Quand'io appena incominciava a tangere Da terra i primi rami, ed addestravami Con l'asinel portando il grano a frangere; Il vecchio padre mio, che tanto amavami,
Sovente a l'ombra de gli opachi suberi Con amiche parole a se chiamavami: E, come fassi a quei che sono impuberi, Il gregge m'insegnava di conducere,
E di tosar le lane, e munger gli uberi. Tal volta nel parlar soleva inducere I tempi antichi, quando i buoi parlavano, Ché 'l Ciel più grazie allor solea producere.
Allora i sommi Dii non si sdegnavano Menar le pecorelle in selva a pascere; E com'or noi facemo, essi cantavano. Non si potea l'un uom ver l'altro irascere;
I campi eran comuni e senza termini; E copia i frutti suoi sempre fea nascere. Non era il ferro, il qual par ch'oggi termini L'umana vita; e non eran zizzanie,
Ond'avvien ch'ogni guerra e mal si germini. Non si vedean queste rabbiose insanie; Le genti litigar non si sentivano, Per che convien che 'l mondo or si dilanie.
I vecchi quando al fin più non uscivano Per boschi, o si prendean la morte intrepidi, O con erbe incantate ingiovanivano. Non foschi o freddi, ma lucenti e tepidi
Erano i giorni: e non s'udivan ulule, Ma vaghi uccelli, dilettosi e lepidi. La terra, che dal fondo par che pulule Atri aconiti, e piante aspre e mortifere,
Ond'oggi avvien che ciascun pianga ed ulule; Era allor piena d'erbe salutifere, E di balsamo, e 'ncenso lacrimevole, Di mirre preziose ed odorifere.
Ciascun mangiava a l'ombra dilettevole Or latte e ghiande, ed or ginepri e morole. O dolce tempo, o vita sollazzevole! Pensando a l'opre lor, non solo onorole
Con le parole; ancor con la memoria Chinato a terra come sante adorole. Ov'è il valore? ov'è l'antica gloria? U' son or quelle genti (oimè son cenere)
De le quali grida ogni famosa istoria? I lieti amanti e le fanciulle tenere Givan di prato in prato rammentandosi Il foco e l'arco del figliuol di Venere.
Non era gelosia; ma sollazzandosi Movean i dolci balli a suon di cetera, E 'n guisa di colombi ognor baciandosi O pura fede, o dolce usanza vetera!
Or conosco ben io che 'l mondo instabile Tanto peggiora più, quanto più invetera. Tal che ogni volta, o dolce amico affabile, Ch'io vi ripenso, sento il cor dividere
Di piaga avvelenata ed incurabile.
Cookies on Poetry Cove