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1798–1837

Trionfo del Tempo

Giacomo Leopardi

Dell'aureo albergo, con l'Aurora innanzi, Sì ratto usciva 'l Sol cinto di raggi, Che detto aresti: e' si corcò pur dianzi. Alzato un poco, come fanno i saggi,

Guardoss'intorno; ed a se stesso disse: Che pensi? omai convien che più cura aggi. Ecco, s'un uom famoso in terra visse, E di sua fama per morir non esce,

Che sarà della legge che 'l Ciel fisse? E se fama mortal morendo cresce, Che spegner si doveva in breve, veggio Nostra eccellenzia al fine; onde m'incresce.

Che più s'aspetta, o che pote esser peggio? Che più nel ciel ho io, che 'n terra un uomo, A cui esser egual per grazia cheggio? Quattro cavai con quanto studio como,

Pasco nell'Oceano, e sprono e sferzo! E pur la fama d'un mortal non domo. Ingiuria da corruccio e non da scherzo, Avvenir questo a me; s'io foss'in cielo,

Non dirò primo, ma secondo o terzo. Or conven che s'accenda ogni mio zelo, Sì ch'al mio volo l'ira addoppi i vanni: Ch'io porto invidia agli uomini, e nol celo:

De' quali veggio alcun, dopo mill'anni E mille e mille, più chiari che 'n vita Ed io m'avanzo di perpetui affanni. Tal son qual era anzi che stabilita

Fosse la terra; dì e notte rotando Per la strada rotonda ch'è infinita. Poi che questo ebbe detto, disdegnando Riprese il corso più veloce assai

Che falcon d'alto a sua preda volando. Più dico; nè pensier poria giammai Seguir suo volo, non che lingua o stile; Tal che con gran paura il rimirai.

Allor tenn'io il viver nostro a vile Per la mirabil sua velocitate, Via più ch'innanzi nol tenea gentile: E parvemi mirabil vanitate

Fermar in cose il cor che 'l Tempo preme, Che mentre più le stringi, son passate. Però chi di suo stato cura o teme, Proveggia ben, mentr'è l'arbitrio intero,

Fondar in loco stabile sua speme: Che quant'io vidi 'l Tempo andar leggero Dopo la guida sua, che mai non posa, I' nol dirò, perchè poter nol spero.

I' vidi 'l ghiaccio, e lì presso la rosa; Quasi in un punto il gran freddo e 'l gran caldo; Che pur udendo par mirabil cosa. Ma chi ben mira col giudicio saldo,

Vedrà esser così: che nol vid'io; Di che contra me stesso or mi riscaldo. Seguii già le speranze e 'l van desio; Or ho dinanzi agli occhi un chiaro specchio

Ov'io veggio me stesso e 'l fallir mio; E quanto posso, al fine m'apparecchio, Pensando 'l breve viver mio, nel quale Sta mane era un fanciullo ed or son vecchio.

Che più d'un giorno è la vita mortale, Nubilo, breve, freddo e pien di noia; Che può bella parer, ma nulla vale? Qui l'umana speranza e qui la gioia;

Qu' i miseri mortali alzan la testa; E nessun sa quanto si viva o moia. Veggio la fuga del mio viver presta, Anzi di tutti; e nel fuggir del sole,

La ruina del mondo manifesta. Or vi riconfortate in vostre fole, Giovani, e misurate il tempo largo; Che piaga antiveduta assai men dole.

Forse che 'ndarno mie parole spargo; Ma io v'annunzio che voi sete offesi Di un grave e mortifero letargo: Che volan l'ore, i giorni e gli anni e i mesi;

E 'nsieme, con brevissimo intervallo, Tutti avemo a cercar altri paesi. Non fate contra 'l vero al core un callo, Come sete usi; anzi volgete gli occhi

Mentr'emendar potete il vostro fallo. Non aspettate che la Morte scocchi, Come fa la più parte; che per certo Infinita è la schiera degli sciocchi.

Poi ch'i' ebbi veduto e veggio aperto Il volar e 'l fuggir del gran pianeta, Ond'i' ho danni e 'nganni assai sofferto; Vidi una gente andarsen queta queta,

Senza temer di Tempo o di sua rabbia; Che gli avea in guardia istorico o poeta. Di lor par più che d'altri invidia s'abbia; Che per se stessi son levati a volo,

Uscendo for della comune gabbia. Contra costor colui che splende solo, S'apparecchiava con maggiore sforzo, E riprendeva un più spedito volo.

A' suoi corsier raddoppiat'era l'orzo; E la reina di ch'io sopra dissi, Volea d'alcun de' suoi già far divorzo. Udi' dir, non so a chi, ma 'l detto scrissi:

In questi umani, a dir proprio, ligustri, Di cieca obblivione oscuri abissi, Volgerà 'l Sol, non pur anni, ma lustri E secoli, vittor d'ogni cerebro;

E vedra' il vaneggiar di questi illustri. Quanti fur chiari tra Peneo ed Ebro, Che son venuti o verran tosto meno! Quant'in sul Xanto e quant'in val di Tebro!

Un dubbio verno, un instabil sereno E vostra fama; e poca nebbia il rompe; E 'l gran tempo a' gran nomi è gran veneno. Passan vostri trionfi e vostre pompe,

Passan le signorie, passano i regni; Ogni cosa mortal Tempo interrompe; E ritolta a' men buon, non dà a' più degni: E non pur quel di fuori il Tempo solve,

Ma le vostr'eloquenze e i vostri ingegni. Così fuggendo, il mondo seco volve; Nè mai si posa nè s'arresta o torna, Fin che v'ha ricondotti in poca polve.

Or perchè umana gloria ha tante corna, Non è gran maraviglia s'a fiaccarle Alquanto oltra l'usanza si soggiorna. Ma cheunque si pensi il vulgo o parle,

Se 'l viver nostro non fosse sì breve, Tosto vedreste in polve ritornarle. Udito questo (perchè al ver si deve Non contrastar, ma dar perfetta fede),

Vidi ogni nostra gloria, al Sol, di neve. E vidi 'l Tempo rimenar tal prede De' vostri nomi, ch'i' gli ebbi per nulla: Benchè la gente ciò non sa nè crede;

Cieca, che sempre al vento si trastulla, E pur di false opinion si pasce, Lodando più 'l morir vecchio, che 'n culla. Quanti felici son già morti in fasce!

Quanti miseri in ultima vecchiezza! Alcun dice: beato è chi non nasce. Ma per la turba a' grandi errori avvezza, Dopo la lunga età sia 'l nome chiaro:

Che è questo però che sì s'apprezza? Tanto vince e ritoglie il Tempo avaro; Chiamasi Fama, ed è morir secondo; Nè più, che contra 'l primo è alcun riparo.

Così 'l Tempo trionfa i nomi e 'l mondo.

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