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1798–1837

VI – Poliziano

Giacomo Leopardi

In un formoso e bianco tauro Si vede Giove per amor converso, Portarne il dolce suo ricco tesauro: E lei volger il viso al lito perso,

In atto paventosa: e i be' crin d'auro Scherzan nel petto, per lo vento avverso; La vesta ondeggia, e indietro fa ritorno: L'una man tien al dorso, e l'altra al corno.

Le ignude piante a se ristrette accoglie, Quasi temendo il mar, che non le bagne. Tale, atteggiata di paure e doglie, Par chiami in van le sue dolci compagne:

Le quali, assise tra fioretti e foglie, Dolenti Europa ciascheduna piagne: Europa, sona il lito, Europa riedi. Il toro nota, e talor bacia i piedi.

Fassi Nettuno un lanoso montone, Fassi un torvo giovenco, per amore; Fassi un cavallo il padre di Chirone: Diventa Febo in Tessagllia un pastore,

E 'n picciola capanna si ripone Colui ch'a tutto 'l mondo dà splendore: Né gli giova a sanar sue piaghe acerbe, Perché conosca le virtù de l'erbe.

Poi segue Dafne; e 'n sembianza si lagna, Come dicesse: o ninfa, non ten gire; Ferma il piè, ninfa, sopra la campagna; Ch'io non ti seguo per farti morire:

Così cerva leon, così lupo agna, Ciascuno il suo nemico suol fuggire; Ma perché fuggi, o donna del mio core, Cui di seguirti è sol cagione amore?

Da l'altra parte la bella Arianna Con le sorde acque di Teseo si dole, E de l'aura, e del sonno, che la inganna; Di paura tremando come sole

Per picciol ventolin palustre canna. Par che in atto abbia impresse tai parole: Ogni fiera di te meno è crudele; Ognun di te più mi saria fedele.

Vien, sopra un carro d'edera e di pampino Coperto, Bacco; il qual duo tigri guidano: E con lui par che l'alta rena stampino Satiri e Bacche; e con voci alte gridano.

Quel si vede ondeggiar, quei par ch'inciampino, Quel con un cembal bee, quei par che ridano: Qual fa d'un corno, e qual de le man ciotola; Qual ha preso una ninfa, e qual si rotola.

Sopra l'asin Silen, di ber sempre avido, Con vene grosse, nere, e di mosto umide, Marcido sembra, sonnacchioso e gravido. Le luci ha di vin rosse, enfiate e fumide.

L'ardite ninfe l'asinel suo pavido Pungon col tirso; ed ei con le man tumide A' crin s'appiglia; e mentre sì l'attizzano, Casca nel collo; e i satiri lo rizzano.

Quasi in un tratto vista, amata e tolta Dal fiero Pluto, Proserpina pare Sopra un gran carro; e la sua chioma sciolta A' zefiri amorosi ventilare.

La bianca vesta, in un bel grembo accolta, Sembra i colti fioretti giù versare. Si percuote ella il petto, e in vista piagne, Or la madre chiamando, or le compagne.

Posa giù del leone il fiero spoglio Ercole, e veste femminina gonna; Colui che il mondo da grave cordoglio Avea scampato; ed or serve una donna:

E può soffrir d'amor l'indegno orgoglio Chi con gli omer già fece al ciel colonna; E quella man con che era a tenere uso La clava poderosa, or torce un fuso.

Gli omer setosi a Polifemo ingombrano L'orribil chiome, e nel gran petto cascano; E fresche ghiande l'aspre tempie adombrano. Presso a se par sue pecore che pascano:

Né a costui dal cor già mai disgombrano Li dolci acerbi lai che d'amor nascano; Anzi tutto di pianto e dolor macero, Seggia in un freddo sasso, appiè d'un acero.

Da l'una a l'altra orecchia un arco face Il ciglio irsuto, lungo ben sei spanne: Largo sotto la fronte il naso giace: Paion di schiuma biancheggiar le zanne.

Tra' piedi ha il cane; e sotto il braccio tace Una zampogna ben di cento canne: E guarda il mar, ch'ondeggia; e alpestre note Par canti, e mova le lanose gote;

E dica ch'ella è bianca più che il latte; Ma più superba assai ch'una vitella: E che molte ghirlande le ha già fatte; E serbale una cerva molto bella,

Un orsacchin, che già col can combatte: E che per lei si macera e flagella: E che ha gran voglia di saper notare, Per andare a trovarla infin nel mare.

Duo formosi delfini un carro tirano: Sovr'esso è Galatea, che 'l fren corregge: E quei notando parimente spirano. Ruotasi attorno più lasciva gregge:

Qual le salse onde sputa, e quai s'aggirano; Qual par che per amor giuochi e vanegge. La bella ninfa con le suore fide Di sì rozzo cantar vezzosa ride.

Intorno al bel lavor serpeggia acanto, Di rose e mirti e lieti fior contesto; Con vari augei sì fatti, che il lor canto Pare udir ne gli orecchi manifesto.

Né d'altro si pregiò Vulcan mai tanto; Né 'l vero stesso ha più del ver che questo: E quanto l'arte intra se non comprende, La mente, immaginando, chiaro intende.

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