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1798–1837

Trionfo della Fama 2

Giacomo Leopardi

Pien d'infinita e nobil maraviglia Presi a mirar il buon popol di Marte, Ch'al mondo non fu mai simil famiglia. Giugnea la vista con l'antiche carte,

Ove son gli alti nomi e i sommi pregi, E sentia nel mio dir mancar gran parte. Ma disviarmi i peregrini egregi: Annibal primo, e quel cantato in versi

Achille, che di fama ebbe gran fregi: I duo chiari Troiani e i duo gran Persi; Filippo e 'l figlio, che da Pella agl'Indi Correndo vinse paesi diversi.

Vidi l'altr'Alessandro non lunge indi, Non già correr così, ch'ebb'altro intoppo. Quanto del vero onor, Fortuna, scindi! I tre Teban ch'io dissi, in un bel groppo;

Nell'altro, Aiace, Diomede e Ulisse, Che desiò del mondo veder troppo: Nestor, che tanto seppe e tanto visse; Agamennon e Menelao, che 'n spose

Poco felici, al mondo fer gran risse. Leonida, ch'a' suoi lieto propose Un duro prandio, una terribil cena, E 'n poca piazza fe mirabil cose.

Alcibiade, che sì spesso Atena Come fu suo piacer volse e rivolse Con dolce lingua e con fronte serena. Milciade, che 'l gran giogo a Grecia tolse;

E 'l buon figliuol, che con pietà perfetta Legò se vivo, e 'l padre morto sciolse: Temistocle e Teseo con questa setta; Aristide, che fu un greco Fabrizio:

A tutti fu crudelmente interdetta La patria sepoltura; e l'altrui vizio Illustra lor; che nulla meglio scopre Contrari duo con picciol interstizio.

Focion va con questi tre di sopre, Che di sua terra fu scacciato e morto; Molto diverso il guidardon dall'opre. Com'io mi volsi, il buon Pirro ebbi scorto,

E 'l buon re Massinissa; e gli era avviso, D'esser senza i Roman, ricever torto. Con lui, mirando quinci e quindi fiso, Ieron siracusan conobbi, e 'l crudo

Amilcare da lor molto diviso. Vidi, qual uscì già del foco, ignudo Il re di Lidia, manifesto esempio Che poco val contra Fortuna scudo.

Vidi Siface pari a simil scempio; Brenno, sotto cui cadde gente molta, E poi cadd'ei sotto 'l famoso tempio. In abito diversa, in popol folta

Fu quella schiera: e mentre gli occhi alti ergo, Vidi una parte tutta in se raccolta: E quel che volse a Dio far grande albergo Per abitar fra gli uomini, era 'l primo;

Ma chi fe l'opra, gli venia da tergo: A lui fu destinato; onde da imo Perdusse al sommo l'edificio santo, Non tal dentro architetto, com'io stimo.

Poi quel ch'a Dio familiar fu tanto In grazia, a parlar seco a faccia a faccia, Che nessun altro se ne può dar vanto: E quel che, come un animal s'allaccia,

Con la lingua possente legò il sole, Per giugner de' nemici suoi la traccia. O fidanza gentil! chi Dio ben cole, Quanto Dio ha creato, aver suggetto,

E 'l ciel tener con semplici parole! Poi vidi 'l padre nostro, a cui fu detto Ch'uscisse di sua terra e gisse al loco Ch'all'umana salute era già eletto:

Seco 'l figlio e 'l nipote, a cui fu 'l gioco Fatto delle due spose; e 'l saggio e casto Giosef dal padre lontanarsi un poco. Poi, stendendo la vista quant'io basto,

Rimirando ove l'occhio oltra non varca, Vidi 'l giusto Ezechia e Sanson guasto. Di qua da lui chi fece la grand'arca, E quel che cominciò poi la gran torre,

Che fu sì di peccato e d'error carca. Poi quel buon Giuda, a cui nessun può torre Le sue leggi paterne, invitto e franco Com'uom che per giustizia a morte corre.

Già era il mio desir presso che stanco, Quando mi fece una leggiadra vista Più vago di veder ch'io ne foss'anco. Io vidi alquante donne ad una lista:

Antiope ed Oritia armata e bella; Ippolita, del figlio afflitta e trista, E Menalippe; e ciascuna sì snella Che vincerle fu gloria al grande Alcide,

Che l'una ebbe, e Teseo l'altra sorella: La vedova, che sì secura vide Morto 'l figliuol, e tal vendetta feo Ch'uccise Ciro, ed or sua fama uccide.

Però vedendo ancora il suo fin reo, Par che di novo a sua gran colpa moia; Tanto quel dì del suo nome perdeo. Poi vidi quella che mal vide Troia;

E fra queste una vergine latina Ch'in Italia a' Troian fe tanta noia. Poi vidi la magnanima reina, Con una treccia avvolta e l'altra sparsa,

Corse alla babilonica ruina. Poi vidi Cleopatra: e ciascun'arsa D'indegno foco: e vidi in quella tresca Zenobia, del suo onor assai più scarsa.

Bell'era; e nell'età fiorita e fresca: Quanto in più gioventute e 'n più bellezza, Tanto par ch'onestà sua laude accresca. Nel cor femmineo fu tanta fermezza,

Che col bel viso e con l'armata coma Fece temer chi per natura sprezza: I' parlo dell'imperio alto di Roma, Che con arme assalio; bench'all'estremo

Fosse al nostro trionfo ricca soma. Fra i nomi che 'n dir breve ascondo e premo, Non fia Giudit, la vedovetta ardita, Che fe 'l folle amador del capo scemo.

Ma Nino, ond'ogn'istoria umana è ordita, Dove lasc'io? e 'l suo gran successore, Che superbia condusse a bestial vita? Belo dove riman, fonte d'errore,

Non per sua colpa? dov'è Zoroastro, Che fu dell'arte magica inventore? E chi de' nostri duci che 'n duro astro Passar l'Eufrate, fece 'l mal governo,

All'italiche doglie fiero impiastro? Ov'è 'l gran Mitridate, quell'eterno Nemico de' Roman, che sì ramingo Fuggì dinanzi a lor la state e 'l verno?

Molte gran cose in picciol fascio stringo. Ov'è 'l re Artù; e tre Cesari Augusti, Un d'Affrica, un di Spagna, un Loteringo? Cingean costu'i suoi dodici robusti:

Poi venia solo il buon duce Goffrido, Che fe l'impresa santa e i passi giusti. Questo (di ch'io mi sdegno e 'ndarno grido) Fece in Gierusalem con le sue mani

Il mal guardato e già negletto nido. Ite superbi, o miseri Cristiani, Consumando l'un l'altro, e non vi caglia Che 'l sepolcro di Cristo è in man di cani.

Raro o nessun ch'in alta fama saglia Vidi dopo costui (s'io non m'inganno), O per arte di pace o di battaglia. Pur, com'uomini eletti ultimi vanno,

Vidi verso la fine il Saracino Che fece a' nostri assai vergogna e danno. Quel di Luria seguiva il Saladino: Poi 'l duca di Lancastro, che pur dianzi

Er'al regno de' Franchi aspro vicino. Miro, com'uom che volentier s'avanzi, S'alcuno vi vedessi qual egli era Altrove agli occhi miei veduto innanzi;

E vidi duo che si partir iersera Di questa nostra etate e del paese: Costor chiudean quell'onorata schiera: Il buon Re sicilian, ch'in alto intese,

E lunge vide, e fu verament'Argo: Dall'altra parte il mio gran Colonnese, Magnanimo, gentil, costante e largo.

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