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1798–1837

Trionfo della Morte 2

Giacomo Leopardi

La notte che seguì l'orribil caso Che spense 'l Sol, anzi 'l ripose in cielo, Ond'io son qui com'uom cieco rimaso, Spargea per l'aere il dolce estivo gelo,

Che con la bianca amica di Titone Suol de' sogni confusi torre il velo; Quando donna sembiante alla stagione, Di gemme orientali incoronata,

Mosse ver me da mille altre corone; E quella man già tanto desiata A me, parlando e sospirando, porse; Ond'eterna dolcezza al cor m'è nata.

Riconosci colei che prima torse I passi tuoi dal pubblico viaggio, Come 'l cor giovenil di lei s'accorse? Così, pensosa, in atto umile e saggio

S'assise e seder femmi in una riva La qual ombrava un bel lauro ed un faggio. Come non conosch'io l'alma mia Diva? Risposi in guisa d'uom che parla e plora:

Dimmi pur, prego, se sei morta o viva. Viva son io, e tu sei morto ancora, Diss'ella, e sarai sempre, fin che giunga Per levarti di terra l'ultim'ora.

Ma 'l tempo è breve, e nostra voglia è lunga: Però t'avvisa, e 'l tuo dir stringi e frena, Anzi che 'l giorno, già vicin, n'aggiunga. Ed io: al fin di quest'altra serena

C'ha nome vita, che per prova 'l sai, Deh dimmi se 'l morir è sì gran pena. Rispose: mentre al vulgo dietro vai, Ed all'opinion sua cieca e dura,

Esser felice non puo' tu giammai. La morte è fin d'una prigione oscura Agli animi gentili; agli altri è noia, C'hanno posto nel fango ogni lor cura.

Ed ora il morir mio che sì t'annoia, Ti farebbe allegrar, se tu sentissi La millesima parte di mia gioia. Così parlava; e gli occhi ave'al ciel fissi

Divotamente: poi mise in silenzio Quelle labbra rosate, insin ch'io dissi: Silla, Mario, Neron, Gaio e Mezenzio; Fianchi, stomachi, febbri ardenti fanno

Parer la morte amara più ch'assenzio. Negar, disse, non posso che l'affanno Che va innanzi al morir, non doglia forte, Ma più la tema dell'eterno danno:

Ma pur che l'alma in Dio si riconforte, E 'l cor, che 'n se medesmo forse è lasso; Che altro ch'un sospir breve è la morte? I' avea già vicin l'ultimo passo,

La carne inferma, e l'anima ancor pronta; Quand'udi' dir in un suon tristo e basso: O misero colui ch'e' giorni conta, E pargli l'un mill'anni, e 'ndarno vive,

E seco in terra mai non si raffronta! E cerca 'l mar e tutte le sue rive, E sempre un stile ovunqu'e' fosse tenne; Sol di lei pensa, o di lei parla o scrive.

Allora in quella parte onde 'l suon venne, Gli occhi languidi volgo; e veggio quella Ch'ambo noi, me sospinse e te ritenne. Riconobbila al volto e alla favella;

Che spesso ha già 'l mio cor racconsolato, Or grave e saggia, allor onesta e bella. E quand'io fui nel mio più bello stato, Nell'età mia più verde, a te più cara,

Ch'a dir ed a pensar a molti ha dato; Mi fu la vita poco men che amara A rispetto di quella mansueta E dolce morte, ch'a' mortali è rara:

Che 'n tutto quel mio passo er'io più lieta Che qual d'esilio al dolce albergo riede; Se non che mi stringea sol di te pieta. Deh, Madonna, diss'io, per quella fede

Che vi fu, credo, al tempo manifesta, Or più nel volto di chi tutto vede, Creovvi Amor pensier mai nella testa D'aver pietà del mio lungo martire,

Non lasciando vostr'alta impresa onesta? Ch'e' vostri dolci sdegni e le dolc'ire, Le dolci paci ne' begli occhi scritte, Tenner molt'anni in dubbio il mio desire.

Appena ebb'io queste parole ditte, Ch'i' vidi lampeggiar quel dolce riso Ch'un Sol fu già di mie virtuti afflitte. Poi disse sospirando: mai diviso

Da te non fu 'l mio cor, nè giammai fia: Ma temprai la tua fiamma col mio viso. Perchè a salvar te e me, null'altra via Era alla nostra giovenetta fama:

Nè per ferza è però madre men pia. Quante volte diss'io meco: questi ama, Anzi arde: or sì convien ch'a ciò provveggia; E mal può provveder chi teme o brama.

