Quanto se avviva Amor quando vedere Mi fa la donna mia con le compagne Sue ne l'andar, ma non zià di bellezze Dir nol saprei, e non mi so tenere,
Perché Dïana in selve ombrose e magne Mai fu più bella cominziando a le trezze, Né vide Adon in Vener più vaghezze Qual veggio in lei, e benedisco amore
Mia fautrice fortuna e destin santo, Che vuol che in ogni canto Dica sue laude e questo è il mio dolore Ch'i' mova un basso stil per l'alto onore.
Veggio sì alto obbietto, e parmi udire Tanta armonia del suo parlar ch'i' passo Per non dar sì gran peso agl'omer' miei, Togliendo sol per volere ubidire
Amor piccola legna d'un gran fasso, Che con più forze so non reggerei, Havendo il buon voler perdon da lei. Né penso di color che per la via
Diran di me, e la parte del vulgo A la qual non indulgo; Perché non sa quel che virtù si sia, Sprezzando amore e chi sta in sua balìa.
Che amor fu quello che per mio odorato Mi die' una rosa che fra mille scelse, E la più bella che vedesse il sole, O che fresca rugiada habbia bagnato.
Io non so dir se di terra la svelse, Ché da pianta terrestre non si tole Simil a questa e non so ove si cole; Né so per quale umor si tien sì bella,
In fra candida starsi e colorita; Forse che fu partita Da pianta ch'è nel ciel sopra ogni stella Però d'ogni viltà sempre è ribella.
Che porrà mai più dolcezza gustare Quanto ognor gusto, e d'un soave cibo Che pasce l'alma in così lieta mensa, E 'l corpo per veder sa nutricare.
Non altrimenti gusto, mangio, o bibo, Se non quel che da sé l'animo pensa, E forse a pochi tal gratia è dispensa, Che benedecto sia quand'io scopersi
Il pecto mio a l'amorosa piaga, Che la man d'una vaga Donna mi fece, e tanto la soffersi, Che per dolcezza a lei tutto m'offersi.
E fin ch'harà mia alma onesto tatto Del grembo suo non mi partirò mai, Né penso all'ombra gir di più bei panni, Né per altro color, né per altro atto.
E questo dico a te, canzon, se vai In man di quella, fa (che) nel dir t'amanni Ch'i' son contento de' miei dolci affanni In amar lei e di cantar per laude
Di sue bellezze in parte; perché troppo Serìa a me infermo e zoppo Carcare il corpo di che l'alma gaude, Fuggendo il suon che 'l vulgo inerte obaude.
Il vedere e l'udir, l'odore e 'l gusto E con un tatto giusto Son ben cinque faville e accendon fuoco Ch'io chiamerò virtù, se a tempo è loco.
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