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1449–1492

II

Lorenzo de' Medici

Poi che io gustai, Iesù, la tua dolcezza, l'anima più non prezza del mondo cieco alcun altro diletto. Da poi che accese quella ardente face

della tua carità l'afflitto core, nessuna cosa più m'aggrada o piace; ogni altro ben mi par pena e dolore, tribulazion e guerra ogni altra pace,

tanto infiammato son del tuo amore; nulla altro mi contenta o dà quiete, né si spegne la sete, se non solo al tuo fonte benedetto.

Quel che di te m'innamorò sì forte, fu la tua carità, o Pellicano, che per dar vita a' figli, a te dài morte e per farmi divin, se' fatto umano:

preso hai di servo condizione e sorte, perch'io servo non sia o viva invano. Poiché 'l tuo amore è tanto smisurato, per non essere ingrato

tanto amo te, che ogni cosa ho in dispetto. Quando l'anima mia teco si posa, ogn'altro falso ben mette in oblio: la tribulata vita faticosa

sol si contenta per questo disio, né può pensare ad alcun'altra cosa, né parlar né veder se non te, Dio. Solo un dolor li resta, che la strugge:

el pensar quando fugge da lei il dolce pensier per suo difetto. Vinca la tua dolcezza ogni mio amaro, allumini il tuo lume il mio oscuro,

sicché il tuo amor, che m'è sì dolce e caro, mai da me non si parta nel futuro. Poi che non fusti del tuo sangue avaro, di questa grazia ancor non mi esser duro:

arda sempre il mio cor tuo dolce foco, tanto che a poco a poco altri che tu non resti nel mio petto.

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