Gli occhi, che già mi fur benigni tanto, Volgi ora a i miei, ch'al pianto Apron sì larga e sì continua uscita: Vedi come mutati son da quelli
Che ti solean parer già così belli. L'infinita, ineffabile bellezza Che sempre miri in ciel, non ti distorni Che gli occhi a me non torni;
A me, cui già mirando ti credesti Di spender ben tutte le notti e i giorni. E se 'l levarli a la superna altezza Ti leva ogni vaghezza
Di quanto mai qua giù più caro avesti, La pietà almen cortese mi ti presti, Ch'in terra unqua non fu da te lontana: Ed ora io n'ho d'aver più chiaro segno;
Quando nel divin regno, Dove senza me sei, n'è la fontana. S'amor non può, dunque pietà ti pieghi D'inchinar il bel guardo a li miei preghi.
Io sono, io son ben dessa. Or vedi come M'ha cangiata il dolor fiero ed atroce; Ch'a fatica la voce Può di me dar la conoscenza vera.
Lassa, ch'al tuo partir, partì veloce Da le guance, da gli occhi e da le chiome Questa, a cui davi nome Tu di beltate: ed io n'andava altera:
Ché mel credea, poiché in tal pregio t'era. Ch'ella da me partisse allora, ed anco Non tornasse mai più, non mi dà noia; Poi che tu, a cui sol gioia
Di lei dar intendea, mi venne manco. Non voglio, no, s'anch'io non vengo dove Tu sei, che questo ed altro ben mi giove. Come possibil è, quando sovviemme
Del bel guardo soave ad ora ad ora, Che spento ha sì breve ora, Ond'è quel dolce e lieto riso estinto; Che mille volte non sia morta o muora?
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