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1798–1837

Trionfo della Fama 3

Giacomo Leopardi

Io non sapea da tal vista levarme; Quand'io udii: pon mente all'altro lato; Che s'acquista ben pregio altro che d'arme. Volsimi da man manca, e vidi Plato,

Che 'n quella schiera andò più presso al segno Al qual aggiunge a chi dal Cielo è dato. Aristotele poi, pien d'alto ingegno; Pitagora, che primo umilemente

Filosofia chiamò per nome degno; Socrate e Senofonte; e quell'ardente Vecchio a cui fur le Muse tanto amiche, Ch'Argo e Micena e Troia se ne sente.

Questi cantò gli errori e le fatiche Del figliuol di Laerte e della Diva; Primo pittor delle memorie antiche. A man a man con lui cantando giva

Il Mantoan, che di par seco giostra; Ed uno al cui passar l'erba fioriva. Quest'è quel Marco Tullio, in cui si mostra Chiaro quant'ha eloquenza e frutti e fiori:

Questi son gli occhi della lingua nostra. Dopo venia Demostene, che fuori È di speranza omai del primo loco, Non ben contento de' secondi onori:

Un gran folgor parea tutto di foco: Eschine il dica che 'l potè sentire Quando presso al suo tuon parve già roco. Io non posso per ordine ridire

Questo o quel dove mi vedessi o quando, E qual innanzi andar e qual seguire; Che cose innumerabili pensando, E mirando la turba tale e tanta,

L'occhio il pensier m'andava desviando Vidi Solon, di cui fu l'util pianta Che, s'è mal culta, mal frutto produce; Con gli altri sei di cui Grecia si vanta.

Qui vid'io nostra gente aver per duce Varrone, il terzo gran lume romano, Che quanto 'l miro più, tanto più luce. Crispo Salustio; e seco a mano a mano

Uno che gli ebbe invidia e videl torto Cioè 'l gran Tito Livio padoano. Mentr'io mirava, subito ebbi scorto Quel Plinio veronese suo vicino,

A scriver molto, a morir poco accorto. Poi vidi 'l gran platonico Plotino, Che credendosi in ozio viver salvo, Prevento fu dal suo fiero destino,

Il qual seco venia dal matern'alvo, E però provvidenza ivi non valse: Poi Crasso, Antonio, Ortensio, Galba, e Calvo Con Pollion, che 'n tal superbia salse,

Che contra quel d'Arpino armar le lingue Ei duo, cercando fame indegne e false. Tucidide vid'io, che ben distingue I tempi e i luoghi e loro opre leggiadre,

E di che sangue qual campo s'impingue. Erodoto, di greca istoria padre, Vidi; e dipinto il nobil geometra Di triangoli e tondi e forme quadre;

E quel che 'nver di noi divenne petra, Porfirio, che d'acuti sillogismi Empiè la dialettica faretra, Facendo contra 'l vero arme i sofismi;

E quel di Coo, che fe via miglior l'opra, Se ben intesi fosser gli aforismi. Apollo ed Esculapio gli son sopra, Chiusi, ch'appena il viso gli comprende;

Sì par che i nomi il tempo limi e copra. Un di Pergamo il segue; e da lui pende L'arte guasta fra noi, allor non vile, Ma breve e oscura; ei la dichiara e stende.

Vidi Anasarco intrepido e virile; E Senocrate più saldo ch'un sasso; Che nulla forza il volse ad atto vile. Vidi Archimede star col viso basso;

E Democrito andar tutto pensoso, Per suo voler di lume e d'oro casso. Vid'Ippia, il vecchierel che già fu oso Dir: i' so tutto; e poi di nulla certo,

Ma d'ogni cosa Archesilao dubbioso. Vidi in suoi detti Eraclito coperto; E Diogene cinico, in suoi fatti, Assai più che non vuol vergogna, aperto;

E quel che lieto i suoi campi disfatti Vide e deserti, d'altra merce carco, Credendo averne invidiosi patti. Iv'era il curioso Dicearco;

Ed in suoi magisteri assai dispari Quintiliano e Seneca e Plutarco. Vidivi alquanti ch'han turbati i mari Con venti avversi ed intelletti vaghi;

Non per saper ma per contender chiari; Urtar come leoni, e come draghi Con le code avvinchiarsi: or, che è questo, Ch'ognun del suo saper par che s'appaghi?

Carneade vidi in suoi studi sì desto, Che parland'egli, il vero e 'l falso appena Si discernea; così nel dir fu presto. La lunga vita e la sua larga vena

D'ingegno pose in accordar le parti Che 'l furor litterato a guerra mena. Nè 'l poteo far: che come crebber l'arti, Crebbe l'invidia; e col sapere insieme

Ne' cuori enfiati i suoi veneni sparti. Contra 'l buon Sire che l'umana speme Alzò, ponendo l'anima immortale, S'armò Epicuro (onde sua fama geme),

Ardito a dir ch'ella non fosse tale (Così al lume fu famoso e lippo), Con la brigata al suo maestro eguale; Di Metrodoro parlo e d'Aristippo.

Poi con gran subbio e con mirabil fuso Vidi tela sottil tesser Crisippo. Degli Stoici 'l padre alzato in suso, Per far chiaro suo dir, vidi Zenone

Mostrar la palma aperta e 'l pugno chiuso; E per fermar sua bella intenzione, La sua tela gentil tesser Cleante, Che tira al ver la vaga opinione.

Qui lascio, e più di lor non dico avante.

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