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1798–1837

XIV – Ariosto

Giacomo Leopardi

Anima eletta, che nel mondo folle E pien d'orror, sì saggiamente quelle Candide membra belle Reggi, che ben l'alto disegno adempi

Del Re de gli elementi e de le stelle, Che sì leggiadramente ornar ti volle Perch'ogni donna molle, E facile a piegar ne li vizi empi,

Potesse aver da te lucidi esempi, Che fra regal delizie, in verde etade, A questo d'ogni mal secolo infetto, Giunta esser può d'un nodo saldo e stretto

Con somma castità somma beltade; Da le sante contrade, Ove si vien per grazia e per virtute, Il tuo fedel salute

Ti manda; il tuo fedel, caro consorte, Che ti levò di braccio iniqua morte. Iniqua a te; ché quel tanto quieto, Giocondo e, al tuo parer, felice tanto

Stato, in travaglio e in pianto T'ha sottosopra ed in miseria volto: A me giusta e benigna; se non quanto L'udirmi il suon di tue querele drieto

Mi potria far non lieto, Se ad ogni affetto rio non fosse tolto Salir qui, dove è tutto il ben raccolto: Del qual sentendo tu di mille parti

L'una, già spento il tuo dolor sarebbe: Ch'amando me come so ch'ami, debbe Il mio più che 'l tuo gaudio rallegrarti: Tanto più ch'al ritrarti

Salva da le mondane aspre fortune, Sei certa che comune L'hai da fruir meco in perpetua gioia, Sciolta d'ogni timor che più si moia.

Segui pur, senza volgerti, la via Che tenuto hai sin qui sì drittamente: Ché al cielo e a le contente Anime altra non è che meglio torni.

Di me t'incresca; ma non altrimente Che, s'io vivessi ancor, t'incresceria D'una partita mia, Che tu avessi a seguir fra pochi giorni.

E se qualche e qualch'anno anco soggiorni Col tuo mortal a patir caldo e verno, Lo dei stimar per un momento breve Verso quest'altro (che mai non riceve

Né termine né fin) viver eterno. Volga Fortuna il perno De la sua rota, in che i mortali aggira; Tu quel che acquisti mira

Da la tua via non declinando i passi, E quel che a perder hai de tu la lassi. Non abbia forza il ritrovar di spine E di sassi impedito il stretto calle

Al santo monte per cui al ciel tu poggi; Sì ch'a l'infida o mal sicura valle Che ti rimane a dietro il piè decline Le piagge, e le vicine

Ombre soavi d'alberi e di poggi, Non t'allettino sì che tu v'alloggi. Ché se noia e fatica fra gli sterpi Senti al salir de la poco erta roccia,

Non v'hai da temer altro che ti noccia (Se forse il fragil vel non vi discerpi): Ma velenosi serpi, De le verdi, vermiglie e bianche e azzurre

Campagne, per condurre A crudel morte con insidiosi Morsi, tra' fiori e l'erba stanno ascosi. La nera gonna, il mesto e scuro velo,

Il letto vedovil, l'esserti priva Di dolci risi, e schiva Fatta di giuochi e d'ogni lieta vista, Non ti spiacciano sì che ancor cattiva

Vada del mondo, e 'l fervor torni in gelo, Ch'hai di salir al cielo; Sì che fermar ti veggia pigra e trista. Ché questo abito incolto ora t'acquista,

Con questa noia e questo breve danno, Tesor, che d'aver dubbio che t'involi Tempo, quantunque in tanta fretta voli, Unqua non hai, né di Fortuna inganno.

O misero chi un anno Di falsi gaudii, o quattro o sei, più prezza Che l'eterna allegrezza, Vera e stabil, che mai speranza o tema

O altro affetto non accresce o scema! Questo non dico già perché d'alcuno Freno a i desiri in te bisogno creda; Ché da nuov'altra teda

So con quant'odio e quant'orror ti scosti: Ma dicol perché godo che proceda Come conviensi, e com'è più opportuno Per salir qui, ciascuno

Tuo passo; e che tu sappia quanto costi Il meritarci i ricchi primi posti. Non godo men, che a gl'ineffabil pregi Che avrai qua su, veggio ch'in terra ancora

Arrogi un ornamento, che più onora Che l'oro e l'ostro e li gemmati fregi: Le pompe e i culti regi Sì riverir non ti faranno, come

Di costanza il bel nome, E fede e castità; tanto più caro, Quanto esser suol più in bella donna raro. Questo, più onor che scender da l'augusta

Stirpe d'antichi Ottoni, estimar dei: Di ciò più illustre sei, Che d'esser de' sublimi, incliti e santi Filippi nata, ed Ami ed Amidei,

Che, fra l'arme d'Italia, e la robusta, Spesso a' vicini ingiusta, Feroce Gallia, hanno tant'anni e tanti Tenuti sotto il lor giogo costanti

Con gli Allobrogi i popoli de l'Alpe; E di lor nomi le contrade piene Dal Nilo al Boristene, E da l'estremo Idaspe al mar di Calpe.

Di più gaudio ti palpe Questa tua propria e vera laude il core, Che di veder al fiore De' gigli d'oro, e al santo regno, assunto

Chi di sangue e d'amor ti sia congiunto. Non poca gloria è che cognata e figlia Il Leon beatissimo ti dica, Che fa l'Asia e l'antica

Babilonia tremar, sempre che rugge; E che già d'Afro in Etiopia aprica, Col gregge e colla pallida famiglia, Di passar si consiglia;

E forse Arabia e tutto Egitto fugge Verso ove il Nilo al gran cader remugge. Ma da corone e manti e scettri e seggi, Per stretta affinità, luce non hai

Da sperar che li rai Del chiaro Sol di tue virtù pareggi. Sol perché non vaneggi Dietro al desir, che come serpe annoda,

Ti guadagni la loda Che 'l padre e gli avi e i tuoi maggiori invitti Si guadagnar con l'arme a i gran conflitti.

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