«Quello che Fortuna in sua potentia tiene, - soggiunse a noi parlando il novel Plato -, dunque chiamar non puossi intero bene. El bene del corpo ben proportionato
solo in tre parte si divide et pone: l'essere robusto, sano et pulcro nato. E primi due, da poca lesione offesi, quel bene perdono, che già piacque
per sommo bene al robusto Milone. Però felicità già mai non giacque in questi, né è ancora porto tranquillo in quello che bello et spetioso nacque.
In questa il sommo bene già pose Herillo, et benché fussi ogni bellezza in esso, già contento per questo non puoi dillo. Se l'esser pulcro ad alcuno è concesso,
ad altri giova più quella figura sanza comparatione che a se stesso. Quest'è uno bene che toglie et dà Natura, né puossi in esso la speranza porre,
ché, come un fior, lo strugge il tempo et fura. Però passa il pensier più oltra et scorre, et dice: «Forse fia in nostra mente, di cui altri che noi non può disporre?».
E ben' della nostra anima vivente son divisi da' savi in parte bina: l'una rationale, l'altra che sente. La ragione tiene in sé parte divina,
el senso comun è con li animali, et per due vie in questo si camina. La prima è che li sensi tuoi sien tali da fare perfectamente il loro offitio;
la seconda i dilecti sensuali. Qui Aristippo errò con van iuditio et qui pose la mira troppo bassa, pigliando d'esti l'uno et l'altro vitio.
Alcuna spetie d'animali ne passa perché hanno certi sensi più acuti che l'alma nostra infastidita e lassa. Sarieno adunque più felici e bruti;
et, oltr'a questo, per li acuti sensi più dispiaceri che piaceri sonsi havuti. S'egl'è più il male che il ben, certo conviensi che più cose si gusti, hodori e cerna
con dispiacere, né so qual ben compensi. Dilecti sensuali son guerra eterna et innanzi hanno un ardore che il core distrugge, sospitione gl'accompagna et governa,
poi pentimento, quando il piacer fugge; et tanto dura questa voluptate quanto il cor, per l'ardor, disia e rugge; ché tanto dura la suavitate
del bere, quanto la sete il gusto invischia: se quella manca, et tale felicitate. Nulla col suo contrario stare s'arrischia: ben non è adunque, anzi più tosto male,
dove dolore con voluptà si mischia. Qui s'absolve la parte sensuale et viensi all'altra, chi ben si rimembra, più bella, che decta è rationale.
Ha questo capo sotto sé due membra, la virtù naturale et l'acquisita, e così prima si divide et smembra. La prima nasce colla nostra vita:
ciascuno ne ha certi semi et certo lume, come l'alma è dentro dal corpo fitta. Memoria, audacia et dello ingegno acume in questi non è il bene, ché sono secondo
che li fa l'uso et il buono o rio costume. Anzi, se più perfecti, maggior pondo all'alma danno, se sono male usati, come fa il più del tempo il cieco mondo.
E beni, che sono nel vivere acquistati, si dividono ancora in parti due (così di grado in grado siam montati): speculativa et activa virtùe;
di queste due la prima è assai più degna; comincereno dall'altra ch'è vile piùe. Questa vivere al mondo sol ne insegna con le virtù morali in compagnia
e prepararne alle altre ancora s'ingegna. enone et la sua setta per tale via et la cinica turba tucta corse, dicendo il vero fine in esse stia.
Più lume la Natura non li porse, et disson quel che ad mettere ad effecto più difficile che a dire sarebbe forse. Ciascuno di questi ben' par sia suggietto
a fatica, a dolore et a durezza, però non vuole ragione che sia perfecto. Perché la temperanza et la fortezza son nelle operationi laboriose:
in più dolor, più ciascuna si prezza. El fine par sia di tucte humane cose affaticarsi, non già per fatica, ma perché l'alma poi quieta pose.
Laonde falsamente pare si dica che in questo bene il vero fin consiste, che dal proprio dolore il bene mendica. Ma che bisogna havere più cose viste?,
poiché Colui che al vero fine ne mena, ne die' sententia, et tu in quella siste. Optima parte elesse Magdalena, poi che una delle due è necessaria,
quella di Marta è di turbatione piena. Questa è la verità che mai non varia: nessuno al vero suo iuditio appella, anzi ogni cosa è falsa a·llei contraria.
Come vedete, Marta non è quella che spegner possa la nostra lunga sete, ma l'acqua chiesta dalla feminella Samaritana, et di quella chiedete:
seguiamo Maria, che presso al sancto piede non sollecita gìa, ma in quiete. Così la mente che contempla siede, et quando al contemplato ben s'appressa,
altro che contemplare già mai non chiede; allor la sua salute gli è concessa. Hor perché alcuno cierta ignoranza veste, anco in tre parti poi divisa è essa.
La prima è contemplare cose terrestre et naturali, et la seconda il cielo, la terza è quel che sia superceleste. Democrito fermossi al primo zelo,
et che natura ad caso conducesse quel ch'è o fia e stia sotto tale velo. Et voleva che quello che 'l mondo havesse, sanza fare exceptione di cosa alcuna,
la multitudine d'athomi facesse. Ma il vero bene non è sotto la luna: dunque non è nel contemplare di quelle cose, che si disfanno a una a una.
Lo speculare cose celesti et belle, sì come il grande Anaxagora volse, contento al cielo mirare et le stelle, non è bene sommo; et tale palma li tolse
un altro maggiore bene che li sta sopra, che in sé l'honore de' più bassi raccolse. Et come il sole pare l'altre stelle copra, così questo splendore lucente et chiaro
spegne l'inferiore, ch'è più degna opra. Tanto più degno, quanto egli è più raro contemplare quel che sopra il cielo dimora, come parve al philosafo preclaro
Aristotile, che il mondo tucto honora. Ma tal contemplatione ha in sé due parti: una che l'alma fa col corpo ancora, l'altra che questa vita non può darti.
Nella prima Aristotile pare metta el sommo bene, sanza altro separarti. Dice, chi bene sua sententia ha lecta, che la felicità è l'operare
virtù perfecta in vita ancor perfecta. Ma se in due cose il vero bene dee stare, l'una la volontà, l'altra lo intendere, perfecta o l'una o l'altra non può fare,
perché la mente non può ben comprendere, sendo legata in questo corpo et, inclusa, ha disio sempre di più alto ascendere. Resta in anxietà et circunfusa
da più ardore per quel bene che le manca e drento allo intellecto più confusa, lo intellecto e 'l disio così stanca: adunque mai non truova la nostr'alma
la pura verità formosa et bianca, mentre l'aggrava esta terrestre salma».
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