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1449–1492

II

Lorenzo de' Medici

Erano gli orecchi alle parole intesi, quando una nuova voce a sé gli trasse, da più dolce armonia legati et presi. Pensai che Orpheo al mondo ritornasse

o quel che chiuse Thebe col suon degno, sì dolce lyra mi parea suonasse. «Forse caduta è dal superno regno la lira ch'era tra·lle stelle fisse?

- diss'io -, il ciel sarà sanza il suo segno, o forse, come quello antico disse, l'alma d'alcun di questi trasmutata nel suonatore per suo destino si misse!».

Et mentre che tra fronde et fronde guata et segue l'occhio ove l'orechio tira, per veder tal dolcezza onde è causata, ecco in un puncto sente, intende et mira

l'occhio, la mente nobile e l'orecchio chi suona, sua doctrina et la sua lyra: Marsilio, habitatore del Montevecchio, nel quale il cielo ogni sua gratia infuse,

perch'e' fussi a' mortal' sempre uno specchio; amator sempre delle sancte Muse, né manco della vera sapientia, tal che l'una già mai dall'altra excluse.

Perché degno era d'ogni reverentia, come padre comune d'ambo noi fosse, surgemo lieti della sua presentia. Lui non men lieto al bene fonte fermosse

et poi che assiso fu sopra un sasso, fermò il bel suono et le parole mosse: «Io ero dello andare già stanco et lasso et per venire dove or sì mi recreo

guidò qualche felice nume il passo. Ma prima: Lauro, salve, e salve Alpheo, de' prudenti pastori certo il più saggio e per la lunga età buon patre meo.

Maraviglia di te, pastor, non haggio, ché spesso insieme ci troviamo al fonte e talora sotto qualche ombroso faggio. Ma veder te sopra il silvestre monte

crea, Lauro, in me gran maraviglia; non ch'io non vegga te con lieta fronte. Chi di lasciar tua patria ti consiglia? Tu sai che peso alle tue spalle danno

le publiche facende et la famiglia». Et io a·llui: «Tanto è grieve l'affanno (che, sol pensando, addoloro et accidio) che le cose, che di', drieto a sé hanno.

Leva'mi alquanto dal civile fastidio, per ricreare, col contemplar, qui l'alma, la vita pastorale, la quale invidio. La nostra è troppo intolerabile salma,

quale comparando alla pastoral vita, benché egli il nieghi, a·llei darei la palma. Questo disputavamo, quando sentita fu la tua lyra, et ad quel dolce suono

sùbito la dispùta fu finita. Hor, poi che Dio di te n'ha facto dono, dimme chi di noi erra il ver cammino e se le nostre vite hanno vero bono;

se pur lo vieta a noi nostro destino, qual vita quella sia che se ne addorni, o se 'l mondo lo dà o se è divino. Ogni arte, ogni dottrina e tucti i giorni,

ogni acto, ogni electione a questo bene pare, come ogni acqua a lo alveo marino, torni. Ma qual sia questo a te dire ne conviene, perché tu 'l sai: or fa' tal nodo sciolga,

che 'l cor serrato in molta angustia tiene». Marsilio a noi: «Conviene che 'l mio cor volga là dove il vostro è tutto inteso et vòlto, benché provincia assai difficil tolga.

Più facil è, chi 'l vero ha ben raccolto, veder dov'ei non è, che havere compreso qual sia, in tanta obscuritate involto. L'amor farà men grieve assai tal peso:

nulla disdire al vero amor conviensi, perch'un son quei che 'l vero amore ha preso. Et prima ch'io dica altro, alcun non pensi di trovar bene che sia perfecto e vero,

mentre l'alma è legata in questi sensi. Questo ha facto Colui che ha 'l sommo impero, perché i mortali al tucto erranti et ciechi non fermino per di qua solo il pensiero.

Se sono dal vero camino discorti et biechi nella imperfectione del bene, hor che farieno credendo questa vita il bene arrechi? Il vero bene è un, né più né meno,

el quale Idio appresso a sé par serbi per palma a quei che ben vivuti fieno. Onde a' mortal' troppo elati et superbi advien, se innanzi tempo cercar vogliono,

come a chi coglie e fructi ancora acerbi. Se pur mangiono di quei che acerbi cogliono, tanto acri son che i loro denti obstupescono, onde levar dall'impresa si sogliono.

Né sanno come dolci poi riescono, ma, impauriti nella prima impresa, da uno in altro errore tucto dì crescono. Ma il prolungare a voi et a me pesa,

né voglio advenga a me come a coloro che hanno il cielo come una pelle extesa. Dico che questo bene, questo tesoro cerco et descripto già da tante lingue,

sel serba Idio nel suo superno coro, ove ogni ardore et passione si extingue. Perché molti beni sono apparenti, in questo modo prima si distingue.

Tre spetie sono de' beni humani presenti - così comincia chi tal nodo scioglie - che cader possono nelle nostre menti: e primi la Fortuna dà et toglie,

gli altri que' beni che al corpo dà natura, e terzi l'alma nostra in sé raccoglie. Quadripartita i primi han lor misura: dominatione, ricchezza, honore et gratia,

e questi ultimi due hanno una cura. La prima, quanto più ampla si spatia, ha più sospecti, et a quanti più dòmini, con più conviene che stia in contumatia.

Cesare il vero ben par questa nomini, e pur, vivendo, alfine dove' vedere che quello che impera più, serve a più huomini. L'altra è molte ricchezze possedere,

et perché tale disio mai fine non truova, non debbe ancora quiete alcuna havere. Et, oltr'a questo, mal per bene s'appruova et stoltamente alcuno in quello s'affida

che spesso nuoce assai più che non giova. Per sé già l'oro non si disia o grida, ma ad altro effecto: adunque non è quello intero bene, come già parve a Mida.

Lo honor che pare sì spetioso et bello, che molti sciocchi il bene fermano in lui, non è quel vero fine di ch'io favello. Bene non è quello ch'è in potestà d'altrui:

riposto è questo tucto in chi t'honora, che lauda spesso et non sa che o cui. Anzi quanto è la turba, che più ignora, che i sapienti, tanto manco è scorto

colui che laude merta ampla et decora. Spesso si lauda o biasma alcuno a torto et spesso adviene che sanza sua saputa si lauda, et tale laudare a·llui è morto.

Questa adunque non è vera et compiuta dolcezza, come alcuno cieco già volse, che in questo error la mente hebbe involuta. E chi pel primo fiore la gratia colse,

errò; et in questo il bene usava porre chi il mondo in pace sotto sé racolse. Però che quel pericolo proprio corre questa benivolentia che l'onore:

altri la dà, altri la può ancor tôrre. Onde veggiamo che invan si pone il cuore dove sanza ragione Fortuna impera, poi che ognuna di queste et manca et muore.

Questi apparenti beni dal mane a sera ci toglie et dà lei cieca et importuna, né saggio alcuno el pensier fema o spera, dove ha potentia la crudele Fortuna».

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