O sorda più del mar, nata di scoglio, Nutrita di velen da le balene; Deh ferma il passo, e rompi il duro orgoglio. L'istoria de le lunghe aspre mie pene
Non ti dirò; ch'annoverar sarebbe Tutte di Libia le minute arene: Basti saper che ben mi si dovrebbe Giusta pietà da que' begli occhi onesti,
Onde la fiamma al cor ne venne e crebbe. So che conosci Alcippe, e che intendesti Quanto ardea già di me; né mai la volli: Così l'anima mia legar sapesti.
Omai ti san chiamare i sassi, i colli: Tante volte io ti chiamo, e così spesso Son da quest'occhi il dì bagnati e molli. Io son Sebeto tuo; se pur me stesso
Conosco bene, e tu 'l conosci: ascolta: Io son quel ch'era dianzi, io son quel desso. Questa colomba, che a la madre ho tolta Staman nel nido, e tra fior bianchi e gialli
Questa ghirlanda in mille nodi avvolta Io t'ho serbato, e questi bei coralli, Purpurei e bianchi, che del nostro mare Colsi l'altr'ier ne' lucidi cristalli.
È ombra, anzi non è quel ch'esser pare, Quel ch'ir ti fa superba: è men d'un fiore, Che non sarà diman com'oggi appare. Non vive sempre il bel vivo colore
Del giglio; e in un mattin la spina perde Il tesor de le rose, il breve onore. Appena vien tra noi, che si disperde, E quasi insieme appare e si nasconde,
Mortal beltà, ch'a un punto è secca e verde. Nettuno è il padre mio, re di quest'onde; Né pescator è qui presso o lontano, Che più di me di nasseo reti abbonde.
Chi nuota più? chi più destra la mano Tiene al pescar; sia pur la notte o 'l giorno; Sia pur turbato il mar, sia queto e piano? Deh vieni omai: la piaggia, il lito intorno
Ti chiama meco a l'ombra; ed io ti chiamo, Di questo lauro di bei rami adorno: Poiché lasciai per te già l'esca e l'amo.
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