Diero a la rosa una virtù le sorti Contro gli scarafaggi: essi a fatica Si avvicinano a lei, che cascan morti. Se di tal proprietà vuoi ch'io ti dica
L'origine primiera, intento ascolta L'istoria d'essa e la cagione antica. Quando da Giove in ciel moglie fu tolta, Ogni animal per la celeste mensa
Qualche cosa donò da lui raccolta. L'ape, fra gli altri, a la real dispensa Portò certo suo miele, il quale di fresco Manipolato avea con cura immensa.
Questo piacque così, che i numi a desco Per lui furon tra lor quasi a le pugna; Come fa per il vin lo stuol tedesco. Men avida l'umor succhia la spugna:
E sen leccaro i Dei le dita in guisa, Che avean scarniti i polpastrelli e l'ugna. Quindi da l'ape informazion precisa Chiesero di quel miel; la cui ricetta
Volean che fosse a lettre d'oro incisa. L'ape rispose che di rosa schietta Fabbricato l'avea; e che da questa Veniva al miel quella dolcezza eletta:
Dove nel miel che volgarmente appresta, Adoprava in confuso il fior d'ogni erba O che nasce ne gli orti, o a la foresta. Si stupiron gli Dei che sì superba
Dolcezza fosse entro la rosa ascosta, Che per le spine appare aspra ed acerba. Allor da l'ape ogni virtude esposta Fu de la rosa; e seguitò narrando
La nobiltade e il pregio in che ella è posta: Dicendo che il sapor tanto ammirando Era in lei derivato, in un con l'ostro, Dal néttare che Amor versò ballando.
In somma l'ape in quel beato chiostro Sì la rosa inalzò, che fe stimarla E di bontade e di bellezza un mostro. Giove attento de l'ape udì la ciarla;
E dopo, in premio di quel miel sì grato, Regina de gl'insetti ei volse farla; Con patto che da lei gli fosse dato, Per il suo piatto, in ogni settimana,
Una tal somma di quel miel rosato. Ma perché udito avea la sovrumana Natura de la rosa, ivi creolla Monarchessa de' fiori alta e sovrana.
Terminate le nozze, e già satolla La turba de gli Dei; dal sommo tetto De gli animali si partì la folla. Con l'ape ognun di lor, colmo d'affetto,
Si rallegrò: ma pien d'astio e d'orgoglio, N'ebbe lo scarafaggio ira e dispetto. E spinto da l'invidia e dal cordoglio, Andò pensando a un certo stratagemma
Di torre a l'ape in un l'onore e il soglio. Quindi egli cominciò, solo e con flemma, De la rosa a sporcar tutte le foglie, Prima che uscisse il Sol fuor di maremma:
E mentre l'ape a cor le dolci spoglie Giva de' fiori, ei con sozzura immonda Le corrompeva il miel dentro le foglie. Volando l'ape a la celeste sponda,
Fece a Giove saper questo strapazzo, Esclamando sdegnata e furibonda. Giove entrò in bestia, e fece un gran schiamazzo: Sicché a cercar l'autor di quell'ingiuria
Scese Mercurio dal sovran palazzo. E in un tratto il trovò (ché mai penuria Non si dié di spioni): onde fu preso Lo scarafaggio, e torturato in furia:
E, perché quando il re si tiene offeso, Non si adopra oriuolo in dar la fune, Il fatto confessò chiaro e disteso. Quindi da' numi, per parer comune,
Come invido convinto e già confesso, Non fu lasciato di quel fallo impune. Perché dunque tentò con empio eccesso Di tor l'onore a l'ape, a lei facendo
De l'alveario e de la rosa un cesso; Fu sentenziato con rigor tremendo, Ch'ei viva ne lo sterco, e che gli sia De la rosa l'odor veleno orrendo.
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