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1449–1492

II

Lorenzo de' Medici

Parte da riso e parte da vergogna per quel vedevo e udivo occupato, mi stavo quasi a guisa d'uom che sogna; quando mi sopragiunse qui da lato

un che per troppo ber era già fioco; conobbil presto, perch'era sciancato; allor mi volsi e dissi: «Ferma un poco, o tu, che vai veloce più che pardo;

férmati alquanto meco in questo loco!». E lui fermò el suo passo e fece tardo, come caval ch'è punto e sia restio; ond'io dissi: «Ben venga Adovardo!».

E lui: «Già Adovardo non son io, ma son la sete, più singular cosa, che data sia agli uomini da Dio, più cara, eletta, degna e preziosa:

e or qui nasce una sottil dispùta e un bel dubbio in questo dir si posa. Se 'l ber caccia la sete, ch'è tenuta sì dolce cosa, adunque el ber è male;

ma 'n questo modo poi ell'è soluta; mai non si sazia sete naturale come la mia, anzi più si raccende quanto più béo, com'io beessi sale;

e com'Anteo le sue forze riprende cadendo in terra, come si favella, la sete via dal ber più sete prende; e perché l'acqua della feminella

spegne la sete, per giucar più netto, acqua non béo, per non gustar di quella. Lasciamo andare, in questo è 'l mio diletto, per qual contento son, lieto e giocondo:

egli è 'l mio sommo ben, solo e perfetto e quando non sarò più sitibondo daretemi d'un mazzo in sulla testa, se manca quel per ch'io son visso al mondo».

A pena udir potessi da lui questa parola, ch'esser solea sì feroce; e Bartol cominciò, come lui resta: «Lasso! dove lasciato ha' tu la voce?».

Lui soggiunse a fatica: «A San Giovanni l'esser suto rettor tanto mi nuoce. Chi si potre' tener che non tracanni di que' trebbiani? E di quel ch'i' ho fatto

non me ne pento, benché 'n questi affanni. Poca ve ne portai e men n'ho tratto; e s'io morissi ben, non me ne pento, non me ne pento, el dico un altro tratto.

Morir nell'arte mia io son contento, ch'un bel morir tutta la vita onora». Poi più non disse e vanne com'un vento. Un altro drieto a lui conobbi allora,

che par che debba andar di questo a pari, ché se costui non bee, questo ristora. Litiginoso e' cape' bianchi e rari, a lui mi volsi e dissi: «O Grassellino,

che se' l'onor della casa Adimari, tirati a tal viaggio amor di-vino?». E egli a me: «Non aver maraviglia, perch'io farei molto maggior cammino

un passo mi sarebbon cento miglia; ogni fatica è spesa ben per questo». Più non disse e seguì l'altra famiglia. Ond'io a Bartol mio: «Guardian quel resto.

Dimmi: chi è costui e di qual gente, a cui par che l'andar sia sì molesto?». E egli a me: «Costui è mio parente, non conosci tu Papi? Or ve' che ride;

guarda come e' ne vien allegramente. Costui per sé e un compagno uccide; e colui che vien drieto, alle frontiere, e la palandra, per ir ratto, intride,

noi siàn d'accordo darli le bandiere, come maestro ver dell'arte nostra: questo se gli convien, ch'è cavaliere; già dilettossi e ebbe onor in giostra,

egli è 'l tuo Pandolfino, milite degno, che or suo gagliardia al ber dimostra». Io feci onore e riverenza al segno, cavandomi di testa la berretta,

e lui passò come spalmato legno. E eccoti venir un molto in fretta, sanza niente in testa e pel calore non porta né cappuccio né berretta.

«Chi è costui che vien con tal furore ratto, che ne va quasi par che trotte?». E egli: «È Anton Martegli, al tuo onore. Ve' gote rosse e labre asciutte e 'ncotte

e 'l suo naso spugnoso e pagonazzo: non cura fiaschi, carratelli o botte. Non ti ricorda del grande stiamazzo, ch'e' fece un tratto per la fiera a Prato,

quando tolto gli fu di starne un mazzo? Chi gli togliessi e la roba e lo stato, sappi che la metà non se ne cruccia, che quando simil' cose gli è rubato».

«Chi è costui che par ebro, bertuccia che 'mpaniat'ha l'un e l'atr'occhiolino?». E egli a me: «Gli è pur di quella buccia. Quest'è di Bianco el nostro Simoncino,

che cominciò già per buffoneria, or gnene dà da ritto e da mancino. Piace in modo a costui la malvagia e ritrovarsi in gozzoviglia e 'n tresca,

che n'ha lasciato già la senseria». «Chi è colui che 'n mano ha quella pesca e per piacer talor sì se la fiuta, benché naso non ha ond'odor esca?».

«Quel che tu di' è sarto e detto è 'l Zuta, che bere' sol col naso una vendemmia: sia che si vuol, ché nulla non rifiuta. A el paese nostro è una bestemmia

la sete che quest'ha nelle mascella, e sai che d'ogni sorte e' ne vendemmia. Quando beuto gli ha, tanto favella, che vien a noia a chiunche intorno l'ode,

tant'ogni sua parola è pronta e bella. S'avvien ch'al Ponte oggi questo s'approde, credo ch'al ber farà sì gran procaccio, che convien ch'al tornar un baril frode.

Lascial con gli altri andar questo porcaccio; egli è con lui del Candiotto el Tegghia: tanto quest'ama che lo mena a braccio, e berre' quel ch'egli ha 'n bottega a vegghia».

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