Filli, io non son però tanto deforme (Se 'l vero a gli occhi miei quest'acqua dice), Che tu, che sola puoi farmi felice, Non dovessi talor men fera accorme.
Non pascon de le mie più belle torme, Né ha più grassi agnei questa pendice: Ben già, ma non l'intesi, una cornice Predisse il fato al mio voler disforme.
Io vorrei, Filli, sol per queste valli, Senza punto curar d'armento o gregge, Vivermi teco infino a l'ora estrema. Con cui parli, meschin? che pur vanegge?
Non vedi un lupo là fra quei duo calli, Da cui fugge la mandra, e tutta trema? Pastor che leggi in questa scorza e in quella Filli scritto e Damon, che Filli onora;
Sappi che tanto fu pietosa allora Filli a Damon, quant'or gli è cruda e fella. Io pur la chiamo, io pur la prego; ed ella, Misero! non m'ascolta, e fugge ognora:
E quanto fugge più, più m'innamora; E mi par sempre al suo fuggir più bella. L'altr'ier, menando a ber la greggia al rio, Tutta soletta a piè d'un bianco ulivo
La vidi ch'intessea fragole e fiori: Ma Licisca abbaiò; perch'ella fuori Da gli occhi mi sparì sì ratta, ch'io Rimasi, e sommi ancor, tra morto e vivo.
Appena potev'io, bella Licori, Giunger da terra i primi rami ancora, Quando ti vidi fanciulletta fuora Gir con tua madre a coglier erbe e fiori.
Possa io morir, se di mille colori Non sentii farmi tutto quanto allora: Né sapea ancor che fosse amor: ma ora Ben me l'hanno insegnato i miei dolori.
Già viss'io presso a te felice e lieto: Ora a te lunge mi distempro e doglio; Testimon questa selce e quel ginebro. Pur vo pensando (e in questo sol m'acqueto)
Che cangiar tosto deggio, non pur voglio, Osoli ed Arno a l'Aniene e 'l Tebro. Nape, questa vezzosa ornata gabbia, Con un bel raperin, che sale al dito,
Carin ti manda: ed io per lui t'invito (Ch'ei non osa a gran pena aprir le labbia) Che ti piaccia venir, come il sole abbia Diman portato il giorno, in quel fiorito
Prato, ove amor l'ebbe per te ferito; Ond'ei, che muore ognor, vita riabbia. Solo il vederti a lui può dare aita; Solo un guardo di te può torgli morte;
Sola far lo puoi tu lieto e felice. Ben lo farò, Damon: così partita Facesse via più tosto, e 'n via più corte Ore scoprisse il Sol questa pendice.
Fuggiam, saggio Damon; ché tra quell'erba Suole spesso abitar candida biscia, Ch'a la sferza del Sol s'infoca e liscia, E con tre lingue fischia alta e superba.
Vedila là, ch'ella si fugge e inebra Fra cespo e cespo, e via sguizzando striscia; Lunga dietro di se lasciando striscia, Che segnata da lei polve serba.
Non temer, Carin mio; ch'aperto segno Ne mostra il Ciel ch'a glorioso fine I tuoi n'andranno e i miei cortesi ardori. Già sono io teco; e tu, se quelle spine
Nol vietan, veder puoi l'alto sostegno, Nape, de la tua vita, apparir fuori. Questo bianco monton, che da se torna A la mandria la sera; ov'io l'inchiavo
Con le mie mani, e la mattina il cavo, Tosto che a l'oriente il dì s'aggiorna; Ed ei, l'aer ferendo con le corna, Sen va superbo, e più che un toro bravo;
A te, Tirinto mio, pettino e lavo: Nisa dicea, di mille fiori adorna. Tu que' begli occhi, ov'ha il suo nido Amore, A me rivolgi una sol volta lieto:
Ché tutta ti donai l'anima e 'l core. Poi felice morrò: ch'ogni dolore, In rimirando te, non pure acqueto, Ma per dolcezza esco di vita fuore.
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