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1798–1837

XLVI – Tansillo

Giacomo Leopardi

In villa al gran dispendio si pon briglia; Il più de l'ore in opra si dispensa; E pochissima noia vi si piglia. Poco mal vi si fa, men vi si pensa;

E se hanno le città più passatempi, Hanno anche di perigli copia immensa. Cercan gli uomini d'oggi il passar tempi; Ed io, che son d'opinion diversa,

Vorrei cosa che fosse arrestatempi. L'ambizione, al viver santo avversa, Che 'l più de' nostri dì fa men sereni, In villa raro alberga né conversa.

O troppo fortunati, se i lor beni Conoscesser color che si stan fora Tra colti poggi, e valli, e campi ameni! Cui dà benigna terra d'ora in ora

Quel che altrui fa bisogno agevolmente: Né suon di tromba i volti ivi scolora: E se non han gl'inchini de la gente, Né men han chi li turba e chi gli scuote

Dal riposo del corpo e de la mente. O felice colui che intender puote La cagion de le cose di natura, Che al più di que' che vivon sono ignote;

E sotto il piè si mette ogni paura De' fati e de la morte, ch'è sì trista; Né di volgo gli cal, né d'altro ha cura! Ma più felice chi, del mondo in vista

La parte sua, non vi s'appoggia sovra, Aitato dal saper ch'indi s'acquista; Ma in villa, ch'è sua tutta, si ricovra; E de gli anni e de i dì ch'ha speso indarno,

A se stesso ed a Dio parte ricovra. Così potess'io tra Sebeto e Sarno Menare omai la vita che m'avanza, Con le ninfe del Tevere e de l'Arno,

Da le quai fei sì lunga lontananza; E de' signor sgannato in qua giuso, Fondar nel Re del cielo ogni speranza. Deh sarà mai, pria che giù cada il fuso

De gli anni miei, ch'a piè d'una montagna Mi stia tra colti ed arbori rinchiuso; E con la mia dolcissima compagna, Qual Adamo al buon tempo in paradiso,

Mi goda l'umil tetto e la campagna, Or seco a l'ombra, or sovra il prato assiso, Or a diporto in questa e in quella parte, Temprando ogni mia cura col suo viso:

E ponga in opra quel ch'han posto in carte Cato e Virgilio e Plinio e Columella, E gli altri che insegnar sì nobil arte; E di mia mano innesti, e pianti, e svella

La spessa de' rampolli inutil prole, Che fan la madre lor venir men bella: E con le care figlie, e (se 'l Ciel vuole) Spero co' figli, a tavola m'assida,

La state e i luoghi freshi, il verno al sole; E di mia man fra lor parta e divida L'uve e le poma; e s'io mi desti o corche Con loro io mi trastulli e scherzi e rida?

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