Diva gentil, nel cui pudico petto, Le sancte gratie han facto albergo e nido, Poi che pigliar ti piace alcun diletto D'udir le lode e biasmi de Cupido,
Come umil servo tuo l'impresa accetta Pur ch'io senta il tuo raggio, in cui me fido, Tu sola moverai l'ingegno mio Che dentro a me puoi più che non l'osso io.
Tu la Calliope mia sola sarai, Tu el mio Phebo, mio lauro e la mia stella, Phylero, perché io so ch'esser vorrai La tua rima e la lira a me ribella,
Le pompe e le victorie prenderai A dir del nudo fanciullin di quella Che già cum Marte avvolta in ferreo velo Fu fabula gran tempo a tutto il cielo.
Qual merto mio, qual gratia mi fa degno Che nel conspecto de sta humana dea Apra la bocca mia, mova l'ingegno Per compiacer questa celeste idea
Oltra l'usato, o mio sonante legno Farati hormai sentir ch'in me si crea Un appetito, una sfrenata fame Da faticar a un poetico certame.
E tu, ninfa leggiadra, per me prega Amor, ch'in te si sta tenace e forte E qual cum insolubil nodo lega Te cum l'invicto e excelso tuo consorte.
Per lui dirò, se gratia non mi nega, Mie rime, benché poco ornate e accorte E se oppormi a costui Diva ti piace, Fa che per mezo tuo ne sia capace.
Benché altre volte già cantato abbiamo Sopra di tal subiecto, immortal diva, Quel faretrato arcier per cui tanto amo, Biasmar fu sempre la mia voglia schiva;
Ma poi che adesso qui conducti siamo, Convien ch'el remo mio tocchi altra riva, Che sol per obedir a tua excellentia Qui lasso religione et riverentia.
Ma pur timido penso e non comprendo Onde principio aver debbia mio dire, Perdonami, Cupido, s'io ti offendo E se contra di te me armo de ardire,
Magior nume del tuo servir intendo Da cui pende mia vita e il mio morire Minaccia pur, se sai, d'arco e di strale Che lui mi coprirà cum sue sancte ale.
Tanto favor da lui per me s impetra Che più non temo la battaglia dura, E se a mostrarmi sol la tua pharetra Tremar già me facesti de paura,
Hor starò saldo e al suon di questa cetra Sarà la lingua mia franca e sicura, E per mostrarlo la mia barca ardita Solcarà el mar di tua nephanda vita.
E sper', s'io dico alcun de' tuoi defecti E di tuoi vicii scelerati e rei, Che a tutto il ciel grati seran e accepti Come ben veri e giusti i versi miei,
Che avendo già infidel tanti dispecti Facti a Jove a Junone e agli altri dei, Tutti concordi mi daran favore A biasmarti crudel e traditore.
Io so, sublime Dea, ch'el sacro nume D'amor quanto a te specta non se offende, Anzi cerchi exaltarlo, e chi presume Dir ch'el contrario sia ben non l'intende,
Che posto ne le tenebre alcun lume Mostra maggior sua luce e assai più splende Così d'amor la gloria alta e preclara Apresso el biasmo assai serà più chiara.
Questa è dunque la causa che al presente Tal materia ci dai, se 'l ver discerno, E creder non sì de' ch'el sia altramente Perché Amor non è Dio da farne scherno;
Ma tu Cupido excelso e omnipotente Potrò io mai dir del tuo nome eterno, A cui pensando sol resto di smalto Ch'ingegno d'uom mortal non va tant'alto.
Ma acciò che di tua forza e quanto vali Possa parlar cum rime alte e facunde, Spira dentro al mio petto un de' tuoi strali Quel che la gratia e l'eloquenza infonde;
Sai ben che mai non cerco a imprese tali Altro parnaso, altre castalide onde, Che una scintilla del tuo foco, Amore, Può più che Apollo e il suo divin favore.
Comprendo ben che la tua pura fama Non stima il suon di temeraria lingua, Pur come il servo che il signor suo ama, Né vol ch'unquancho lo suo onor s'estingua,
Contradicendo andrò dove mi chiama Prophana voce che in mal dir s'impingua Voce che vol negar la tua possanza Ch'ogni superba deitade avanza.
Molto animoso al primo assalto stai E parti haver l'onor di questa guerra; Ma oggi è il dì che tal vergogna harai Qual ha chi contra il ver la spada afferra,
Scusate pur cum voler dir ch'el fai Per compiacer costei che è rara in terra Che un ver proverbio si suol dir tra nui: Chi lauda un tristo è un tristo e mezo lui.
Socrate, quel philosopho stupendo Dal cui prato Platon molti fior colse, Un tratto Amor vituperar volendo Per vergogna al suo capo el manto involse;
Ma el contrario poi cantar dovendo Orar cum testa di scoperta volse Per questo exempio hormai può judicarsi Qual di noi del suo dir de' vergognarsi.
Bisognami al principio de l'impresa Una dimanda far che da lei pende, Che quando non è ben la causa intesa L'effecto similmente mal s'intende
Hor poi che sopra Amor se ha a far contesa E che per lui nova fiamma se accende Per volger meglio questa tela al subio Dimmi che cosa è amor, trami de dubio.
L'alta essentia d'Amor ch'ogn'altra excede Qual sia e quanta de finir non spero, Però che la mia lingua non possede Tanto valor che dir ne possi intero;
Ah che sì longi human occhio non vede Né niente po' pensarne a pieno il vero, Ma pur dirò che Amor, per quel ch'io sento, È virtù ch'el ciel reggie e ogni elemento.
Creduto ha alcun pensando la bontade D'Amor ch'al sol dà luce e all' altre stelle Che lui altro non sia che charitade E che speranza e fe' sian sue sorelle,
E che ad un parto nate e ad una etade Siano cum esso loro e lui cum quelle, Questo è che seco Amor suol sempre starsi E de lor qual di gemme incoronarsi.
Lasso la philosophica sententia Che tien che Amor è istinto di natura E che in virtù o beltà fa residentia, Ma in l'una presto manca e in l'altra dura.
Plato già volse dir di sua potentia E fenne un libro e non di bassa cura Bastati alfin ch'el sia un valor eterno Che ha d'ogni cosa universal governo.
Non voglio hor confutar quanto hai risposto, Che voluntieri il tempo non consumo, Ma in processo del dir son ben disposto Ch'este tue conclusion vadino in fumo,
E intanto un altro dubio in cui son posto Mi solverai, se troppo non presumo, Da te saper vorrei per cortesia Chi nacque prima Amor o zelosia.
