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1798–1837

VII – Poliziano

Giacomo Leopardi

Chi vuol veder lo sforzo di natura, Venga a veder questo leggiadro viso D'Ippolita, che 'l cor cogli occhi fura; Contempli il suo parlar, contempli il riso.

Quando Ippolita ride onesta e pura, E' par che si spalanchi il paradiso: Gli angioli al canto suo, senza dimoro, Scendon tutti dal cielo a coro a coro.

I' non ardisco gli occhi alto levare, Donna, per rimirar vostra adornezza; Ch'i' non son degno di tal donna amare, Né d'esser servo a sì alta bellezza:

Ma se degnaste un po' basso mirare, E fare ingiuria a la vostra grandezza, Vedreste questo servo sì fedele, Che forse gli sareste men crudele.

Che maraviglia è s'io son fatto vago D'un sì bel canto, e s'io ne sono ingordo? Costei farebbe innamorare un drago, Un bavalischio, anzi un aspido sordo.

I' mi calai: ed or la pena pago; Ch'i' mi trovo impaniato, come un tordo. Ognun fugge costei quand'ella ride: Col canto piglia, e poi col riso uccide.

Pietà, donna, per Dio; deh non più guerra; Non più guerra, per Dio; ch'i' mi t'arrendo: I' son quasi che morto, i' giaccio in terra, Vinto mi chiamo, e più non mi difendo:

Legami, e in qual prigion tu vuoi, mi serra; Ché maggior gloria ti farò vivendo: Se temi ch'io non fugga, fa un nodo De la tua treccia, e legami a tuo modo.

Io arei già un'orsa a pietà mossa; E tu pur dura a tante mie querele. Che arai tu fatto poi che ne la fossa Vedrai sepolto il tuo servo fedele?

Ecco la vita, ecco la carne e l'ossa: Che vuoi tu far di me, donna crudele? È questo il guiderdon de le mie pene? Dunque m'uccidi perch'io ti vo' bene?

Costei per certo è la più bella cosa Che 'n tutto 'l mondo mai vedesse il sole; Lieta, vaga, gentil, dolce, vezzosa, Piena di rose, piena di viole,

Cortese, saggia, onesta, graziosa, Benigna in vista, in atto ed in parole: Così spegne costei tutte le belle, Come il lume del Sol tutte le stelle.

Gli occhi mi cadder giù tristi e dolenti, Com'io vidi levarsi in alto il sole; La lingua morta m'addiacciò fra' denti, E non poté formar le sue parole;

Tutti mi furon tolti i sentimenti Da chi m'uccide e sana quand' e' vuole; E mille volte il cor mi disse in vano: Fatti un po' innanzi, e toccagli la mano.

Per mille volte ben trovata sia, Ippolita gentil, caro mio bene, Viva speranza, dolce vita mia: Deh guarda quel che a rivederti viene:

Deh fagli udir la tua dolce armonia; Dà questo refrigerio a le sue pene: Se 'l tuo bel canto gli farai sentire, Allora allor contento è di morire.

Solevan già col canto le sirene Fare annegar nel mare i naviganti; Ma Ippolita mia cantando tiene Sempre nel foco i miserelli amanti.

Solo un rimedio trovo a le mie pene: Che un'altra volta Ippolita ricanti. Col canto m'ha ferito, e poi sanato; Col canto morto, e poi risuscitato.

Io mi sento passare insin ne l'ossa Ogni accento, ogni nota, ogni parola: E par che d'altro pascer non mi possa; Ch'ogni piacer questo piacer m'imbola:

E crederei, s'io fossi entro la fossa, Risuscitare al suon di vostra gola; Crederei, quand'i' fussi ne l'inferno, Sentendo voi, volar nel regno eterno.

Voi vedete ch'io guardo questa e quella; E forse ancor n'avete un po' di sdegno: Ma non possa io veder mai sole o stella, S'io non ho tutte l'altre donne a sdegno:

Voi sola a gli occhi miei parete bella, Piena di grazia e piena d'alto ingegno: Abbiatene di questo mille carte: Ma per coprire il vero, uso quest'arte.

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