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1798–1837

XLIV – Tansillo

Giacomo Leopardi

Nessun poria pensar quel che gl'importi L'aver (se prima non ne viene a prova) Buoni vicini o rei, debili o forti. Il reo vicin mi noce, il buon mi giova;

Col povero ho speranza d'allargarme, E 'l ricco fa ch'uom passo non si mova. Se 'l poder compro per talor quetarme, Se ho mal vicino, a capo al letto, al fianco,

La noette e 'l dì convienmi tener l'arme. Sia fertil quanto uom vuol; se a destra o manco Qualche Autolico stammi o qualche Cacco, Non vale il mio poder la metà manco?

Ruba a Pomona, a Cerere ed a Bacco; Non teme di minacce né d'accusa, Pur ch'empia in terra altrui la corba o il sacco. Non giova villa d'ogn'intorno chiusa,

Né diligenza d'uomini e di cani Contro le insidie che 'l vicin vostro usa. Gallina che da l'uscio s'allontani, Più non vi riede: e chiami pure e pianga

La villanella, e battasi le mani. Aratro o giogo o rastro o marra o vanga, Qual sia di ferramenti o di legnami, Non fidate che fuori si rimanga.

Or svelle viti, or pali, or tronca rami, Or albero, per foco o per altri usi; Né lascia intatti i prati, né gli strami. Fura i legumi ancor ne' gusci chiusi;

Né de' frutti primier né de' sezzai Sostien che 'l padron doni, o per se gli usi. Nel suo terren non mette piè giammai Che danno non incontri; e guardia e cura

N'abbia a sua posta e d'ogni tempo assai. Chi, per sua colpa o per sua rea ventura, S'accosta a rei vicini o si raffronta, Sempre ha l'oste a le siepi ed a le mura.

D'un signor greco e saggio si racconta Che facendo una sua possessione Por sotto l'asta, al prezzo che più monta, Comandò che gridasse anco il precone

Ch'ella avea buon vicin: quasi ciò stimi Non me che l'altre qualità sue buone.

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