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1798–1837

XLIII – Tansillo

Giacomo Leopardi

Pria che 'l poder sia nostro, non solo esso Noi dobbiamo e mirare e squadrar bene, Ma ancor le terre che gli stan da presso: Perché se quelle splendon, ne dan spene

Anzi certezza, che sia buono il clima. Sappiasi ancor l'uom che vicin si tiene. E quai siano i vicini inquirer prima Che gli alberghi o i poderi abbiam noi tolti,

È di momento assai più ch'uom non stima. E vi potrei contar popoli molti Che per fuggir vicini ladri, infidi, Si son da più contrade insieme accolti,

E da le patrie lor, da i dolci nidi In volontario esilio si son messi, Nuove terre cercando e nuovi lidi. Nel principio del mondo fur concessi

A gli animai da Dio quei privilegi E quei doni che chiesero egli stessi. Come nuovi vassalli a nuovi regi, Gran popolo di lor ivi convenne;

Quali a i comodi intenti, e quali a i fregi. Tra gli altri la testuggine vi venne; E chiese il poter sempre, o vada o seggia, Trar seco la sua casa; e 'l dono ottenne.

Dimandata da Dio perché gli chieggia Mercè che a lei più grave ognor si faccia, Non è, diss'ella, ch'io 'l mio mal non veggia: Ma vo' piuttosto addosso e su le braccia

Tor questo peso tutti gli anni miei, Che non poter schifar quando mi piaccia Un mal vicin. Che dunque dir potrei De' tempi nostri, se da quei d'Adamo

Già s'ebbe tema de' vicini rei?

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