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1798–1837

Untitled

Giacomo Leopardi

Io non so usar, né mai usai de ipocrito, Né degli amanti vo' pianger gli affanni, Ma rider come facea Democrito. Quando un piglia piacer de' proprii danni,

Rido, non perch'io veggia cose liete, Ma per veder un che sé stesso inganni. De l'avvenir le cose son secrete, Ma per exemplo de gli altri mi fido

Che mai d'Amor cascarò ne le rete. Un uccello che pur mo esca dal nido S'el vede un altro uccello al visco preso, O ne la rete far lamento o crido,

Non va in quel loco ove il compagno è offeso; S'el vede un animal che l'altro inzampi, Sol ferma il passo e sta de andar suspeso. E tu vorrai che il tuo Aphilo avvampi

Tanto d'amor che ei corra dietro a l'esca, Come le bisse fan ne i lati campi. Io ti vo' dir, de audir non ti rincresca: Quando io sento un amante in qualche pena

De non amar mio disio se rinfresca: E se laccio d'Amor sento, o catena Che per pigliar me sia, fo como il pesce Che sente il laccio e ficcasi in l'arena.

Quivi si sta sicuro e poi fora esce Ch'el pescator ha la rete ricolta, Sdegnoso indarno il trato li rincresce. Ben mi conosce Amor, che qualche volta

Da traditor m'ha fatto alcuno assalto Pur con vergogna li ho fatto dar volta. Onde io nol temo più, se ben vola alto; Ma voglio per mei dei Cerere o Bacco,

Ché chi vivo me tiene onoro, exalto. Se di pane e di vino impirai il sacco Serai vinto da amor; fu vinto ancora Bacco: io voglio seder, perch'io son stracco.

Et io sederti appresso. Il far dimora Teco mi piace, e se ninfe non amo, Non son nimico de chi s'innamora. Oh quante volte a l'inveschiato ramo

Rimangon presi e ben pennuti, E vagabundi e cauti pesci a l'amo! Non seranno, Aphil, questi crin canuti Che tu verrai ne l'amoroso regno,

Là dove homini e dei son già venuti. E non pensar di fuggir col tuo ingegno; Ma pensa ben come il foco più tardi, Che arderà il secco più ch'il verde legno.

Se gli antiqui pastor non fur bugiardi, E se lor dicti habiam ne la memoria, Gli altri dei come amor non son gagliardi. Quel dio che a tempi nostri haver se gloria

Italia in laccio e tutto il sangue umano Nudo Amor de lui armato hebe vittoria. E ne la rete qual fece Vulcano Nudi mi par veder, come se trova,

Marte famoso e Vener bella in mano. E gli altri dei, poi che udirno la nova, Non senza riso gli andorno a vedere Come si conta et in scripti si trova!

Deh dimmi: Apollo chi l' fece parere Un pastor e di dio non tener norma E indosso d'un pastor la vesta avere, E de gli armenti altrui menar la torma,

E innamorar de quella che fu un lauro Che dei basi ha nel tronco ancor la forma? Il gran Iove chi l' fe' diventar tauro, E a la sua amata, ch'era in una torre,

Caderli nel bel grembo in pioggia d'auro? Non te li posso tutti inanzi porre, Né nominarli tutti ad uno ad uno, Perché son troppi e il tempo è breve e corre.

Non è dio in ciel che sia d'amor digiuno Né in terra ............................ Né in acqua, in mar d'Amor arse Neptuno. Amor isforza, promette e lusinga,

E ne lo inferno te concludo e narro Vol che la sua victoria si dipinga. Come fe' innamorar quel dio bizzarro, Caliginoso andar nel regno obscuro

E portarne Proserpina sul carro. E tu ti credi da Amor stare sicuro E aver di lui victorïose spoglie; Ma per li dei del ciel, Aphil, ti giuro

Pria che caschino a gli arbori le foglie Quivi ritornarai dove nui semo Pien di suspiri e d'amorose doglie. Già la tua libertade è in su l'extremo,

Tieni in memoria ben quel ch'io ti noto: Del vero il mio parlar non serà scemo, E perch'hai detto che tu sei devoto Di Bacco, sappi ch'egli è ancor ferito

De amorosi pensier non andò voto. Al tuo parlar mi son tutto smarrito, Che de pronosticar so che tu hai l'arte, S'egli è ver quel che da pastori ho udito.

Questo sol che da nui hora se parte Non vedrai venti volte che serai D'amor ferito e qui voglio lassarte. Ausonio mio, tu non te n'andarai

Se non mi fai saper come fia questo. Tu da qui a poco tempo lo saprai. Se 'l mio teco venir non t'è molesto, Vorrei teco venir.

Vieni, i' t'ho caro, Ma più da me non ti fia manifesto. Aphilo, pur adesso non imparo Quel che sia Amor, ché già più tempo scorsi

Che a le saette sue non c'è riparo. Crispo che un tempo ad amor volse opporsi, Dicendo: Amor non ha possanza alcuna, In sé sente d'Amor adesso i morsi.

Oh! quante volte al lume de la luna Io l'ho veduto andar Astrea chiamando, Con questo nome il suo bel gregge aduna. Crispo ama.

Anzi arde. Ohimè! Che hai? Dimmi quando

E come in Crispo mai sia entrato Amore, S'el va languendo, questo ti domando. Vien, tu il vedrai, ch'el par del senso fore, Pallido in viso, non come sol bianco:

E de gli amanti pallido è il colore. Il so. Va là. Vien.

Io ti son al fianco.

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