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1798–1837

XXIX – Alamanni

Giacomo Leopardi

Non sentiam noi, Quando s'arma Aquilon per farci guerra, Sonar d'alto romor gran tempo innanzi Le selve alpestri; e minacciar da lunge

Con feroce mugghiar Nettuno i liti? I presagi delfin fuggirsi a schiera Ove il futuro mal men danno apporte? E se da l'alto mar con più stese ali

Rivolando tornar si sente il mergo, E con roco gridar fra cruccio e tema, D'un non solito suon empier gli scogli; O se l'ingorde folaghe intra loro

Sopra il secco sentier vagando stanno; O il montante aghiron, poste in oblio Le native onde sue, paludi e stagni, Consideriam fra noi, volando a giuoco

Sopra le nubi alzarse; allor chi puote Ratto schivar il mar, si tiri al porto; E chi ne sta lontan, ne i voti appelli E Castore e 'l fratel; ch'ei n'ha mestiero.

Or dal notturno ciel cader vedrai, Quando il vento è vicin, lucente stella, Di fiammeggiante albor lassando l'orme; Or secchissima fronde, or sottil paglia

Gir per l'aria volando; or sopra l'onde Leve piuma apparir vagando in giro. Ma se 'nver l'Aquilon son lampi e fuochi, Se di Zeffiro o di Euro il ciel rintuona;

Nuotan le biade allor; né fia torrente Che non voglia adeguar l'Eufrate e 'l Nilo; E bagnandosi i crin, gravose e molli Il turbato nocchier le vele accoglie.

Quanti son gli animai che ti fan segno De la pioggia che vien! L'esterno grue, Da le palustri valli al ciel volando, La mostra aperta. Il bue con l'ampie nari,

Sollevando la fronte, l'aria accoglie. La rondinella vaga intorno a l'onde S'avvolge e cerca: e dal lotoso albergo Il noioso garrir la rana addoppia.

Or l'accorta formica a ratto corso, Con lunga schiera, a ritrovar l'albergo Intende, e bada a la crescente prole. Puossi, verso il mattin, tra giallo e smorto

Talor l'arco veder, che l'onde beve, Per riversarle poi. De i tristi corvi Veggionsi attorno andar le spesse gregge, Di spaventoso suon l'aria ingombrando.

Ogni marino uccello, ogni altro insieme Ch'aggia in stagno, in palude, o 'n fiume albergo, Sopra il lito scherzar ripien di gioia Veggiam sovente: e chi la fronte attuffa

Sott'acqua, e bagna il sen; chi ne l'asciutto S'accorca e s'alza, e ne dimostra aperto Van desio di levarse e dolce speme. Or l'impura cornice a lenti passi

Stampar l'arena, e con voci alte e fioche Veggiam sola fra se chiamar la pioggia. Né men la notte ancor sotto il suo tetto La semplice donzella il dì piovoso

Può da presso sentir, qualor cantando Trae de la roccia sua l'inculta chioma: Ché 'l nutritivo umor, montando in cima, De l'ardente lucerna ingombra il lume,

E scintillando vien di fungo in guisa. Cotal si può veder tra l'acque e i venti Il buon tempo seren ch'appresso viene, A mille segni ancor, Ciascuna stella

Mostra il suo fiammeggiar più vago e lieto, E la luna e 'l fratel più chiaro il volto. Non si veggion volar per l'aria il giorno Le leggier foglie; né sul lito asciutto

Spande il tristo alcion le piume al sole: Non con l'immonda bocca il lordo porco Or di paglia or di fien sciogliendo i fasci, Gli getta in alto: e già seggon le nebbie

Dentro le chiuse valli, in basso sito: Né quel notturno uccel ch'Atene onora, Già spiato del Sol l'ultimo occaso, Di noioso cantar intuona i tetti.

Sentonsi i corvi allor di chiare voci Empier più spesso il ciel; poi lieti insieme, Di dolcezza ripien, per gli alti rami Menar festa tra lor: ché già le piogge

Veggion passate, e con desio sen vanno I figli a riveder nel nido ascosi. Già non voglio io pensar ch'augello e fera Per segreto divin prevegga il tempo

Chiaro e fosco che vien, né sian per fato Di più senno o veder creati al mondo: Ma dove o la tempesta o 'l leve umore Van cangiando il sentier (ché 'l padre Giove,

Or con Austro or con Borea, or grossa or rara Fa l'aria divenir), gli spirti e l'alme Diversi hanno i pensier; che nascon dentro Dal variar del ciel. Però veggiamo

Quando torna il seren, tra i verdi rami Dolce cantar gli augei, scherzar le gregge, E più lieto apparir cantando il corvo.

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