Cosa che a tutte le terrene genti È manifesta, dubïosa fai, Ma chi divise prima gli elementi, Chi diede al sole i suoi splendenti rai,
A la terra le fiere, al mar i venti, Al ciel le stelle Amor, se tu nol sai, El qual, se 'l mondo fe' tanto gentile, Fu prima lui che passïon sì vile.
Varda che se gli è ver quel ch'hom hai detto Un grande inconveniente affirmar lice; Ma il facundo Calmeta in un sonetto, Al tuo non bon iudicio contradice;
La tua sententia è questa, et io l'accetto, Che zelosia d'amor fu la nutrice, E contra al tuo parer ch'è falso tutto La baila prima nasce e dopo il putto.
Son le parole mie col ver congionte; La mia sententia è stabile e non varia, Va, leggi il magno mio Gaspar Vesconte Ne l'opera ch'el fa de Paulo e Daria
Non ha il Calmeta cum sue rime pronte A questa nostra opinïon contraria, Che alhor lassati i suoi iudicii dotti Parlò secondo gli animi corrotti.
Che la natura humana assai diversa, Da quella che fu prima al secul d'oro Non sa senza passion tanto perversa Posseder l'amoroso e bel tesoro;
Subito che ne i cor sua luce tersa, Manda amor, costei gli entra, ond'io m'accoro, E questa è la ragion ch'el vulgo dice: Lui ch'è fanciul vol seco la nutrice.
La gratia ch'ebbe da i celesti chori La bella prisca età quanto fu grande Che per li ameni prati pien di fiori Di faggi a l'ombra pia carchi de ghiande
Godean senza sospetti i loro amori, Né zelosia gli havea le sue vivande, La qual per romper viver sì iocondo Fu da le furie poi mandata al mondo.
Hor lassiam star da parte questo nodo, El qual legato tien dubio sì forte E sia qùesto fanciul nato a tuo modo Basta ch'egli è animal de mala sorte,
D'ogni felicità contrario chiodo, E quando nacque lui nacque la morte E volse il ciel ch'el fusse al mondo tale Principio, mezzo e fin de ciascun male.
Chi fia ch'el creda quel che tutti i Dei Quanti in ciel sono di bellezze avanza Habia costumi sì malvagi e rei E sia principio d'ogni trista usanza;
Ma certo, Amor, tutto el contrario sei, Tu sol d'ogni piacer doni speranza, Gentil, pietoso e pien de umanitade, Fonte da cui procede ogni bontade.
Mentre che Cerber can cum voci sparse Intuonarà per le tartaree loggie, Mentre che Tantal bramarà sfamarse E fia ch'el gran Tipheo sotto Ethna alloggia,
Mentre che Titio harà da lamentarse E ch'Orion darà tempeste e pioggie, E instabil fia di Sisipho el macigno, Amor non lassarà l'esser maligno.
Mentre ch'a Cynthia il sol darà sua luce E che in ciel se vedran stelle fulgenti, Mentre i germani Castore e Polluce L'un per l'altro morir seran contenti,
Mentre che l'ape haran lor guida e duce E scenderan dai monti acque correnti, E harà varii colori el celeste arco Non fia ch'amor sia mai crudel e parco.
Qual'è a l'aer seren nube importuna E al fertil campo el loglio amaro e brutto E a tranquil mar tempestosa fortuna, Tal'è questo amor vano al mondo tutto
La nube asconde in ciel sol, stelle e luna, Guasta el loglio la terra e amorba il frutto In fin questo è colui che 'l mondo atterra Nemico a pace e dio fatto di guerra.
Qual'esser suol al naviglio el rectore E a le cittade i degni magistrati E al mondo il sole, similmente è Amore A tutti quanti gli animal creati
Mal nave sta senza governatore E mal stan le città senza prelati, El mondo senza sol, tenebre smorte Senza Amor nostra vita è più che morte.
Negar questo non puoi ch'el defendente, Del difeso più fier non sia tenuto, Tu defendi Cupido arditamente Che non voi che 'l tuo onor qui sia perduto,
Questo è pur dunque un dio poco possente Quando ha bisogno di mortale aiuto, Questo è pur dunque un dio che poco vale Quando e di men valor ch'un uom mortale.
Venga lui stesso, e s'io dico menzogna, Facciami el dicto rivocar qual stolto; Ma s'el vi viene e ch'el tema vergogna Mille volte arrossir farolo in volto;
Ma porsi contra il vero che bisogna? Und'io di te mi maraviglio molto, Taci, ch'un bel tacer poco ti costa Ch'el se suol dir ch'el ver non ha risposta.
Non superbire, Antiphylo, sta forte, Hor sai quello ch'al satiro intravenne, Che provocò da la parnasia corte Il biondo Apollo, el qual chiamato venne;
Contrastar volse un Dio d'onde aspra morte Per la sua gran temerità sostenne Hor pensa ch'un de satiri non sei Che numerati son tra semidei.
E Phebo ancor non ha tanto valore Quanto ha quel dio ch'ogni alta palma acquista, Onde se a te venir volesse Amore Per porre freno a la tua lingua trista,
Oh te infelice, ch'el suo gran fulgore Tolerar non potria tua debil vista, Quelle di Semellè serian tue prove Quando in sua maestà già vide Jove.
Ma perché el mondo tuo puncto non cura, Né sua divinità tanto se abassa, Io che tuo simel son piglio la cura Lui non mel veta e contrastar mi lassa
Dove è la cosa dubia e mal secura Magnanimo signore armato passa E a gli altri animo fa, ma a poca impresa Un di soi servi basta a far difesa.
Se gli è sì gran signor, come tu affermi, Questo tuo Amore e se gli è dio immortale, Come comporta che i miei versi infermi Dican di lui tanto obbrobrio et male?
Che per vendetta già dovrebbe avermi Transfixo il petto e il cor d'un qualche strale. Donque è ben vero e udir già mi ricordo Ch'è putto senza lingua, cieco e sordo.
Ma tu potresti dir lui come Dio Cum lento passo andar sempre li piaque Rispondo che pazienza andò in oblio Quel dì che prima ne la culla iacque,
E se voi dir che a chi l'offende è pio Clementia al ciel volò quando lui nacque, Poi Dio fu facto da quei popul sciochi Che per li campi adoran sassi e zochi.
