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1798–1837

Untitled

Giacomo Leopardi

Qui da presso non veggio, né da lunge Pastori né ninfa alcuna, forse a l'umbra Se stanno, o dove insieme amor li agiunge. In grande error è chi il suo petto ingombra

D'amorosi pensieri e bene è saggio Chi da sé li discatia il suo cor sgombra. In fra pastori ho pur questo vantaggio Ch'i' mi posso vantar che non me lega

Amor, né son degli altri più selvaggio; Ma come pianta debile se piega A poco vento, così fa colui Che per poca beltà suo arbitrio niega.

D'un'altra cosa che par dura altrui Mi glorio, questa è la mia povertade, Né d'aver gregge mai bramoso fui: Io non ho invidia no, anzi ho pietade

A tanti pastor ch'hanno armento e grege Ch'usar veggio a sé stessi crudeltade. Costor han di natura certa lege E non san che ci son sol per le spese,

E ch'el s'inganna chi qui star s'elege. Questi la lana vorìano ogni mese A le pecore tor, né han le man strache Per molgerle tre volte al dì son prese:

Questi di caso impir cercan le sache, Questi vorìan ch'ogni giorno un vitello Gli facesse ciascuna de le vache; E se presso al suo grege questo o quello

Vedeno andar, lor stan cum gli occhi attenti Che non gli toglia un capretto, o un agnello. Se latra il can la notte in gran spaventi Istanno e gran timor il cor li rode

Che ladri, o lupi non siano a gli armenti. Io son povero, il sciò, ma il cor mi gode, Vivo senza pensieri, non ho paura Che ladri, lupi, o amor me faccia frode.

Rengratio il ciel di tanta mia ventura A non sentir d'Amor né stral, né face Ch'a un giovene quasi è contra natura. In libertà sicur me vivo e in pace,

Non so quel che sia affanno o gelosia, Questo è il viver ch'io lodo e che mi piace. Chi è costui che vien qua per la via Col capo basso e par de pensier carco,

Parmi s'io veggio ben che Ausonio sia. Oh questo sa come Amor tira l'arco, O quante volte da la sua capanna A quella di Luceria ha fatto il varco.

Ei vien pian pian, qualche pensier l'affanna, Saggio pastor serìa, ma è una vergogna Ch'amor il fa legier come una canna. Deh dimmi, Aphilo mio senza menzogna

Che hai dicto de canna? Certo ora dicea: Vorrìa una canna a fare una zampogna, Perché l'altro heri una che io ne havea

Mi fu robata, ohimè! ch'io vo' star muto, Da un che mai robasse io nol credea. Se 'l cielo a la tua vita doni aiuto, Che del grege e d'amor non vol pensiero;

E se m'ami, come ho sempre creduto, Dime che fu hormai; tener non spero Ne la capanna, ancor che ben la serri, Cosa sicura.

Io ti vo' dir il vero El c'è fra' pastori chi ha qualchi ferri Fatti in modo che posti in ogni toppa Apri l'uscio, o la cassa che non erri;

E van di notte, e se qualcun intoppa, Diran perché ha la scusa apparecchiata Che van cercando una pecora zoppa. Dimmi, chi t'ha la zampogna furada,

Perché guardar mi possa da suo artiglio. Ma da un che si conosce, mal si guarda, E più quando dimostrano ne li cigli Una devotione, un andar lento,

Sì che per segni in tal modo li pigli. Dimmi chi fu ch'ebbe tanto ardimento? Ella tolta mi fu, voglio tu resti Di saper questo non d'altro contento,

E so che meraviglia ti faresti, E se dicessi chi è chi me la tolse: Io non l'harei creduto mai, diresti. Crispo da poi donar la sua mi volse,

Et io che sciò come gli è innamorato, Non la volsi acceptare, egli ne dolse. Tanto da te voglio io quanto t'è grato, Ancor che in qualche parte mi dispiaccia

Tener il nome d'un ladro celato. Ben si saprà quel che per me si taccia. S'altro non mi voi dir, che fai soletto Di questo contentarmi almen ti piaccia.

Son ben, Ausonio, sol? Il vero hai detto. Tu sol non sei. I' non ho già compagni.

Sì hai. Ma dove? I pensier ch'hai nel petto. Con l'un te aliegri e con l'altro ti lagni,

Un ti tiene in speranza e l'altro uccide, Toi danni ti mostra un, l'altro i guadagni, Un piange teco e l'altro teco ride, Un ti promette pace e l'altro guerra,

Un ti dà intiero il cor, l'altro il divide, Un t'apre la prigion, l'altro la serra, Un timido ti fa, l'altro animoso, Un ti mette su in ciel, l'altro sotterra,

Un t'assicura, l'altro fa geloso, Uno in ghiaccio te pon, l'altro nel foco, D'amor satio un ti fa, l'altro bramoso. Questi compagni teco in ogni loco

Vengono, Ausonio mio, de li altri un stuolo Che a nominarli un giorno sarìa poco. Per questo tu non sei come io son solo, Questi, se ben passasti, hai sempre teco

D'Alcide le colonne a l'altro polo. Io son ben sol, perché amor non ho meco E non lo voglio, la raxon me mostra Che poco senno ha chi va drieto a un cieco.

O dei del ciel, si fu la deità vostra Da l'amor vinta; ohimè per che casione Merita infamia l'umanità nostra? Aphilo, Aphilo mio, tu sei garzone

E non sai come amor sa ben ferire I cori in verde etade e a ogni stagione. E se tu vedi un amante languire, Mostra pietoso fa, che nol dispregi,

Tu non sai quel che a te possa avenire.

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