Il pio cultor non deve solo
Sostener quello in piè, ch'il padre o l'avo
De le fatiche sue gli ha dato in sorte;
Ma afar, col bene oprar, che d'anno in anno
Cresca il patrio terren di nuovi frutti,
Quando l'albergo umil di figli abbonda.
Né veggia, oimè, tra pecorelle e buoi
La figlia errar dopo il vigesimo anno,
Senza ancor d'Imeneo gustar i doni,
Diiscinta e scalza, e di vergogna piena
Fuggir piangendo per boschetti e prati
L'antica compagnia, che in pari etade
Già si sente chiamar consorte e madre:
Né i miseri figliuoi, pasciuti un tempo
Pur largamente nel paterno ostello,
E di quel sol che ne i suoi campi accolse
Dolci e nativi; in tenerella etade,
Di peregrin maestro impio flagello
Sentir, la madre pia chiamando indarno,
A le fonti menando, a i verdi prati
Le non sue gregge; e le cipolle e l'erba,
Lassi, mangiar, vedendo in mano a i figli
Del suo nuovo signor formaggio e latte:
Siccome oggi addivien tra i colli toschi
De i miseri cultor; non già lor colpa,
Ma de l'ira civil, di chi l'indusse
A guastar il più bel ch'Italia avesse.
Or chi vuol ne l'età canuta e stanca
Di pigra povertà non esser preda,
E poter la famiglia aver d'intorno
Lieta, e la mensa di vivande carca;
Ne la nuova stagion non segga in vano:
Ch'or rinnuovi or rivesta or pianti or cangi,
Pur secondo il bisogno, or vigne or frutti.