Lui ride e d'ascoltarti si diletta Che per questo il suo nume n'è adirato; Né di te vol pigliar altra vendetta Che il dolor che anco avrai del tuo peccato;
Ma come piace a lui va tardo e in fretta Contra i ribelli al tutto del suo stato E s'or non mostra alcun turbato segno Certo de l'ira sua tu non sei degno.
Amor ha in suo poter ciò che lui vuole, Ciò che si fa per tutto il mondo vede, Domina il cielo e tra Mercurio e 'l sole Ha la sua excelsa e onnipotente sede,
E quando è irato il suon di sue parole, I tuoni e il balenar di Jove excede Chi non te adora, Amor, più duro parmi Che di Caucaso gl'insensati marmi.
Hor quanto extenda sua potentia forte Per mille prove sia quest'una sola Ch'el sdegno i più fideli a la sua corte Quando li piace a suo dispetto invola,
E contra lui è de sì debil sorte Amor, che spesso cadde a una parola Dovria pur cum un stral mandarlo al fondo Se come affermi il ciel triumpha il mondo.
Ma poi ch'el sdegno Amor vince et excede Questo è di sua viltà pur chiaro exempio, Se l'acquistate sue più ricche prede Gli leva, non è lui sì fiero et empio;
Ecco per far di questo eterna fede Scriver già volse a la porta del tempio El ferrarese mio poeta degno: Amanti, Amor può assai, ma più può un sdegno.
Erra chi crede el sdegno, odiar Amore Anzi l'onora e serve et ecco il segno Che quando paragon vuol far d'un core Cupido manda ad habitarli el sdegno
El qual se resta e che non torni fore Fugge Amor che de lui l'ospizio è indegno Perché cognosce il loco obiecto e vile Ch'el sdegno non alberga in cor gentile.
Così se di due amanti vuol far prova, Chiama questo furor che lo inquïeta, E lui si parte e s'el sdegno non trova Loco tra lor dove fermi sua meta
più fervente Amor torna e si rinova, E questo scrisse el comico poeta Né l'opra sua che de gli amanti l'ire E reintegrar d'Amor e invigorire.
Donque d'Amor la forza è più robusta Ch'al sdegno come vol torze la briglia; Ma la plebe ignorante e che non gusta A false opinïon sempre s'appiglia,
De Flavia lo amatore ha scusa iusta Ch'i bon judicii la passion scompiglia Che un poco alhor turbato voler disse Al tempo scriver quel che poi non scrisse.
El se scià per ciascun ch'Amor è un putto, È alato e cieco e senza vestimento, Donque de la tua fe' non harai frutto Perché un fanciul non ha cognoscimento;
De tue promesse qual serà el construtto Se ha l'ale e sta in continuo movimento, Che premio aspetti haver d'un tuo servitio Da un nudo e che non vede il beneficio?
Talmente Amor l'antiquità depinse Ch'ebbe a ogni altro secreto extrema cura, E non senza misterio un putto finse Per la sua vita immaculata e pura,
E poscia l'ale agli humeri li strinse Per mostrar la sua angelica natura; Cieco non già come credon gli sciocchi, Ma inanzi e a tergo li fer ben mille occhi.
Che non sol vede quel che fora appare, Ma quel ch'è dentro ai cori e sotto i panni, E nudo el fe' perché volse mostrare Ch'egli è leale, aperto e senza inganni,
Quel che promette observa e po' pagare A un ponto le fatiche di molt'anni E un suo fidel ciò che a lui chiede impetra Che gran ricchezze asconde in la pharetra.
La sua ricchezza in la pharetra asconde Che ne gli acuti strali tutta consiste, Strali che fan nei cor piaghe profonde E altre monete a lui non ho mai viste,
E il senso di che par che sempre abonde Calde lacrime son de sangue miste, Insuportabil pene, aspri tormenti, Et cum eterni guai continui stenti.
Quell'è il tesor che a suoi servi concede, Questo è il tributo poi che da lor vuole, O gentil cortesia ch'ogni altra excede, Phylero, del tuo error forte mi duole.
Lui medesmo di sé fa piena fede; Onde scusar nol pon' le tue parole Che l'andar nudo e aver su gli humer l'ale Significa ch'è pover e bestiale.
Li strali Amor per li soi servi spende E effecto dona a mille lor disegni, Cum questi i rozzi cor nobili rende E ad ogni volo alati fa gl'ingegni,
O santi strali, e quando l'arco tende Beati spirti che de quei son degni, Talor di questi al ciel donando parte Saturno allegra e fa men crudo Marte.
Non così tosto ha queste punte impresse Alcun nel cor, che per voler divino Subito vien poeta come avesse Gustate l'acque al fonte caballino;
Un altro ne le furie, orrende e spesse De le battaglie ha più fiero destino Queste dolci ferite avendo in l'alma Più forte fassi e alfin porta la palma.
Vero è che Amor besogna talhor spiri Contrarij strali e non convien ch'io el celi Ch'ardeno i cori e dan gravi martiri Ai subditi ostinati et infedeli,
Da questi vol le lacrime e i sospiri, A questi fa le piaghe aspre e crudeli, Che scherno d'un signor fanno le genti Se non ha de punir i delinquenti.
Io ho pur mille volte visto e audito Che nel regno d'Amor non è justitia, E seguono per duce l'appetito Quei che conducti son a sua militia,
Che esser può peggio d'uom tanto invilito Quand'è senza ragion pien di nequitia, E d'ogni biasmo è quella corte degna Dove justitia more e il voler regna.
Benché se dica, et è proverbio antico, Che i principi ragion del voler fanno, Questo s'intende d'un che sia nemico Di pace insidïoso e reo tiranno;
Ma Amor ha le sue leggi e a quelle è amico, Iove e tutti li dei loco li danno Cum queste premia i boni e i tristi affligge Pluton le observa in fin de là da Styge.
O d'un principe gloria, o gran bontade, Che justitia ama e non subiace a legge, E avendo d'ogni cosa libertade Sol temperanza per sua scorta elegge;
Camina il mio signor per queste strade E a lui conforme in la sua dextra regge De più pura materia un'altro sceptro Ch'oro, argento, cristallo, avorio o electro.
Hor quanto sia tenuto et onorato Tutti i subditi suoi fede ne fanno, Che dovendo da lor esser laudato Chi 'l chiama robatore e chi tiranno,
Malvagio alcun, alcun sdegnoso e ingrato, Altri del fero e del crudel gli danno; Rimbomban fin' al ciel le voci dive Di queste tante sue prerogative.
