Ben mi raccorda quando lungo il rio Ti vidi prima andar cogliendo fiori, Che mi dicesti: o caro Iola mio, Tu sei più bello tra tutti i pastori;
E sol come tu fai, cantar desio; Ché i sassi col cantar par che innamori. Poi mi ponesti una ghirlanda in testa, Che di ligustri e rose era contesta.
Oimè, allor mi traesti il cor del petto, E teco nel portasti, e teco or l'hai. Ma poi che sì mi nieghi il dolce aspetto, Che debbo far, se non sempre trar guai?
D'ombrose selve più non ho diletto, Di vivi fonti o prati, né arò mai; Non so più maneggiar la marra o 'l rastro, Né parmi de l'armento esser più mastro.
Le fiere a i boschi pur tornan la sera, Dove di sua fatica hanno riposo; Si riveston di foglie a primavera I boschi, ignudi nel tempo nevoso;
L'autunno l'uva fa matura e nera, E ogni arbor da novelli frutti ascoso: Il mio duol mai non muta le sue tempre, E sono le mie pene acerbe sempre.
Ma i giorni oscuri divverrian sereni, Se pietà ti pungesse il core un poco. Allor sariano i boschi e i fonti ameni, Se meco fussi, o ninfa, in questo loco:
Andrian di dolce latte i fiumi pieni, Se amor per me il tuo cor ponesse in foco; E sì sonori i versi miei sariano, Che invidia Orfeo e Lino ancor n'ariano.
Corrimi adunque in braccio, o Galatea; Né ti sdegnar de' boschi, o d'esser mia. Vener nei boschi accompagnar solea Il suo amante, e lì spesso si addormia:
La Luna, ch'è su in ciel sì bella Dea, Un pastorello per amor seguia; E venne a lui nel bosco a una fontana, Perché donolle un vel di bianca lana.
Di bianca lana i miei greggi coperti Sono, come tu stessa veder puoi; E (benché maggior dono assai tu merti, Che non agnelle, capre, vacche o buoi)
L'armento e 'l gregge mio, per compiacerti, Il cane e l'asinel, tutti son tuoi, E quanti frutti son per queste selve, E quanti augelli insieme, e quante belve.
Un canestro di pomi t'ho già colto; Un altro poi di prune e sorbe insieme: E pur or di palombi un nido ho tolto, Che ancor la madre in cima a l'olmo geme.
Un capriol ti serbo, che disciolto Tra gli agnelli sen va, né del can teme: Due tazze poi d'oliva, al torno fatte Da quel buon mastro, arai piene di latte.
Ecco le ninfe qui, ch'una corona Ti tessono di rose e d'altri fiori: Odi la selva e 'l monte che risuona Di fistole e sampogne di pastori:
Di fior la terra lieta s'incorona, E sparger s'apparecchia dolci odori. Deh vien omai: ché null'altro ci resta Se non goder l'età fiorita in festa.
Si spogliano i serpenti la vecchiezza, E rinuovan la scorza insieme e gli anni; Ma fugge e non ritorna la bellezza In noi per arte alcuna o nuovi panni.
Mentre dunque sei tal, ch'ognun t'apprezza, Deh vieni a ristorar tanti miei danni: Ché col tempo, ma in van, ti pentirai Se la bramata grazia a me non dài.
Oimè, ch'io vedo pur mover le frondi, E sento camminar per questa selva. Se sei la bella ninfa, omai rispondi; Ch'io son l'amante tuo, non fera belva.
Lasso, perché mi fuggi e ti nascondi, come timida cerva si rinselva?
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