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1798–1837

Trionfo della Castità

Giacomo Leopardi

Quando ad un giogo ed in un tempo quivi Domita l'alterezza degli Dei, E degli uomini vidi al mondo divi; I' presi esempio de' lor stati rei,

Facendomi profitto l'altrui male In consolar i casi e dolor miei: Che s'io veggio d'un arco e d'uno strale Febo percosso e 'l giovine d'Abido,

L'un detto Dio, l'altr'uom puro mortale; E veggio ad un lacciuol Giunone e Dido, Ch'amor pio del suo sposo a morte spinse, Non quel d'Enea com'è 'l pubblico grido;

Non mi debbo doler s'altri mi vinse Giovine, incauto, disarmato e solo. E se la mia nemica Amor non strinse, Non è ancor giusta assai cagion di duolo:

Che in abito il rividi ch'io ne piansi; Sì tolte gli eran l'ali e 'l gire a volo. Non con altro romor di petto dansi Duo leon fieri, e duo folgori ardenti,

Ch'a cielo e terra e mar dar loco fansi, Ch'i' vidi Amor con tutti suo' argomenti Mover contra colei di ch'io ragiono, E lei più presta assai che fiamma o venti.

Non fan sì grande e sì terribil suono Etna qualor da Encelado è più scossa, Scilla e Cariddi quand'irate sono, Che via maggior in su la prima mossa

Non fosse del dubbioso e grave assalto, Ch'i' non credo ridir sappia nè possa. Ciascun per se si ritraeva in alto Per veder meglio; e l'orror dell'impresa

I cori e gli occhi avea fatti di smalto. Quel vincitor che prima era all'offesa, Da man dritta lo stral, dall'altra l'arco, E la corda all'orecchia avea già tesa.

Non corse mai sì levemente al varco Di fuggitiva cerva un leopardo Libero in selva, o di catene scarco, Che non fosse stato ivi lento e tardo;

Tanto Amor venne pronto a lei ferire Con le faville al volto ond'io tutt'ardo. Combattea in me con la pietà il desire: Che dolce m'era sì fatta compagna;

Duro a vederla in tal modo perire. Ma virtù che da' buon non si scompagna Mostrò a quel punto ben com'a gran torto Chi abbandona lei, d'altrui si lagna.

Che giammai schermidor non fu sì accorto A schifar colpo, nè nocchier sì presto A volger nave dagli scogli in porto; Come uno schermo intrepido ed onesto

Subito ricoperse quel bel viso Dal colpo, a chi l'attende, agro e funesto. I' era al fin con gli occhi attento e fiso, Sperando la vittoria ond'esser sole;

E per non esser più da lei diviso, Come chi smisuratamente vole, C'ha scritto, innanzi ch'a parlar cominci, Negli occhi e nella fronte le parole,

Volea dir io: Signor mio, se tu vinci, Legami con costei s'io ne son degno; Nè temer che giammai mi scioglia quinci: Quand'io 'l vidi pien d'ira e di disdegno

Sì grave, ch'a ridirlo sarian vinti Tutti i maggior, non che 'l mio basso ingegno: Che già in fredda onestate erano estinti I dorati suoi strali accesi in fiamma

D'amorosa beltate e 'n piacer tinti. Non ebbe mai di vero valor dramma Camilla e l'altre andar use in battaglia Con la sinistra sola intera mamma;

Non fu sì ardente Cesare in Farsaglia Contra 'l genero suo, com'ella fue Contra colui ch'ogni lorica smaglia. Armate eran con lei tutte le sue

Chiare virtuti (o gloriosa schiera!) E teneansi per mano a due a due. Onestate e Vergogna alla front'era; Nobile par delle virtù divine,

Che fan costei sopra le donne altera: Senno e Modestia all'altre due confine; Abito con Diletto in mezzo 'l core; Perseveranza e Gloria in su la fine:

Bell'Accoglienza, Accorgimento fore; Cortesia intorno intorno e Puritate, Timor d'infamia e sol Desio d'onore, Pensier canuti in giovenil etate,

E (la concordia ch'è sì rara al mondo) V'era con Castità somma Beltate. Tal venia contr'Amor, e 'n sì secondo Favor del Cielo e delle ben nate alme,

Che della vista ei non sofferse il pondo. Mille e mille famose e care salme Torre gli vidi, e scotergli di mano Mille vittoriose e chiare palme.

