Quella sei tu, che solo affanno e doglia
Senti del bene altrui: quella che tenta
Detrarre a i fatti onde l'onor germoglia.
Ogni stato maggior, di te paventa:
Ché, quasi tuoni, annunziano i tuoi ragli
Che la fortuna è a fulminare intenta.
Quella sei tu, che per le reggie agguagli
Al più vile il maggior; perocché furo
L'altezze a l'ire tue sempre i bersagli.
Dov'è senno e saper celebre e puro,
Colà ti volgi sol; perché tu brami
Con le imposture tue di farlo impuro.
Quella sei tu, che a la bilancia chiami
L'anime eccelse; e allor godi e guadagni,
Che aggravando ogni error, le rendi infami.
Con la virtù nascesti, e l'accompagni;
Ma per tenderle insidie e darle il guasto:
E se non ti riesce, ululi e piagni.
Quella sei tu, che non comporta il fasto,
Perché non può veder se non bassezza
Il genio tuo, che fu sempre da abasto.
Il paragon tu sei de la fortezza,
Per pubblicarne i néi; non già per rendere,
Col cimento, maggior la sua bellezza.
Quella sei tu, che fai chiaro comprendere
Che il bene è dove vai; poiché s'è visto
Che per tutto ove egli è, lo cerchi offendere.
Ami l'accidia; e di far grand'acquisto
Pensi ove il tempo inutilmente scorre;
Ma dove ben s'impiega, il core hai tristo.