Homicida, sacrilego, nephario, Infame, adulator, finto e mendace, Pover, superbo, iniquo e temerario, Indomito, protervo e pertinace,
Ladro, simulator, perfido e vario, Malevolo, importuno, altero e audace Impio, sleal, periuro, aspro e iracondo, Maligno, impaziente e furibondo.
Invido, cieco, impetuoso e errante, Avaro, injusto, reo, falso e prophano, Vagabondo, volubile e incostante, Infidel, traditor, duro e villano,
Instabil, scellerato et arrogante, Sordo, schivo, implacabil e inumano, Austero, discortese e ingannatore, Questi i tituli son del tuo signore.
El ciel, che sempre sta sereno e puro, Né cambia mai la sua fulgente faccia, Dicto è più volte turbolento e obscuro, Che qualche nube il veder nostro impaccia;
Così Amor d'ogni macula securo, Se a biasmarlo talhor qualcun se allaccia Non è che mai sua justa essentia muti, Ch'altri accidenti son non cognosciuti.
Ma un prudente signor, temprato e iusto In cui del dominar pratica sorge, Al vano garrular non presta gusto, Né al mal dir de la plebe orecchia porge
Questa licentia ai soi Cesar Augusto Concesse, la cui fama ognor risorge, Questo lo extense Alcide observar sole, Però che non fan sangue le parole.
Simile è Amor, così suo stato insonte Governa e pur talhor vendetta induce; Ma a laudar lui sempre han le lingue pronte Quei che lustrati son da la sua luce,
Chiamandolo il poeta Anacreonte De tutte cose domator e duce, Hor chi il chiama gentil, chi liberale, Chi excelso, chi divino et immortale.
Inclito, glorïoso, onnipotente, Eterno, sacrosanto e inviolabile, Invicto, venerando et excellente, Magnanimo, terribile e mirabile,
Forte, vivace, maximo e veemente, Optimo, triumphante e formidabile, Valido, summo, singular e egregio, Magnifico, honorato, illustre e regio.
Splendido, generoso et elegante, Amabile, propitio e benfactore, Angelico, piacevole e prestante, Clemente, gratïoso e donatore,
Voluntario, amicabile e constante, Pio, benigno, ospitale, e nutritore, Dolce, suave, ameno, almo e jocondo, De le cui glorie il ciel cridano e il mondo.
S'io non credesse fastidir chi ascolta Della mia rima ardente il iusto grido, Direi senza timor cum lingua sciolta Quale sia il loco ove regna Cupido;
Ma essendo a me d'ognun l'orecchia volta Pur dirò in parte come sta suo nido E se tal stanza a lui quadra in effecto Come a signor perverso e maledecto.
Narrasi che d'Amor la regia corte Sospetti e zelosia l'anno occupata, Ch'egli è una scala longa, di tal sorte Che chi più ascende fa maggior calata,
E ch'ivi error son pincti e imagin smorte, Vane lusinghe e fe' mal premïata E a l'uscio queste littere intagliate Lassate ogni speranza, o voi ch'entrate.
Ivi son due cipressi sì elevati Che la lor cima di vista si perde, Arbori proprio a morte dedicati Ancor che sia ciascun fronduto e verde,
Natura di tal specie gli ha creati Ch'inciso un tronco mai più non rinverde, Cum quei la porta d'un giardin se adorna Segno che chi entra in quel mai più non torna.
Anticamente già morendo alcuno Per far qualunque lì passava accorto Di questi rami ne tollevan uno Et era posto a la casa del morto,
E però donque esser po' certo ognuno Spinto da sua sventura in questo porto E non se trova qui persona viva Poiché morir convien tosto che arriva.
Questo è un giardin de spine e d'arboscelli Che stillan tosco a cui non val rimedio, Civette, corvi, allocchi e pipistrelli Sopra essi notte e dì tengono assedio,
Qui son fucine, incudini e martelli Da fabricar dolor, passion e tedio, Foco el sospir senza mantaco accende E zelosia a tal lavoro attende.
Qui iace la ragion vincta in catena E l'appetito è suo signor e donno, Qui l'ocio stassi et apre gli occhi appena Tant'è gravato da pigritia e sonno,
Di pel canuto seco il pensier mena Perché mal star l'un senza l'altro ponno, Qui un prato alberga le lascivie tenere Dove pullulan l'erbe tra la cenere.
Credo ch'al tempo tuo Deucalïone Tant'acque in terra piover non vedesti, E che non chiude ne la sua pregione Eolo tanti venti alteri e infesti,
E tante fiamme ardendo non compone Ethna in Sicilia e in Licia i monti Ephesti, Quante lacrime tien sospiri e foco Questa non reggia no, ma infernal loco.
D'un foco intesi già che non si amorza, Ma crascie più chi sopra acqua li spande, Sol terra che lo copre, o ferro el sforza Extingue alfin le forze sue mirande;
Questo foco d'Amor mostra tal forza Che umor non stima, anzi divien più grande: Chi arde di quel da lui non lo divide Se sotterra non va, se non se uccide.
Qui son duo fonti di diverse tempre, Un dolce, e questo è pien di sangue umano E l'altro è amaro, perché abonda sempre Di pianto sparso da gli amanti in vano,
In l'uno e in l'altro Amor convien che tempre I venenosi dardi di sua mano E in Acheronte poi gli intinge e tocca La spuma che escie a Cerbero di bocca.
Cum questi poi la sua pharetra honora E circundando tutto il mondo fiacca, Unde alcun d'una statua se inamora Ed a tenerla in braccio non se stracca,
Altri se accende in tal luxuria ancora Che ardisse entrare in una fincta vacca E parturire un Minotauro reo Dove habbia poi la victoria Theseo.
Per questi dardi Hyppolito fu visto Esser stracciato e pur era innocente, E in Archadia la giovene Calisto Fu convertita in orsa justamente,
Gionse Narciso a fin misero e tristo Giovinetto formoso et excellente, Sol per mirar sé stesso in chiare lymphe Di cui ne pianser le più caste nymphe.
O quanti abbominabili trophei Per sua gloria maggior quest'empio elegge Col suo figliolo ecco iacer colei Che dominò là dove il Soldan regge,
Unde poi fece per scusarsi lei La tanto infame e vitïosa legge, E così Myrrha anchor suo padre et ange Facta un arbor dapoi che sempre piange.
Qual pietade a veder quel dio che in Delo Phytone uccise, bestia orrenda e negra Facto pastor per amoroso zelo Guardar gli armenti al sol, e a l'ombra pegra,
E quel che defendendo tutto il cielo Vinse i giganti a la pugna di Phlegra Per Europia mughiar dentro da un toro Et hor aquila farsi, hor pioggia d'oro.
