cosa non perdona. Come errore fa maggiore et più expresso

chi ha Dio in odio che chi non lo intende così chi l'ama più, più merto ha in esso: questo Natura e la ragion ne ostende. Per fare il decto mio più vero et forte

de' contrarii una regola si prende: Amor del paradiso apre le porte, né la nostra alma amando già mai erra, ma il ricercarlo spesso induce morte.

Leva in superbia l'animo di terra la scientia talhora et li occhi vela: a questi sempre Dio s'absconde et serra. A' sapienti et prudenti si cela,

come di sé la sancta bocca disse, amore a' semplici occhi lo rivela. Colui che ad perscrutare di Dio si misse, già non li atribuisce et non lo honora

per questo, et forse a sua gloria lo ascrisse. Ma chi di sua bellezza s'innamora, et sé et quel possiede a Dio presenta, ad cui Dio sé retribuisce ancora.

L'anima che al conoscer Dio è intenta, in lungo tempo fa poco proficto; quella che l'ama, presto assai contenta. Così conchiuderem per quel ch'è dicto,

che, se lo amore più merta, alcun non pensi che maggiore premio non li sia prescripto. A chi cerca vedere, vedere conviensi, ma allo amante della cosa che ama

gaudere sempre et fruire piaceri immensi. Amore è quello, el qual disia et brama, amore è quello che debbe havere il merto, onde più degno fin drieto a sé chiama,

come noi mosterremo ancor più certo».

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