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1798–1837

XVI – Berni

Giacomo Leopardi

Quivi era, non so come, capitano Un certo buon compagno fiorentino. Fu fiorentino e nobil; benché nato Fusse il padre e nutrito in Casentino:

Dove il padre di lui gran tempo stato Sendo, si fece quasi cittadino, E tolse moglie, e s'accasò in Bibbiena, Ch'una terra è sopr'Arno, molto amena.

Costui ch'i dico, a Lamporecchio nacque, Ch'è famoso castel per quel Masetto: Poi fu condotto in Fiorenza, ove giacque Fin a diciannove anni poveretto:

A Roma andò di poi, come a Dio piacque, Pien di molta speranza e di concetto D'un certo suo parente cardinale, Che non gli fece mai né ben né male.

Morto lui, stette con un suo nipote; Dal qual trattato fu come dal zio: Onde le bolge trovandosi vote, Di mutar cibo gli venne disio;

E sendo allor le laude molte note D'un che serviva al Vicario di Dio In certo oficio che chiaman Datario, Si pose a star con lui per secretario.

Credeva il pover uom di saper fare Quello esercizio; e non ne sapea straccio: Il patron non poté mai contentare. E pur non uscì mai di quello impaccio:

Quanto peggio facea, più avea da fare: Aveva sempre in seno e sotto il braccio, Dietro e innanzi, di lettere un fastello; E scriveva, e stillavasi il cervello.

Con tutto ciò viveva allegramente, Né mai troppo pensoso o tristo stava. Era assai ben voluto da la gente; Di quei signor di corte ognun l'amava:

Ch'era faceto, e Capitoli a mente D'orinali e d'anguille recitava, E certe altre sue magre poesie, Ch'eran tenute strane bizzarrie.

Era forte collerico e sdegnoso, De la lingua e del cor libero e sciolto; Non era avaro, non ambizioso; Era fedele ed amorevol molto,

De gli amici amator miracoloso: Così anche chi in odio aveva tolto Odiava a guerra finita e mortale: Ma più pronto era amar ch'a voler male.

Di persona era grande, magro e schietto: Lunghe e sottil le gambe forte aveva; E 'l naso grande; e 'l viso largo; e stretto Lo spazio che le ciglia divideva;

Concavo l'occhio aveva, azzurro e netto: La barba folta quasi il nascondeva, Se l'avesse portata; ma il padrone Aveva con le barbe aspra quistione.

Nessun di servitù già mai si dolse, Né più ne fu nimico di costui. E pure a consumarlo il diavol tolse: Sempre il tenne fortuna in forza altrui.

Sempre che comandargli il padron volse, Di non servirlo venne voglia a lui: Voleva far da se, non comandato; Com'un gli comandava, era spacciato.

Cacce, musiche, feste, suoni e balli, Giochi, nessuna sorta di piacere Troppo il movea. Piacevangli i cavalli Assai: ma si pasceva del vedere;

Ché modo non avea da comperalli. Onde il suo sommo bene era in iacere Nudo, lungo, disteso; e 'l suo diletto Era non far mai nulla, e starsi in letto.

Tanto era da lo scriver stracco e morto; Sì i membri e i sensi aveva strutti ed arsi; Che non sapeva in più tranquillo porto Da così tempestoso mar ritrarsi,

Né più conforme antidoto e conforto Dar a tante fatiche, che lo starsi, Che starsi in letto, e non far mai niente, E così il corpo rifare e la mente.

Quella diceva che era la più bella Arte, il più bel mestier che si facesse: Il letto er'una veste, una gonnella Ad ognun buona che se la mettesse:

Poteva un larga e stretta e lunga avella, Crespa e schietta, secondo che volesse: Quando un la sera si spogliava i panni, Lasciava in sul forzier tutti gli affanni.

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