Non fu 'l cader di subito sì strano Dopo tante vittorie ad Anniballe Vinto alla fin dal giovine Romano; Nè giacque sì smarrito nella valle

Di Terebinto quel gran Filisteo A cui tutto Israel dava le spalle, Al primo sasso del garzon ebreo; Nè Ciro in Scizia, ove la vedov'orba

La gran vendetta e memorabil feo. Com'uom ch'è sano e 'n un momento ammorba, Che sbigottisce e duolsi; o colto in atto Che vergogna con man dagli occhi forba;

Cotal er'egli, ed anco a peggior patto; Che paura e dolor, vergogna ed ira Eran nel volto suo tutti ad un tratto. Non freme così 'l mar quando s'adira,

Non Inarime allor che Tifeo piagne, Non Mongibel s'Encelado sospira. Passo qui cose gloriose e magne Ch'io vidi e dir non oso: alla mia Donna

Vengo ed all'altre sue minor compagne. Ell'avea in dosso il dì candida gonna; Lo scudo in man che mal vide Medusa: D'un bel diaspro era ivi una colonna,

Alla qual, d'una in mezzo Lete infusa Catena di diamanti e di topazio, Che s'usò fra le donne, oggi non s'usa, Legar il vidi; e farne quello strazio

Che bastò ben a mill'altre vendette, Ed io per me ne fui contento e sazio. Io non poria le sacre benedette Vergini ch'ivi fur, chiuder in rima;

Non Calliope e Clio con l'altre sette. Ma d'alquante dirò che 'n su la cima Son di vera onestate; infra le quali Lucrezia da man destra era la prima,

L'altra Penelopè: queste gli strali, E la faretra e l'arco avean spezzato A quel protervo, e spennacchiate l'ali. Virginia appresso il fiero padre armato

Di disdegno, di ferro e di pietate; Ch'a sua figlia ed a Roma cangiò stato, L'un' e l'altra ponendo in libertate: Poi le Tedesche che con aspra morte

Servar la lor barbarica onestate. Giudit ebrea, la saggia, casta e forte; E quella Greca che saltò nel mare Per morir netta e fuggir dura sorte.

Con queste e con alquante anime chiare Trionfar vidi di colui che pria Veduto avea del mondo trionfare. Fra l'altre la vestal vergine pia

Che baldanzosamente corse al Tibro, E per purgarsi d'ogn'infamia ria Portò dal fiume al tempio acqua col cribro; Poi vidi Ersilia con le sue Sabine,

Schiera che del suo nome empie ogni libro. Poi vidi, fra le donne peregrine, Quella che per lo suo diletto e fido Sposo, non per Enea, volse ir al fine:

Taccia 'l vulgo ignorante: i' dico Dido; Cui studio d'onestate a morte spinse, Non vano amor com'è 'l pubblico grido. Al fin vidi una che si chiuse e strinse

Sopr'Arno per servarsi; e non le valse; Che forza altru' il suo bel pensier vinse. Era 'l trionfo dove l'onde salse Percoton Baia; ch'al tepido verno

Giunse a man destra, e 'n terra ferma salse. Indi fra monte Barbaro ed Averno, L'antichissimo albergo di Sibilla Passando, se n'andar dritto a Linterno.

In così angusta e solitaria villa Era 'l grand'uom che d'Affrica s'appella Perchè prima col ferro al vivo aprilla. Qui dell'ostile onor l'alta novella,

Non scemato con gli occhi, a tutti piacque; E la più casta era ivi la più bella. Nè 'l trionfo d'altrui seguire spiacque A lui che, se credenza non è vana

Sol per trionfi e per imperii nacque. Così giugnemmo alla città soprana Nel tempio pria che dedicò Sulpizia Per spegner della mente fiamma insana.

Passammo al tempio poi di Pudicizia, Ch'accende in cor gentil oneste voglie, Non di gente plebea ma di patrizia. Ivi spiegò le gloriose spoglie

La bella vincitrice, ivi depose Le sue vittoriose e sacre foglie: E 'l giovine toscan che non ascose Le belle piaghe che 'l fer non sospetto,

Del comune nemico in guardia pose Con parecchi altri; e fummi 'l nome detto D'alcun di lor, come mia scorta seppe, Ch'avean fatto ad Amor chiaro disdetto;

Fra' quali vidi Ippolito e Gioseppe.

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