Ma sappia ognun che se non fusse l'otio Che a favorir quel fanciul sempre attese, Vano sarebbe ciascun suo negotio E onor non portaria d'alcune imprese
Che quando seco non ha lui per sotio, Offender nulla pon sue puncte accese, Unde il poeta sulmonese scrive: Son'ancor stato patïente assai
A ste tue fictïon, fabule e sogni; Ma se altro tanto udir tu me vorrai Mostrerò come il ver dir se bisogni, Fa ch'io senta, signor, tuoi sancti rai
Che costui cum bugie non ci rampogni, Ch'io cantarò del tuo beato regno Quel poco che cantar me farai degno. Ne l'isola che ancor Cypro se appella
Molle quanto altra che habbia el mar in seno È la corte d'Amor, inclita e bella, Anci in terrestre paradiso ameno, Suave, dolce più non è di quella
Come a signor convien tanto sereno; Quivi ha la sua elegante casa regia Cincta de mirti, splendida et egregia. Beltà la guarda e ognun che passa prende
Gratia e vagheza e ne l'intrata prima, Per cinque gradi una scala se ascende, O beato colui che monta in cima El dilecto e 'l piacer le sale attende
Di fe', pace e pietà qui se fa stima E questo verso in su la porta avanza: Non entri chi non mena la speranza. Sopra un fiorito e delicato colle
Questa felice reggia è situata E ascender vi si pò cum passo molle Che l'erta sua non è molto levata, La cui cima in acuto non si extolle,
Anci intorno è cincta da una sepe d'oro Che passa industria d'ogni uman lavoro. Vulcan la fece e sì nobil textura, Ingordo per tre basi a Vener diede
Quel terren sempre verde la natura Mantiene e a ogni stagion fiorir si vede, Quivi perpetua primavera dura, Né pioggie, o neve mai lì metton piede
E questo campo altrui non lo lavora, Che i suoi cultori son Zephiro e Flora. Un picciol bosco e umbroso ivi è da presso, Che fronde, fior e frutti ognor rinnova,
De intrarli a uccello alcun non è concesso, Se prima inanzi a Vener non si prova, Chi meglio canta in quel boschetto è messo E il vincto vergognoso altra via trova,
Passando a l'ombra stan' l'amorose alme Fra cedri, aranzi, pin, platani e palme. Qual aer mai in altra regïone Del mondo è più salubre e temperato?
Forse ch'ivi arde il sol quando è in leone, O nebbie, o venti, o nuvoli gli han stato, Un fonte di mirabil conditione Assiduamente sorge in mezo il prato,
Ognun che gusta di quell'acque terse Si scorda quanti affanni mai sofferse. In verso il ciel dal bel fonte si move Quel vivo humor per fistule d'argento,
Credo per inacquar gli orti de Jove Tanto se inalza il liquido elemento, L'acqua in sé stessa ricadendo piove E murmurando avanza ogni istrumento;
Cantan due cigni a quel dolce sussurro I qual de Cytharea tirano el curro. Una corona le ripe circonda De zigli di color vermiglio e bianco,
Et è sì chiara e trasparente l'onda Ch'un puro e bel cristal lucido è manco, Dentro d'arbor alcun non gli va fronda Che turbar possa sua chiarezza unquanco,
Qualunque humana forma in lei si specchia Ringiovenisce e sia quanto vol vecchia. In questo fonte assai smeraldi belli Nascono e gemme care e precïose,
Cum quale poi si fanno i ricchi anelli Ch'ornan le dita a le tenere spose, Alcuna specie di fiere o d'uccelli A ber di quel liquor mai non si posa,
Sol talor Jove l'aquila li manda Per far condur qualche optima vivanda. Le sacre Muse un coro triumphale Qui fanno in voce d'amorosi versi,
Et Hymeneo cum vesta nuptïale Ghirlande fa di rose e fior' diversi, Cerere e Bacco qui cum studio equale De uve e spiche ornati poi vedersi,
E questi il foco fan cum Amor scalda El piombo e l'oro e i strali infonde e scalda. La pallidezza e 'l bel rubor per cui Hor smorti, hor rossi in viso son gli amanti
Se veggion qui, coronati ambidui Lei de vïole et esso de amaranti, El riso, el gioco cum li compagni sui Qua e là vagando van cuni suoni e canti
E lascivi periurij in aria strideno De' qual i dei cum Jove in ciel ne rideno. Qui la grata licentia ha sua dimora, Libera ch'alcun groppo non l'impaccia;
Qui sta la gioventute alma e decora E il bruto senio exclude e fuori el caccia; Qui le dolci ire son, quei sdegni ancora Per cui convien ch'Amor maggior si faccia
Quivi è la Dea che cum colpi maturi Punisce i cor superbi e troppo duri. Hor s'io volesse del superbo tecto Seguir narrando quale e quanto sia
Non basterebbe il verso alto e perfecto Del buon Homer non che la lingua mia, Vulcan fu di quest'opra l'architecto Per far che Vener sua gli fosse pia,
D'oro e di pietre precïose fella, Né al mondo è la più ricca, o la più bella. In questo sito ameno e dilectevole Oh quante volte i sacri Dei se abbassano,
Che 'l commercio d'Amor tanto è piacevole, Che sol per quello ogn'altro piacer lassano; Ma la gente plebea disconvenevole Biasma l'alme gentili ch'in quel passano
Come le glorie aperte non si veggiano D'Amor il qual i dei del ciel corteggiano. Quei spiriti son nobili e magnanimi Quali entrano in sì florido collegio;
Ma timidi e vilissimi son gli animi Che fuggono da un numine sì egregio, Non siano dunque gli homini sì exanimi Che prendano Cupidine in dispregio,
Ché chi dimora in sua beata corte Ha il paradiso in vita e dopo morte. Un dì parlai con un ch'era partito Da servir questo tuo signor sì scarso,
Dissemi che a lui fu fidele e ardito, Ma che il suo tempo in fine indarno ha sparso E altra fe' non havea del ben servito Ch'el cor qual mi mostrò ch'era tutto arso
E un breve in fronte avea di tal tenore: Questo ebbi per servir villan signore. Crudel signor che tal viver costuma E che i suoi servi più fideli ancora,
Ingrato è ben se in tal modo consuma Chi l'obedisce più, chi più l'honora, Nel tuo signor questa superbia fuma E ammiromi se alcun lo segue e adora;
Ma che bisogna dir per quei ch'el provano Tutte le male usanze in lui se trovano. O quanti servi iniqui e incurïosi Cacciati da i magn'almi soi patroni
Per essere di costumi vitïosi, Ch'el vitio albergo haver non pò tra buoni, Dicon che sono ingrati o furïosi, E a udirli han tutte le ragioni,
Certo che quel tuo amico era un di questi E sciocco fusti ben se gli credesti. Ma infelice colui che da l'insegna D'Amor si parte e dal suo dolce giogo,
