L'amoroso mio stil, quel dolce canto, qual, come volle il mio cieco disio, un tempo lieto fu, or vòlto è in pianto. Flebile e mesto ha fatto il verso mio
quell'acerbo dolor, quale in me sparse disio più vero, amor più santo e pio. Questa fiamma d'amor che nel petto arse, non patì mie pupille esser digiune
di pianto o cheto in tal suo danno starse. Ma quando ha viste l'avverse fortune, di quelle e del dolor tal parte assunse, qual mostrassi ogni cosa esser comune:
onde gran doglia il cor offese e punse, amico, per la tua mal fausta sorte, perché al proprio dolor il tuo s'aggiunse, quando sentì troppo immatura morte
della tua cara e tanto amata figlia, le cui fila fe' Cloto troppo corte; se non che accorse alla mia mental ciglia con la tua passion la tua prudenza,
ch'al corrente dolor dee por la briglia. Cercando confortarti a pazienza, dar quel non ti potea, che in me non era: tanto avea la tua doglia in me potenza.
Dunque se in te la miglior parte impera, leva dal cor quel mal che troppo il preme, con la comun ragion, benché sia vera. Cercasi indarno, si disia e geme
quel che l'inesorabil morte fura: e 'nvan quel, ch'esser dee, si fugge e teme: ella sta immota sempre, ferma e dura; né tu doler ti dei, se a quella ha fatto
quel ch'a ciascun per nostra o sua natura. Non fu mai violato alcun suo patto, né pate eccezion l'antica legge, che chiunque nasce, sia così disfatto.
Poi che il Monarca, ch'ogni cosa regge, per la sua carità ardente e torrida non trasse sé, non trarrà alcun di gregge. Tu mi dirai: «L'età sua verde e florida,
l'indole e di sé data opinione la sùbita rapina fa più orrida». Qui vinca il tuo appetito la ragione, perché conosce più l'amor divino
che noi il tempo della salvazione. S'una morte è questo mortal cammino, all'età immaculata, pura e netta, vita è lasciar di vita ogni confino;
se l'età brieve, eterna e più perfetta fussi, il dolor non saria forse a torto: ma chi è quel che tanto a sé prometta? Dunque, se de' cader qualunche ha orto,
poco è da dir, rispetto al tempo eterno, del lungo termin della vita al corto. Anzi, chi più sta al mondo e in suo governo, deturpa più sua candida bianchezza,
giugnendo legne al foco sempiterno. Però non ti doler s'è in giovinezza salita a maggior bene, che par offizio di chi il suo mal più che l'altrui ben prezza.
Tuo piacer brieve, eterno suo supplizio era sua vita, che quel giorno ha sciolto di questa fine e di miglior inizio. Se per lei bagni di lagrime il volto,
qui resti il pianto, perché a maggior bene tirata l'ha Colui, che a te l'ha tolto. Né ti facci doler concetta spene di più contento, ché da dolce fiore
il frutto spesse volte amaro viene. Se pur il proprio mal ti dà dolore, ch'è transitorio, e sua gloria infinita, sarebbe invidia, non già vero amore.
Facci da te ogni dolor partita, e se pur pianger dei, piangi te stesso, non lei, perch'è trascesa a miglior vita. Piangi tua dura sorte, che concesso
non t'ha che sia al bel cammin suo scorta: ch'or fia tua, quando sarà permesso. Et anco di te stesso ti conforta, pur che per questo esempio sia più saggio
a non amar tanto una cosa morta. Già non t'ha fatto Fortuna oltraggio: quel ch'era in suo poter, messo ha ad effetto, quando è venuto il fin del suo viaggio.
Ma tu perché ponesti tanto affetto a mortal cosa, fragile e caduca, come se eterno fussi il suo diletto? E 'l nostro sommo Bene, il vero Duca,
spesso il mortal cammin rompe e traversa, perché il suo lume in nostro oscur più luca. Sare' di lui ogni memoria persa, tanto sono i mortali al cader proni,
se non venissi qualche cosa avversa. Dunque il divino amor con questi sproni nostra prostrata mente al ciel rileva, perché se stessa al fin non abbandoni.
Questo grieve dolor del cor tuo lieva, né prendi tanto danno a tua salute, qual, se non ora, ad altra età giugneva. Non ti doler se più cose vedute
quella non ha o a più tempo aggiunto; ché piena d'ogni male è senettute. Tu lo pruovi or e (più sopra lo appunto) quanto più là ti condurrà tua Parca:
che 'l viver lieto è il vero mortal punto; quanto più oltre nostra vita varca, tanto truova al cammin più duri i passi e di dannosa soma più si carca.
E poi giugnendo al nostro estremo lassi, quando il tornar e 'l penter poco vale, conosciam chiaro aver perduti i passi. Ah quanto è troppo incomparabil male
quel tristo pentimento, che non giova! E di più alto cade, chi più sale. Foll'è colui che quasi ognora pruova del mondo cieco qualche gabbo o inganno,
e stimal sempre come cosa nuova. Ov'è minor affetto, è manco affanno: ov'è manco speranza, è minor doglia, quel che poco si prezza, fa men danno.
La troppa accesa e sviscerata voglia della salute di tua figlia cara d'ogni dolcezza il cor tuo priva e spoglia. Da questo esemplo in tutti gli altri appara:
ricordati esser viro, onde s'appella quella virtù, ch'è tanto degna e chiara. Perché più dura condizione è quella della virtù per molti tempi esperta,
che dell'occulta, incognita e novella. Tanto più diligenzia e sudor merta l'opra di quel, che opinione ha dato che sia la sua virtù più ferma e certa.
Più s'aspetta da quel che ha più provato, anzi come per debito si chiede l'operar grave, saggio e moderato. Poi che virtù tuo buon destin ti diede,
se in te stesso prima non fa' l'opra, ch'ad altri giovar possa non si crede. Onde la miglior parte, ch'è di sopra, la nebbia de' sospir', l'acqua de' pianti
levi dagli occhi, sì che il sol si scuopra. Questo con gli splendor' suoi radianti scorga la guida di tua cara salma, dove si gode in Ciel con gli altri santi,
come conviensi a benemerita alma.
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