Nel tempo ch'ogni fronde lascia el verde e prende altro color e 'mbiancon tutti gli àlbori e poi ciascun sue foglie perde; e 'l contadin con atti rozzi e brutti,
ch'aspetta el guiderdon d'ogni suo affanno, vede pur delle sue fatiche e frutti; e vede el conto suo, se 'l passat'anno è stato tal che speranza gli dia
o di star lieto o di futuro danno; e Bacco per le ville e 'n ogni via si vede a torno andar, col cui aiuto vo' a quest'opra el suo principio sia;
avendo fuor della mia terra auto per alcun dì, come addivien, diporto, e ritornando ond'io ero venuto; per fare el cammin mio più destro e corto
(ché sempre, credo, fu somma prudenza, chi può pel diritto andar, fuggir el torto); ritornav'io verso la mia Fiorenza, per riveder la mia alma cittade,
per la via ch'entra alla porta a Faenza; quando vidi calcate sì le strade di gente tanta, ch'io non ho ardire di saper ben contar la quantitade.
Di molti el nome arei saputo dire, perché d'alcun avea qualche notizia ma non sapea quel che gli facess'ire. Conobbine un col qual grande amicizia
tenut'avea gran tempo, e da fantino lo conoscea nella mia puerizia. A lui mi volsi e dissi: «O Bartolino, qual cagione ha e te e gli altri mossi
a pigliar così 'n fretta tal cammino? Qual voglia vi conduce, saper puossi? Férmati un poco e fa' che mi sia detto». E lui alle parole mie fermossi.
Non altrimenti a parete uccelletto, sentendo d'altri uccelli e dolci versi, sendo in cammin, si volge a quello effetto: così lui, bench'a pena può tenersi,
ché gli parea el fermarsi fatica, ché non s'acquista in fretta e passi persi. «Quel che tu vuoi convien ch'alfin ti dica, benché l'andar sia in fretta, come vedi,
per la cagion ch'a presso a te si esplìca. Tutti n'andian verso el Ponte a Rifredi, ché Giannesse ha spillato un botticello di vin, che presti facci e lenti piedi!:
tutti n'andiamo in fretta a ber con quello, quel ci fa sol sì presti in sulla strada e veloce ciascun più ch'uno uccello. E un pezzo è già che Marco della Spada
e 'l Basa con la lor gaglioffa furia son giunti là e non istanno a bada. Mai non vedesti la maggior ingiuria, ché promesso m'avien menarmi seco,
ch'è la cagion che così or m'infuria. Costor non guardan più trebbian che greco, e non so com'a bere egli abbin faccia, e del mangiar i' non lo vo' dir teco.
Lascia pur lo seguir l'antica traccia, ch'io so che la vendetta i' n'ho a vedere, e un di lor ha già la gamberaccia». «O Bartol mio, chi vegg'io là a sedere,
- comincia' io - là presso al Romituzzo?». E egli a me: «È uom che vuol godere. Se vuo' veder come el vin gli fa puzzo, mostrar tel vo' per una cosa sola,
che gli fu posto nome l'Acinuzzo. Le secche labra e la serrata gola ti mostron quanto questo el vin percuote, ch'a pena può più dir una parola».
«Colui chi è, c'ha sì rosse le gote? E' dua con seco con lunghe mantella?». E egli: «Ognun di lor è sacerdote. Quel ch'è più grasso è 'l piovan dell'Antella:
perché ti paia straccurato in viso, ha sempre seco pur la metadella. L'altro, che drieto vien con dolce viso, con quel naso appuntato, lungo e strano,
ga fatto anco del ber suo paradiso. Tien degnità, ch'è pastor fesulano, e ha 'n una sua tazza devozione e ser Anton seco ha, suo cappellano.
Per ogni loco e per ogni stagione sempre la fida tazza seco porta, non ti dic'altro, sino a processione. E credo questa fia sempre sua scorta:
quand'egli muterà paese e corte, questa sarà chi picchierà la porta; questa sarà con lui dopo la morte, e messa seco fia nel monimento,
acciò che morto poi lo riconforte. E questo lascerà per testamento. Non l'hai tu visto a procession, quand'egli ch'ognun si fermi fa comandamento?
E canonici chiama sua frategli, tanto che tutti intorno gli fan cerchio; e, mentre lo ricuopron co' mantegli, lui con la tazza al viso fa coperchio».
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