Quel di fuor miri, e quel dentro non veggia. Questo fu quel che ti rivolse e strinse Spesso, come caval fren che vaneggia. Più di mille fiate ira dipinse

Il volto mio, ch'Amor ardeva il core; Ma voglia, in me, ragion giammai non vinse. Poi se vinto te vidi dal dolore, Drizzai 'n te gli occhi allor soavemente,

Salvando la tua vita e 'l nostro onore. E se fu passion troppo possente, E la fronte e la voce a salutarti Mossi or timorosa ed or dolente.

Questi fur teco mie' ingegni e mie arti; Or benigne accoglienze ed ora sdegni: Tu 'l sai, che n'hai cantato in molte parti. Ch'i' vidi gli occhi tuoi talor sì pregni

Di lagrime, ch'io dissi: questi è corso A morte, non l'aitando; i' veggio i segni. Allor provvidi d'onesto soccorso. Talor ti vidi tali sproni al fianco,

Ch'i' dissi: qui convien più duro morso. Così caldo, vermiglio, freddo e bianco, Or tristo or lieto infin qui t'ho condutto Salvo (ond'io mi rallegro), benchè stanco.

Ed io, Madonna, assai fora gran frutto Questo d'ogni mia fe', pur ch'io 'l credessi, Dissi tremando e non col viso asciutto. Di poca fede! or io, se nol sapessi,

Se non fosse ben ver, perchè 'l direi? Rispose, e 'n vista parve s'accendessi. S'al mondo tu piacesti agli occhi miei, Questo mi taccio; pur quel dolce nodo

Mi piacque assai ch'intorno al cor avei; E piacemi 'l bel nome (se 'l ver odo) Che lunge e presso col tuo dir m'acquisti: Nè mai 'n tuo amor richiesi altro che modo.

Quel mancò solo; e mentre in atti tristi Volei mostrarmi quel ch'io vedea sempre, Il tuo cor chiuso a tutto 'l mondo apristi. Quinci 'l mio gelo, ond'ancor ti distempre:

Che concordia era tal dell'altre cose, Qual giunge Amor, pur ch'onestate il tempre. Fur quasi eguali in noi fiamme amorose, Almen poi ch'io m'avvidi del tuo foco;

Ma l'un l'appalesò, l'altro l'ascose. Tu eri di mercè chiamar già roco, Quand'io tacea, perchè vergogna e tema Facean molto desir parer sì poco.

Non è minor il duol perch'altri 'l prema, Nè maggior per andarsi lamentando; Per fizion non cresce il ver nè scema. Ma non si ruppe almen ogni vel, quando,

Sola i tuoi detti, te presente, accolsi, «Dir più non osa il nostro amor» cantando? Teco era 'l cor; a me gli occhi raccolsi: Di ciò, come d'iniqua parte, duolti,

Se 'l meglio e 'l più ti diedi, e 'l men ti tolsi. Nè pensi che perchè ti fosser tolti Ben mille volte, e più di mille e mille Renduti e con pietate a te fur volti.

E state foran lor luci tranquille Sempre ver te, se non ch'ebbi temenza Delle pericolose tue faville. Più ti vo' dir, per non lasciarti senza

Una conclusion ch'a te fia grata Forse d'udir in su questa partenza: In tutte l'altre cose assai beata, In una sola a me stessa dispiacqui,

Che 'n troppo umil terren mi trovai nata. Duolmi ancor veramente ch'io non nacqui Almen più presso al tuo fiorito nido: Ma assai fu bel paese ond'io ti piacqui.

Che potea 'l cor del qual sol io mi fido, Volgersi altrove, a te essendo ignota; Ond'io fora men chiara e di men grido. Questo no, rispos'io, perchè la rota

Terza del ciel m'alzava a tanto amore, Ovunque fosse, stabile ed immota. Or che si sia, diss'ella, i' n'ebbi onore, Ch'ancor mi segue: ma per tuo diletto

Tu non t'accorgi del fuggir dell'ore. Vedi l'Aurora dell'aurato letto Rimenar a' mortali il giorno; e 'l sole Già fuor dell'Oceano infino al petto.

Questa vien per partirci; onde mi dole: S'a dir hai altro, studia d'esser breve, E col tempo dispensa le parole. Quant'io soffersi mai, soave e leve,

Dissi, m'ha fatto il parlar dolce e pio; Ma 'l viver senza voi mi è duro e greve. Però saper vorrei, Madonna, s'io Son per tardi seguirvi, o se per tempo.

Ella, già mossa, disse: al creder mio, Tu stara' in terra senza me gran tempo.

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