Perché dal ciel non è quell'alma degna, In cui questa virtù non trova luogo, Virtù divina che se alcun ti sdegna, Morto è quel tale ançi il funereo rogo
Da toi servitii, Amor, uom non se aretra Se non è più ch'un tronco, o più che pietra. Che l'insensate cose e senza vita Ancor son nate a l'amorosa cura
E ch'el sia vero ecco la calamita Che ama il ferro e trarlo a sé procura, Tal l'ambra e il karaba la paglia invita E l'edera ama gli arbori e le mura
L'arida terra suol bramar le piove E Clitia il sole observa e a quel si move. Fu de gl'imperatori usanza antica Gionti i soldati a l'età lor matura
Che ristorati d'ogni sua fatica Lor vita era pacifica e secura, E in qualche terra de' Romani amica Possedean campi de bona misura,
Lieti vivendo poi premio non parco De la sua fede e del suo sangue sparto. Questo ancor s'usa al seculo hodierno Tra i principi magnanimi e excellenti,
E chi nol fa degno è di biasmo eterno Come ingrato signor e tu l' consenti, Ma quei ch'Amor ha sotto il suo governo Non son così pagati de lor stenti,
Che fin che gioven son gli stima e apprezza, Poi non li vol veder gionti in vecchiezza. Ben pon' mostrarli il lacerato fianco E le ferite lor non salde ancora,
Che lui come chi onor non stima unquanco Da li exerciti soi li caccia fora, E se pur alcun n'ha canuto e bianco È sol per farne stracio e scherno ognora,
Ch'esser non pò maggior il vilipendio D'un vecchio che d'Amor piglia el stipendio. Bench'hoggi dì sia questa usanza rara Tal che in pochi signor horma' si trova,
E ingratitudin le più volte impara Soldato che non sia più de far prova, Pur come ogni virtù degna e preclara Alberga Amor in lui questa ancor cova,
Ché chi lo serve ne l'età sua verde Facto canuto poi premio non perde. A' servi quando son de gli anni stanchi Qual maggior gratia ch'esser manumessi?
Che poi che facti son liberi e franchi Che più bel don non è giuran lor stessi, Hor parti che Cupido in questo manchi? Non certo ragion vol che mel confessi,
Ch'oltra ancor dona a i soi per maggior gloria De i passati piacer dolce memoria. Ma se alcun per desgratia è tanto audace Che se vanti d'Amor fuggir la forza,
Così el lassa obstinato e contumace Per fin ch'è gionto a la matura scorza, Poi mostra tal pensier quanto è fallace E la superbia sua castiga e amorza,
E vol che agli altri poi quest'un sia specchio Che amar conviensi alfin gioven' o vecchio. Quanti son gionti a fin spietato e reo Per questo venenoso e crudel angue,
Taccio Phyllide e il gioven' Abideo, Pyrrhamo e Thysbe l'un e l'altro exangue Arse Ilïone e forse il mar Sygeo E rosso ancor del greco e troian sangue
Costui pien' ha del mondo ogni confine De incendii, d'omicidii e de ruine. Ecco Didon ch'in la medesma piaga Che gli fe' Amor col stral ch'al col li mise,
In sé stessa crudel de morir vaga Caccia la spada del figliol de Anchise, Di sangue el Laurentin terren allaga Turno e morendo so che Amor ne rise,
De cui chi intender vol gl'inganni e l'arte Legga le antiche e le moderne carte. Hor non fu lui ch'el gran Re Tereo oppresse La moglie, el figlio e Phylomena elingue,
Ma tante son l'ingiurie e fraudi expresse, Di questo reo ch'ogni quiete extingue, Ch'io non potrei narrarle ancor ch'io avesse Cento bocche di ferro e cento lingue;
Ma quanto iniquo sia ben si comprende Quando sé stesso e la sua madre offende. Quanti judicii vani e temerarij Amor a la tua terza spera ascendeno!
De bassa condition e al ver contrarij Che gli altri toi secreti non intendono; Ma lor medesmi alfin questi adversarii De l'error facti accorti si reprendeno;
Vedendo pur che sentan la tua fiamma Che da quel che iusto è non corci dramma. E se già Troja fu convertita in cenere Ch'era de la grande Asia la excellentia
Non causò questo el fanciullin di Venere; Ma del pastor Idèo l'acra sententia De quei due amanti ancor le membra tenere Oppresse di fortuna la inclementia,
Ch'una leonza cum superba fronte Mandò per bere a l'infelice fonte. Amor ne pianse di tal morte indegna, E di lor piaghe il cuor sparto colse,
Che per non far di quel la terra degna Ne l'arbor lì vicin tutto l'accolse, E serva ancor la dolorosa insegna Del sanguigno color che alhora tolse
Di Turno e Dido alcun non se ne appelle Volse così le lor fatali stelle. E se forse talhor qualche mal viene De la sua dextra in un pietosa e fera,
Quel male è poi cagion di maggior bene E a un popol dona vita un sol che pera, Come Lucretia che sofferse pene Pel reo Tarquino, e la gran Roma ch'era
De la regal tyrannide mancipio Acquistò alhor di libertà principio. Ma i casi al tutto lachrymosi e horrendi Vengon causati da furor externo,
Che tu, divino arcier, quando uno accendi Segno è di pace e di riposo eterno, E perché tua virtù quanto opra intendi Non de' amirar alcun se 'l cor materno
Cum le fiamme al dilecto tanto amiche Ardesti per Adone e il tuo per Psiche. Se pensi queste cose persuadermi, Phylero, a l'impossibile te accosti,
Che ben comprendo li amorosi vermi S'a dilecto, o a dolor son più disposti, Un dolce giorno non potrò godermi Che prima mille amari non mi costi
E spesso inanci el dì che brami e implori Manca la vita e disperato mori. Ben è miser colui che si fa schiavo Per seguitar d'Amor la corte ingrata,
Che poi ch'è chiuso in questo carcer pravo Lui può ben dir: addio vita beata; Ma vien più da doler che al vulgo ignavo Da rider e beffar materia è data,
Chi perde el senno e chi suo esser pone Qual d'un brutto animal senza ragione. Colpa d'Amor queste trame noiose Non son, ma di color che amar non sanno,
Che come un certo fine han tutte cose E chi nol serva è suo gran male e danno, Così le leggi che Cupido impose Da un certo mezzo limitate stanno,
Chi oltra a quel varca ad Amor non lo ascrivo, Ma a bestïal furor tristo e lascivo. Questo furor, quest'impeto procace Trasporta l'uom che regger non si lassa,
A cui il giogo di ragion non piace E solo a l'appetito il collo abassa, L'alta legge d'Amor che tutta è pace Qual colpa è sua s'alcun la rompe e passa?
