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1798–1837

XXXIX – Marmitta

Giacomo Leopardi

Ecco il fiorito aprile, Che scaccia il pigro gelo; E Zefiro gentile, Ch'a l'aere oscuro il velo

Di nebbia toglie, e rasserena il cielo. Cantiam, bifolchi tutti, L'alma stagione amica, Che ne promette i frutti

D'ogni nostra fatica, In questa piaggia dilettosa, aprica: Ove a noi gli arboscelli, Scossi da i vaghi Amori,

Spargeranno i capelli De gli odorati fiori, Che s'aprono al venir de' nuovi albori. Voi che del puro fondo

Abitatrici siete Di queste fonti, il biondo Crin fuor omai traete: Ché le vostre acque son tranquille e quete.

Venite, prego, o Dee Sante, e voi, Dei silvestri, Oreadi e Napee; Venite co' canestri:

Satiri, e voi, co' piè veloci e destri. Tempo è che si ritorni A i dolci usati balli. Fuggono i brevi giorni;

E risonar le valli Fan gli augelletti, tra fior bianchi e gialli. Quanto diletta e piace Questa stagion novella!

Però tu, che la face Spregi d'Amore, o bella E più che orsa crudel, mia pastorella; Mentre che primavera

Nel tuo bel viso appare, Non gir superba e fera: Ch'a queste dolci e chiare Verran poi dietro l'ore fosche, amare;

E di tua vita in breve Porteran seco il verno, E la pioggia e la neve: Onde, oh dolor interno!

Te stessa avrai, com'or me lasso, a scherno.

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