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1449–1492

I

Lorenzo de' Medici

Da più dolce pensier tirato et scorto, fuggito havea l'aspra civile tempesta per ridurre l'alma in più tranquillo porto. Così traducto il core da quella ad questa

libera vita, placida et sicura, ch'è quel poco del bene che al mondo resta, et per levare da mia fragile natura quel peso che a salir l'aggrava et lassa,

lasciai il bel cerchio delle patrie mura. Et pervenuto in parte humìle et bassa, amena valle che quel monte adombra, che 'l vecchio nome per età non lassa;

là dove un verde lauro faceva ombra, alla radice quasi del bel monte m'assisi, e 'l cor d'ogni pensiero si sgombra. Un fresco, dolce, chiaro, nitido fonte

ivi surgea dal mio sinistro fianco, rigando un prato innanzi alla mia fronte. Quivi era d'ogni fiore vermiglio et bianco l'erbetta verde; e in tra sì bei fiori

riposai il corpo fastidito et stanco. Evanvi tanti varii et dolci odori, quanti non credo la fenice aduna, quando sente gli extremi suoi odori.

Credo che mai o tempestosa o bruna sia l'aria in loco sì lieto et adorno, né ciel vi possa nuocere o fortuna. Così stando soletto al bel soggiorno

della mia propria compagnia contento et solo con dolci mia pensieri intorno, contemplava quel loco: e in quello io sento sonare una zampogna dolcemente,

tal che del sonator balla l'armento. Alla dolce ombra, a quel liquor corrente venìa per meriggiare et, me veggiendo, nuovo stupore li venne nella mente.

Fermossi alquanto et poi, pur riprendendo il perso ardire, con pastoral saluto mi salutò; poi cominciò dicendo: «Dimi, per qual cagione se qui venuto?

Perché e theatri e gran palazi e templi lasci, e l'aspro sentier t'è più piaciuto? Deh, dimi, in questi boschi or che contempli? le pompe, le ricchezze et le delitie

forse vuoi prezar più pe' nostri exempli?». Et io a·llui: «Io non so qual divitie et quali honori sieno più suavi et dulci che questi, fuori delle civili malitie.

Tra voi lieti pastori, tra voi bubulci odio non regna alcuno o rea perfidia, né nasce ambitione per questi sulci. El ben qui si possiede sanza invidia;

vostra avaritia ha picola radice, contenti state nella vostra accidia. Qui una per un'altra non si dice, né è la lingua al proprio core contraria,

che quel, che hoggi il fa meglio, è più felice. Né credo ch'egli advenga in sì pura aria che 'l cor sospiri et fuor la bocca rida, che più saggio è chi 'l vero più copre et varia.

Chi in semplice bontate hoggi s'affida stolto s'appella, e quello che ha più malitia più saggio pare ad chi 'n quello cerchio annida. Con l'utile si misura ogni amicitia:

pur pensa che dolcezza è in quello amore, il quale Fortuna intepidisce o vitia! Come essere può quieto mai quel core el qual cupiditate affligge et muove

o ad troppa speranza o ad timore? Ma voi vi state in questi monti, dove pensier non regna perturbato o rio, né 'l cor pendente sta per cose nove.

La vostra sete spegne un fresco rio la fame i dolci fructi et misurate con la natura ogni vostro disio. Il lecto è qualche fronde nella state,

el secco fieno sotto le cappannelle il verno, per fuggir acque et brinate. Le veste vostre non sono come quelle cerche in paesi strani per le salse onde:

contenti state alla velluta pelle. Oh quanto è dolce un sonno in queste fronde non ropto da pensieri, ma l'onda alpestre col mormorio al tuo russare risponde!

Credo che spesso ogni nympha silvestre convenga al fonte tanto chiaro et bello, con più dolce armonia che la terrestre. Al dolce canto lor suave et snello,

al suono della zampogna e a' versi vostri risponde Phylomena o altro uccello. Se aviene che un tauro con un altro giostri, credo non manco al cuor porga dilecto

che i feri ludi de' theatri nostri. Et tu, giudicatore, al più perfecto doni verde corona, et in vergogna si resta l'altro misero et in dispecto.

Felice è quello che quanto li bisogna tanto disia, et non quello a cui manca ciò che la insatiabile mente agogna. Nostra infinita voglia mai non manca,

ma cresce, e nel suo crescer più tormenta; a quel che più disia, più cose manca. Colui che di quel c'ha sol si contenta ricco mi pare; et non quel che più prezza

ciò che non ha, che quel che suo diventa. Quieta povertà è gran ricchezza, pur che col necessario non contenda: ricco et non ricco altri è, come s'avezza.

Et non so come alcuno biasmi o riprenda la mente che contenta è di se stessa, et laudi quella che d'altrui dipenda. La vostra vita, pastor, mi pare essa,

se alcuna se ne truova al mondo errante, ch'alla humana quiete più s'appressa». Non fu il pastor a l'udire più costante, ma, vòlti gli occhi alcuna volta in giro,

fe' di voler parlare nuovo sembiante. Poi cominciò con cordial sospiro: «Non so che errore chiamare lieta ti face tal vita, vita no, anzi un martiro.

Né so per qual cagione tanto ti piace quel che tu laudi et poi, laudato, fuggi, et come tu non segui tanta pace. Deh, perché il vero colla menzogna auggi?

et, se ver parti, segui questo vero che sì brami in parole e te ne struggi. Ma gran facto è dall'opera al pensiero e tal sentier par bello in prima vista,

che al caminare è poi spinoso et fero. Qual cosa questa vita non fa trista? Al freddo, al caldo stiamo come animali: et questa è la dolcezza che s'acquista.

El verno, a' tempi rigidi et nivali, talora a ogni pelo di nostra vesta veder puossi cristalli glaciali. Talora un vento sì crudele ne infesta,

che, per porsi al povento dopo un masso, non cessa il freddo o la crudele tempesta. Le piume sono il terren duro o il sasso; e cibi quei delle silvestre fere,

per confortarne, quando altri è più lasso. Non manco mi vedresti tu dolere, se lupo via ne porta un de' nostri agni, che quando tu perdessi un grande avere.

Né più tu del gran danno tuo ti lagni, che io del poco: ché a proportione i picoli a me son come a te e magni. In minor' cose ha in me dominatione

Fortuna certo, et se quel poco ha a sdegno, più duole a me sanza comparatione. S'io perdo un vaso di terra o di legno, non manco mi dolgo io del vil lavoro,

che se tu il perdi d'oro, che pare più degno. La differentia ch'è tra·legno et l'oro natura non la fa, ma noi facciamo, per extimar l'uno vile, l'altro decoro.

Però se 'l vaso fittile mio amo quanto tu l'aureo, equalmente a me nuoce Fortuna, perché equalmente lo bramo. Ma credo appellar possa a una voce

Fortuna il mondo rigida et inimica, perché pende ciascuno nella sua croce. Benché pastore, odo sententia antica: ciascun mal contentarsi di sua vita

et pare lieta e felice l'altrui dica. Io mi starò dove il destino m'invita, tu dove chiama te la stella tua: ove la sorte sua ciascuno cita,

mal contento ciascun, non sol noi dua».

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