Dai scogli quel nochier più s'allontana Che ben observa questa tramontana. Mirabil cosa adunque che di quanti Poeti d'Amor parlan non si trova
Se non chi l' faccia donator di pianti E dicon ch'ogni mal per lui si prova E ch'infelici e miser son gli amanti, Che lor tormenti, affanni ognor rinnova,
Ma s'advien che non sempre un cor consumi Hor perché el biasman tanto i lor volumi? Non è chi gionga a un degno e excelso grado Se de fatica pria non porta salma,
La rosa senza el spin cogli di rado E guerra far convien chi vol la palma, Così chi passa a l'amoroso vado A' dolci affanni ha sottoposta l'alma,
Che nascon dal desio che in lei si avviva Fin che non tocca la bramata riva. E no amirar s'alcun sfogar si vuole Scrivendo il duol che avanza ogni quïete
più grata assai fa l'ombra un caldo sole E l'acqua è dolce più dopo gran sete, Poi chi potrebbe equar mai cum parole La dolcezza del frutto che si mete?
Ch'el si taccia i soi doni Amor fa cenno, Però pensarne sol, dir non si denno. Chi non sa l'otio e la lascivia insieme Esser duo vitii questa è cosa piana,
Ma come serà mai che cavi e sceme Acqua chiara da torbida fontana? Chi aspetta e spera da un cattivo seme Coglier buon frutto la speranza è vana:
Nacque Amor d'otio e di lascivie ladre E qui il figliol de vitii avanza il padre. Natura, quando nacque, i lumi e l'ali Oltra i costumi suoi fece a costui,
Ma poi, presaga dei futuri mali, Pentita gli cavò gli occhi ambi dui, Ché vide la ruina dei mortali Esser nel braccio suo posta, onde lui,
Per occultar sì vergognosa menda, Ai cavati occhi suoi porta la benda. Da la prima natura de le cose Nacque Amor di beltà splendido e terso,
E in lui la sua excellentia in tutto pose Senza il qual il suo regno sarìa perso; Donògli i lumi e l'ali a lui compose Da veder e volar per l'universo,
Grato è a la madre e a lei rende gli onori Ogni giorno accrescendo i suoi tesori. E se non fusse lui ch'ogni error spezza El mondo n'haveria mai leva cura,
A una celeste e angelica bellezza, Opera tanto degna di natura; Ma lui ne dà cagion che sì s'apprezza E per suo mezzo poi gli animi fura
Lo so ch'adoro d'un bel sol i rai Che m'han legato per non sciormi mai. Sai perché Amor cum coperti occhi è fincto? Perché fra tutti il suo dominio è equale,
Perché non men da sua rete vien cincto Un pover che chi sede in tribunale; Senza rispecto ognun è da lui vincto, Né si può dir ch'Amor sia partïale,
Inevitabil è com'è ancor morte, Benché lui dolce e lei sia amara e forte. Io lessi già che i dei mossi per sdegno A vendicar di Prometheo gli errori
Mandòn Pandora cum un vaso pregno Di morbi a seminar peste e dolori, Fu questo vaso, et è da creder degno, Una gabbia ove chiusi eran gli Amori,
E lor di quello fuor spiegando l'ali S'empié la terra alhor di tutti i mali. Le insidie capital vennero al mondo, E iniuria armata cum la spada cincta,
L'omicidio di sangue sitibondo In veste di color pallido tincta, E il sdegno cum l'aspetto furibondo, E l'odio ch'ha nel cor la fiamma extincta,
Questi fan di mortal sì crudo scempio Che mille spoglie el dì portano al tempio. Venne il sospir alhor da la fucina Del gran fabro ch'a Jove i stral martella,
E la passion che col desio s'affina; Da quel dì i cor uman punge e quadrella, Quella che per le tenebre cammina, Cum questi nacque e vigilia s'appella,
Del torto amica ingratitudin venne E servitù quel dì mise le penne. L'error cui l'ignorantia sottoiace Venne e l'obstination tanto importuna,
E la lusinga in abito fallace, Da cui fuggir non sa persona alcuna, E la disperation sì pertinace Prostrata in terra in vista afflitta e bruna,
E venne la carnal concupiscentia Accompagnata da la penitentia. Molte altre donne anzi tartaree fere El volato d'Amor seguirno alhora,
Tristezza ch'è nemica del piacere, E invidia che i suoi figli apre e divora, La rea perfidia che le cose vere Fugge e miseria che i mortal' accora,
Pompa che povertà piglia pel lembo E la lascivia col secreto in grembo. Haymè che alhora il timido suspecto Dato fu per collega a la speranza,
Alhor fu maculata dal dispecto La gratia e l'humiltà da l'arrogantia, El dolce gaudio el placido dilecto N'havea visto ancor contraria usanza,
Da quel giorno il furor volonteroso Sempre guerra mortal fe' col riposo. Accidia del pensier fida consorte Ambi da l'otio nati ènno ne i pecti,
E a sé chiamò da la tartarea corte El vitio accompagnato da i deffecti, A questi la virtù chiude le porte Che non vuole se non spiriti electi,
L'infamia venne a denigrar le genti Vestita di color di carbon spenti. Venne la doglia e le lacrime accese Che son sue figlie e non cum volto asciutto,
L'inganno venne, a cui la fe' se arrese, La fe' che a tanti ha dato eterno lutto, E alhor l'instabil dea la rotta ascese Per volger sottosopra il mondo tutto,
E per concluder questi e gli altri mali Son d'Amor gli archi, le pharetre e strali. Come una lira che cum false corde Sia stata ordita da ignorante mano,
Che se musico alcun cerca concorde Farla di voci, s'affatica invano, Che tanto oprar non po' che non discorde, O contrabasso, tenor, o il sovrano,
E se quei falsi nervi el mastro accorto Gli leva, resta un istrumento morto. Simil sei tu, che col dir colorato Che iusto sia non formi un argumento,
Et io che cum ragion vere fundato Vengo cum quelle confutando tento, E facciol, ma dapoi per te formato Di fiction più mendace un'altro sento,
Unde, s'al tutto in te mancasser questi, Tua lingua il vigor perde e muto resti. Ma dirò che hai d'un duro scoglio essentia, Se tante prove hormai non ti commoveno,
I cieli opran d'Amor l'onnipotentia Che in discorde concordia ognor se moveno, E dando a lui perpetua obedïentia L'acque sue temporali in terra pioveno;
Ai miseri mortali il sol fa splendere E da lui la sorella il lume prendere. Chi dona a noi la lieta primavera, Coronata di fior vaghi e ridenti?
Chi l'estate ci dà torrida e altera, E il color flavo a le biade crescenti? Chi il dolce tempo quando Bacco impera E calca il sancto pie' l'uve turgenti,
Chi in verno veste hirsuta e glaciale D'Amor la legge antiqua e universale? Per questa insieme le colombe pure E le pie turturelle i nidi fanno,
E i forti tori a le fatiche dure Di par concordie sotto un giogo vanno, E i cultivati campi grande usure Per questa al zapatore avaro danno,
Gli arbor fructi odoriferi e suavi E l'ape ingenïose i dolci favi. Le prime mura Amor cinse a le terre E populosa fece ogni cittade,
E dove è lui non sono insidie o guerre, E non si veggion cruentose spade; Convien ch'el suo valor al tutto sferre, Odii, injuria, omicidii e crudeltade,
Se un cor sveglia in quel cor pietà non dorme, Sue gratie in fin comparte in mille forme. O quanti spirti egregii e singulari Son già affinati in questo ardor felice,
E molti antiqui nati, incliti e rari Se per Amor cantarno el non si dice, Lasso i do gran poemati preclari Facti un per Laura e l'altro per Beatrice,
Che non può un huom' se a tal cura suave De l'alma dona l'arbitraria chiave. Che dir bisogna mentre d'Amor parlo? La terra e il ciel di lui crida e rimbomba,
Ma io non potrìa mai tanto laudarlo Che non ricerchi ancor più chiara tromba, S'io penso a qualche nume equipararlo, Ogn'altro Dio convien ch'a lui soccomba,
Comparation non ha che a me sian note, Solo a sé stesso simigliar se puote. Phylero, deh! non più, non se costuma, Né si de' perder tempo a imprese insane,
Che come quando uom nota e l'onda spuma Nascono apolle assai tumide e vane, Che in breve poi ciascuna si consuma E tornan l'acque come prima piane,
Così fa il vostro dir che ormai ci stanca, Che nasce e come è nato a un tracto manca. Adonque meglio fia ch'in queste rime Tal battaglia tra noi più non consista,
Ch'un fior in una notte alza la cima Perde in un giorno poi sì bella vista, Unde tra i docti par che non se stima Materia dicta in versi a l'improvista,
E a me non piace ancor, la causa è questa, Però ch'al paragon rima non resta. Come la voce ferm'è il valor perso Di queste rime d'improviso sparte;
Ma sempre dura un ben pensato verso Col calamo depincto in pure carte, La gloria d'un ingegno arguto e terso Eterna far si pò sol per quest'arte,
Quella è di vetro e questa è un'aurea tromba Che col suo sono un huom trae da la tomba. E così ancor potrai dir ben d'Amore Com'io biasmarlo e in stil non sì confuso,
E se cum l'improviso tuo furore Voi più il fonte turbar, per me il recuso, Apol', non ti sdegnar se per errore Straciato ho il lavor tuo ch'io me ti scuso,
Viste hai le tue vendette in parte almanco Se già ti fu d'Amor percosso il fianco. Come huom che qualche error dormendo sogna Vede il contrario poi ch'el sonno è extincto,
E di ciò da sé suol prender vergogna, Ch'ha creduto a pensier mendace e fincto, Così fai tu, coprirti non bisogna, Confessa pur al tutto d'esser vincto
Che s'el tuo falso dir perdendo passi, El mio, ch'è ver, in cor de chi ode stassi. Ma l'improviso dir talvolta impetra più gratia assai ch'un ben stillato inchiostro,
L'amante Orpheo col canto e cum la cetra Già il furor tolse a ogni tartareo mostro, Così el dolce Amphïon petra cum petra Congionse quando fece el theban chiostro,
Così da i marinar senza ferita Arïon sul delphin campò la vita. Quel onorato divo e excelso lauro, Gloria de l'Arno anzi d'Etruria tutta,
Il qual vivendo dal mar indo al mauro Sparse sua fama et hor l'ha in ciel condutta, Cum una eburnea lira e un plectro d'auro Sua musa in cotal stil spesso hebbe indutta,
Così el corso cantò sì elato e forte Che di sua voce al suon tirò la morte. Sol un non tacerò che fa per molti Perché 'l sol degno d'Apollinee fronde,
Un che tra lauri e mirti ombrosi e folti Chiama ognor Julia, e Julia non risponde, Questo è quel'Aretin Bernardo Accolti, Ch'in voce e cum la penna ognun confonde,
Cum non pensate rime a lui tal vena Che Phebo se ne ammira e ogni Camena. Et oltra ancor questo è firmo argumento Quando il furor d'Apol presto lavora,
Pur se così ti piace, io son contento Che questo basti e facciam fin per ora; Non che a laudar quel dio mi manchi accento, Quel dio che ciascun cor gentile adora
E s'in te i fidi mei consigli ponno, Excita gli occhi toi dal grave sonno. La vulgar via vituperabil tanto Lassa e meco d'Amor segui il vexillo,
Ch'esser felice ancor te darai vanto, Che più del suo non è stato tranquillo, E dirai teco: lasso! hor vedo quanto Beato chi a tal grado il ciel sortillo!
Viene adonque ch'ognun lui coglier sole Donagli pur il cor, ch'altro non vole. Ma tu, Cupido, o se nel cielo hor sei, O forse in Papho, o ignudo solacciando,
O in altro loco so ch'udir me dei Che andavo le tue glorie numerando; Se a te son stati cari i versi miei, Hor mi concedi, e non molto dimando,
Per le mie rime in questa guerra sparte De le tue gratie almen la quinta parte.
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